Mala sorte

Augurare la mala sorte a qualcuno è un desiderio del tutto umano, e neppure un reato (naturalmente, solo se si tratta di un augurio figurato, altrimenti saremmo dei killer psicopatici e dovremmo stare in galera). Spesso basta un niente -qualcuno che ci taglia la strada, ci ruba un parcheggio, fa il furbo a nostro discapito- che parte il “vai a morì ‘mmazzato”, o un’altra delle molte espressioni colorite che ogni giorno pronunciamo per scrollarci di dosso la rabbia e  allontanare da noi la sciagura, magari restituendola raddoppiata. Sono così assimilate nel nostro quotidiano che se le sentiamo all’interno di un film o di una canzone ci mettiamo a ridere; le usiamo come intercalare o per apostrofare qualche amico stronzo, ma in realtà non vorremmo certo che gli prendesse un colpo.

C’è stata però una volta, una sola, che ho desiderato veramente la morte di qualcuno. Non era un caso di parcheggio rubato, né qualcuno che mi aveva fatto un torto irreparabile. Ho fortemente desiderato che morisse una persona a cui volevo – e tuttora voglio- molto bene. Ho desiderato, sperato, che mia zia morisse. Che non si risvegliasse mai più dopo essere stata falciata da un’auto in corsa, mentre attraversava le strisce pedonali di fronte casa sua. Un mese e mezzo di coma profondo e respirazione meccanica, occhi serrati che all’improvviso si aprivano per fissare il vuoto e poi si richiudevano, un mese e mezzo d’immobilità totale, trauma cranico, gamba spezzata, aorta addominale tranciata, litri di sangue persi e trasfusi nell’immediato soccorso, quando nessuno sapeva se sarebbe arrivata ancora in vita all’ospedale. Un mese e mezzo di totale sospensione: si sveglierà? E se sì, come? Queste erano le domande che ci facevamo e facevamo ai medici. Il giorno in cui venne trasferita nell’ospedale della nostra città, il primario che la dimetteva da Ancona al telefono ci disse di essere forti e ci fece un  “in bocca al lupo”, perché non era in grado di dirci il se e il come, ma sapeva quali conseguenze avrebbero potuto esserci. E cioè che zia restasse in uno stato vegetativo, non più capace di comunicare, d’interagire con l’esterno, di esprimere una volontà. Un’ipotesi insostenibile. È doloroso vedere un proprio caro in bilico tra la vita e la morte e non poter fare nulla, assolutamente nulla, per evitargli le sofferenze, è angosciante non sapere se tornerà ad essere la persona che era prima. Ed è stato del tutto umano, per me e i miei familiari, preferire a questa eventualità la sua morte. Non certo e non solo per ragioni egoistiche (vederla in questo stato fa soffrire me, ma lei sa di essere così? Ha consapevolezza della sua condizione? Ne soffre oppure no?). Piuttosto perché noi sapevamo che lei non avrebbe mai voluto vivere se si fosse trovata in uno stato permanente di incoscienza, mutilata nel suo essere e nella sua dignità di persona libera. Certo, noi lo sapevamo perché la conoscevamo, ma non sta scritto da nessuna parte. Non esiste alcun testamento biologico in cui mia zia, viva vegeta e nel pieno delle sue facoltà intellettive, abbia dichiarato le sue disposizioni in caso di perdita di coscienza. Se lo avesse fatto, del resto, non sarebbe cambiato alcunché, perché ad oggi nel nostro paese c’è un enorme e vergognoso vuoto legislativo in merito.

Non sarebbe comunque servito perché mia zia dal coma si è svegliata. Dopo un mese e mezzo, a pezzi, ed ora respira e mangia da sola, interagisce con l’esterno ma da una carrozzina, perché non può più camminare. Parla, ma senza cognizione di causa perché non sa chi sia né dove si trova né cosa le sia accaduto. Nella sua testa nomi e memorie si mescolano e formano storie mai esistite. A volte è divertente starla ad ascoltare, nella continua impresa di decifrare le parole monche che pronuncia, anche se resta complicato accettare questa realtà senza perdere il controllo, cercando di dare un senso nuovo alla parola persona, a quello che pensavi fossero la vita e la libertà.

strada pioggia

Ho, sopratutto, desiderato che quel pomeriggio l’incidente non le fosse accaduto. Che zia si fosse trattenuta due minuti in più a casa mia, che avesse ripreso a piovere forte, così sarebbe stata costretta ad aspettare. Sarebbero bastati davvero soltanto due minuti per non incrociare quella macchina che andava troppo veloce -e non avrebbe potuto- guidata da quella persona che avrebbe dovuto guardare avanti- e invece chissà dove: lo schermo del telefono? Fuori dal finestrino? Qualcuno da salutare?- Le mancavano due passi per salire sul marciapiede, poi avrebbe aperto il cancello di casa e il portone, che avrebbe richiuso a doppia mandata. Ma non è andata così, in questo spazio-tempo. Il suo rientro è stato stravolto, il suo corpo oscenamente devastato sull’asfalto dall’incuria di uno sconosciuto a tutta velocità.

Con la vita si prende confidenza anche così, nella prossimità con la morte. Entrando mascherina e guanti in un reparto di rianimazione. Sentendoti scema a parlare a qualcuno che non sai se ti può ascoltare, se riaprirà mai gli occhi, se sarà capace di muovere anche una sola falange di un suo solo dito. Imparando a leggere l’attività elettrica sul monitor, i termini antipatici della traumatologia neurocerebrale, i gradi di coma e le relative statistiche di risveglio. Ascoltando le storie degli altri familiari in attesa, catapultati come te nel mondo della terapia intensiva. Chiedendoti se è giusto che sia successo a lei- e no, non è giusto, non potrà mai esserlo.

Ho pensato spesso all’uomo che ha causato l’incidente. Abbiamo a lungo atteso una sua telefonata, quell’unico gesto di assunzione di responsabilità che avrebbe dovuto compiere. La telefonata non è mai arrivata, così neppure il nostro perdono. La rabbia si è accumulata a dismisura; nonostante questo, non gli ho mai augurato la mala sorte. Se avessi potuto, lo avrei portato in rianimazione per fargli vedere a quanti tubi e sonde era aggrappata zia, poi lo avrei portato con noi per uffici ed istituti, dall’avvocato, dai dottori, dagli assistenti sociali, gli avrei fatto fare tutte le attese e tutte le trafile che abbiamo dovuto fare noi. Nient’altro. Solo fargli vedere le conseguenze della sua distrazione.

Certo, poteva succedere a chiunque. Certo, non l’hai mica fatto di proposito. Di proposito avresti potuto ammettere l’errore, chiederci scusa, e poi ognuno al suo destino. Ma neanche ciò è accaduto in questo spazio-tempo, pazienza.

Una cosa, però, mi piacerebbe sapere: dormi bene la notte?

Non vorrei mai essere al tuo posto.

F.S.

Dopo la fine del mondo

Dedicato alle città colpite dal terremoto nelle Marche – ottobre 2016 – ed a tutti i terremotati del mondo.

Quando guardi la montagna che ti è davanti, che ti porge la sua statura, che ha sentieri di croste e terriccio, la vedi con sudditanza. La ammiri nelle sue recite di silenzi quando fa la finta muta per sembrare senza vita. La osservi e sai che a sua volta quella cima è fissa su di te. E ne ha vista passare di gente come te che le sei un futile pizzicotto sul suo dorso. E te ne stai lì ad un passo dal cielo, sotto lo strusciarsi dello zucchero filato dei nembi, accanto ad occasionali starnuti di vento. Stai lì a cercare cicatrici tra i sassi, erba nuova, una qualche trasmigrazione, il respiro degli alberi, un segno qualsiasi dalla vetta. O ti capita di vedere l’azzurrità prima che vada in brace, così incendiata di tramonto, così vorticosa ed innamorata della giogaia che ti circonda. Uno spettacolo meglio di una serie tv, della tua canzone preferita, della sbornia del sabato, dei selfie al ristorante di sushi, meglio dell’ultima canna che, finalmente, ti concilia un po’ il sonno che hai perso da quando non credi più alle favole. Davanti alla montagna senti in diretta di star vivendo già un ricordo, e quindi uno strappo, una baldoria di malinconie come le cose irrisolte che ti sei portato nello zaino, come la fatica di farcela.

E siccome la ami, la montagna, ci sei tornato. Un anno dopo la fine del mondo. Quando il terremoto decise di ricordarci un sacco di cose e di ricordarcele con la sola espressione a cui è condannato.

Ci sei tornato per un dovere morale, per un richiamo invincibile, per restituire qualcosa dopo aver depredato tanto a questi luoghi. Posti dove da bambino facevi le capriole mentre i tuoi genitori sembravano immortali e gli adulti erano gli adulti e tu avevi fretta di crescere, ma nello stesso tempo non te ne fregava niente perché il buio lo sconfiggevi con la fantasia.

Zone in cui stendersi sui prati con gli amici, fare ottime mangiate, avere un proponimento di libertà. Luoghi dove portavi la fidanzatina perché la pioggia che scende sui monti non la dimentichi più, perché quei baci pieni di futuro di scintillanti speranze, non sono tornati più. Posti dove fare escursioni, recuperare quel battito primordiale incarcerato dalla tecnologia. Località in cui ritrovare un po’ quell’istinto della pietra e del fuoco, quando il mondo era tutto da inventare, quando la storia dell’uomo non era nell’utero dei giorni.

Un anno fa tutto questo è crollato. Venuto giù in un lampo infinito. Le case devastate, pezzi di montagna divelti, ponti sbriciolati, storie uccise, zolle sconquassate, campanili sfregiati di crepe, pensieri giovani funestati di rassegnazione. E un anno dopo, laddove giocavi, amoricchiavi, ti tuffavi in spensieratezze nei lunedì di pasquetta con gli amici, adesso c’è un unico grande cimitero che sembra così uguale al tuo cuore infranto. Così identico alla desolazione che ti porti dentro, così misero e vinto come lo sguardo dei poeti.

Al suolo pietre e membra di abitazioni rotolate nell’oblio. Davanti zone rosse e momenti di un tempo immobilizzato come una Pompei nelle scene di vita a fermo immagine. Fantasmi. E intorno ti volti e sembra ci sia stata la guerra. Invece è stata la fine del mondo. Perché quando a qualcuno gli si uccidono i ricordi ed il proprio posto dell’anima, il mondo finisce.

La contempli, la montagna assolata, pettinata da fiori e fogliame, la segui nella centellinata corsa per bucare l’etra. E ti arrendi. Perché è la sola cosa più nobile da fare. Ti arrendi definitivamente. Per sentire ancora un po’ di vita, per toglierti dalla testa l’acufene quotidiano che riproduce il ghigno di Trump, la malattia di Kim Jong-un, la topaia di questa Italia, la Siria che si squaglia sotto le bombe, l’Africa ridotta a pattumiera. Questo acufene che resta, impertinente, come un sabba, una festa del male che sopprime le voci, gli amori che saranno, quelli che erano, i sogni, e noi. Resta mentre la natura è qui. C’è sempre stata, ci sarà quando l’uomo si estinguerà. La terra è viva, è pettegola, è allergica alla staticità, è fatta di afflati e coinvolgimenti, è frastornata dai colori, è pazza, misteriosa, mamma premurosa e matrigna omicida. La vedi, te ne immergi, ma vedi anche lo Stato. Vedi che un anno dopo il fallimento di democrazie, governi, burocrazie, capitalismi tutto è contro. Non contro l’evoluzione, ma l’elevazione. Elevarsi è una possibilità che ci resta di ribellione e speranza. Ma la speranza è giusto lasciarla agli illusi. Il mondo ha fatto la sua parte. L’hai fatta pure tu con quattro versi del cazzo e tanto egoismo. Ti sei fatto fottere e stai cominciando a marcire perchè sei all’ultimo stadio. Ti è rimasto qualche trasporto d’amore, qualche stramba coincidenza che ti porta a giustificare l’autolesionismo. Ti è rimasto un ultimo atto d’amore fra i tuoi imbarazzanti tentativi di farti amare. Ti è rimasto scrivere. Ti è rimasto il tempo di un addio perché la festa è finita. Non doveva andare così. Non in questo modo. Non in questo mondo.

Guardi la montagna probabilmente per l’ultima volta, per l’ultima giovane estate. Ti consoli nella dignità di questa gente delle Marche che nelle avversità, con fatalismo e forza d’animo, è ancora in piedi. Guardi la Martina ed Andrea, che ti hanno accompagnato, e ti viene voglia di domandargli scusa. Di tutto. Di quello che sei. Di come sei. E invece ti limiti ad un doveroso grazie. Martina ti dice che, qui dove siete ora, la prima attività a riaprire dopo il terremoto è stata il pub. Sembra uno scherzo del destino. Tu ci hai sempre creduto nei pub. Sono stati la tua vera casa e adesso, a breve, la tua tomba. Ma le coincidenze sono stupefacenti per questo.

La vita, se riesci a viverla, è solo un bellissimo modo di morire.

montagna

P.

Piove

Piove. Sono le 19:30 di sabato sera, credo in settembre, non ricordo il numero. Mi sono messo il pigiama di già. Mi aspetta una lunga notte, ma non mondana bensì casalinga. Una traversata insonne a leggere, scrivere, guardare film, compatirmi, immaginare un amore indimenticabile. Non sono triste, però. Anche se me lo chiedo cosa stia facendo della mia vita; se sono approdato al massimo ottenimento del suo significato o no. Perché quello che sto vivendo mi piace assai. Lo trovo eccitante e spericolato, decisamente sopra le righe. Ed io ci sguazzo. Il sabato sera, invece, lascio la scena agli altri. Li lascio tra le luci, le baldorie, il tirar tardi, le macchinate, gli appuntamenti. Io mi godo il disordine della mia camera, le pile di libri sulle due scrivanie, i fumetti sparsi sul letto e per terra, le compresse di passiflora che dimentico sempre di prendere e che quando le prendo non mi fanno nulla.

E’ sabato e piove. Su di me sono passati millenni di foglie cadute per colorare autunni, dolori d’abbandoni, fallimenti amorosi, sangue per la libertà, ossessioni di poesie, tormenti di perdoni da chiedere o dare.

La pioggia lava l’aria mentre ho accumulato storie sospese, ipotesi di futuro, occasioni sprecate, guai inevitabili. Siamo tutti afflitti dai danni del vivere, tutti stanchi, ingenuamente ottimisti, cocciutamente propensi a sbugiardarci. Forse il destino è una scatola vuota o un’inconsolabile perdita di tempo, ma la pioggia mi ricorda quanto è fondamentale cadere. Va bene così, alla fine. Anche se da qualche parte lei non riesce a sentire il tuo amore, anche se non dormirai mai più, anche se te le fanno pagare tutte,. Paghi ogni briciola di felicità che raccogli da avanzi di sentimenti, paghi a caro prezzo. Paghi ogni gratificazione perché porta con sé una battaglia, paghi ogni complimento perché ti devasta. Ed ogni idea riuscita la devi difendere dalle imboscate. Ogni bacio che lasci in un’altra bocca si trascina dietro catene, imperfezioni, lontananze, rimbombi di solitudine.

Piove con tenerezza, ancora. Fa meno male dei ricordi, però. E’ un acquerellarsi in grigio che ti erode il cuore mentre ti capita di pensare a chi non è qui.

Piove pioggia leggera curvando sui tetti e le grondaie, scolando rimpianti e attimi consumati di speranze malriposte. Piovono lacrime tenuemente come brividi, come sospiri di innamorati in attesa, come un lieve volo di pettirosso, come la sfilza di suggestioni che sai di urlare dagli occhi.

Piove. Cadono spilli di cielo, aghi di vita, gocce di nuvole.

Piove la verità. Piove sopra tutto. Sull’anima. Dice tutto di noi. Scivola smarrendosi in ogni cosa come la vita.

E non serve a niente, ma si rende utile. Un po’.

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P-

C come Civitanova Marche

Ti alzi un mattino e credi ai miracoli nonostante tu sia ateo. Ci credi perché sei ancora vivo. Inaspettatamente, per quel che ricordi. Presumi di esserti rotolato a casa in qualche modo. Ed in qualche modo la chiave è entrata nella fessura della porta ed era quella giusta. Sia la chiave che la porta e, persino, la casa, quindi la via, quindi la città; troppe fortunate combinazioni. Perchè fai così? Perchè hai visto la Bellezza e non ti appartiene più niente. E niente durerà.

Intanto rimembri che qualcuno ti ha fatto compagnia in nottata. Forse era, come sempre, la malinconia, oppure qualche amico, o hai improvvisato (perché a te piace) o sei tramontato, come al solito, rinchiudendo dietro agli occhiali tutto il dolore di esistere. Non ti capiscono in molti, ma una bevuta c’è sempre qualcuno che te la offre, chissà se meritata, ma è così. Ogni volta.

Ti alzi un mattino e sei sul tuo letto sfatto di solitudini e imbarazzanti rientri. Ma le lenzuola accartocciate si mescolano al caffè, ai ricordi struggenti, ai grandi sogni, allo sperma ed alle consapevolezze di essere un pagliaccio depresso ed un arlecchino in gran forma (perché i dispetti alla vita sei, autisticamente, sempre pronto a farli e rifarli). La torturi, la vita, come lei tortuta te.

E quindi ti alzi, per intercessione divina, un mattino, e sei a Civitanova Marche. E allora? E’ un vanto? E’ Parigi? E’ Tokyo? E’ Amsterdam? E’ New York? No. Non lo è. È questo però. Tutto questo. È una storia diversa. È il mare Adriatico scritto in grande sotto casa. È la torre della chiesa di Cristo re, di cui non te ne frega un cazzo, ma è bello saperla svettare lì a vegliare sulle lacrime di tutte le onde che rientrano a riva nel rito pagano della natura. Alla fine sopporti pure le campane, peccato siano amplificate da altoparlanti e fintamente suonate. Civitanova è la tua città che non dorme mai, ma sonnecchia sempre quando tu, invece, vuoi gridare alla vita che sei vivo. E per questo la odi. E bestemmi contro i proprietari dei locali che non stanno aperti per 24 ore. Poi appena ti affacci altrove ti rendi conto che, altrove, chiudono molto prima di quanto chiudino “i tuoi”.

Ti svegli un mattino e sei a Civitanova Marche e metti insieme le ossa ormai malridotte come un naso di un pugile con carriera ventennale, e ti compiaci. Pensi che le mura, nella parte alta della città, sono ancora lì. Pensi a quei vicoli ed alle grotte, ai mattoni, a quelle quattro leggende agresti fatte di fantasmi e streghe. Pensi che sei in collina e hai pure il mare. Pensi alla pescheria e all’odore del pesce, al molo e tutte le volte che lo hai allagato con le salive dei baci che hai scambiato. Pensi aldilà dell’acqua ed all’inganno di cui è fatto l’orizzonte. Pensi all’autostrada di scogli, fatta di granchi e canne da pesca e rifiuti e gatti e olezzi e pomiciate. Pensi alla piazza, stuprata dalle macchine, non più agorà, non più tenero luogo di scontro fra i democristiani che uscivano dalla messa la domenica ed i comunisti che cercavano di appioppare loro L’Unità. Pensi alla sabbia, alla spiaggia ed al fatto che ne hai due; una fatta a ghiaia ed una a granelli sabbiosi. Sembra che hai pure due mari. Uno subito profondo, un altro piatto, pigro, timido. Questa è la tua città. Con il piadinaro e il kebabbaro. Con il dialetto e le bestemmie, col varnelli che cola da ogni infisso. Con l’amore sfiorato, con l’amore che serve, con l’amore inutile, con le ragazze che ti lasciano lì a sognarle mentre passano disegnando enigmi e intuizioni sconce.

Ti aggrappi a questo la mattina in cui hai rinunciato a morire, quando lasci le unghie sulla lavagna del destino, quando vedi le palme, bruttine e noiose, sul litorale, quando realizzi che le palme ce l’hanno tutti e quindi le sostituiresti persino coi cipressi o con dei totem fallici tipo festa dei 50 anni di playboy; basta che ‘ste palme si levino dai coglioni. Però sono sempre lì, rassicuranti, in un certo senso, con una routine seducente. È la tua città che, spesso, ha risposte abitudinarie, che disprezzi perchè si riempie di banche, chiese ed ordinanze. Ma poi ti rendi conto che non te ne frega un cazzo perchè ci sono sempre G di Gossip o Renzetti a farti assaggiare un negroni come quel figlio di puttana di dio comanda, e consolarti. Te ne freghi perchè c’è sempre una Ipa coi controcazzi al Pabbetto su quel bancone che ha benedetto Geppetto in persona se no non si spiega. Te ne fotti perché puoi sempre fare l’alba da Kika con la classe di Silvana o la dolcezza spalancata di Laura. Te ne freghi perché persino il vento, in città, non stende i gambi e gli steli, ma li culla. Te ne freghi perché vai al Cavern e non te ne andresti più via se passano quei voli acrobatici di rondini che sono Martina e Vale, o quel gran figo di Niccolò. Te ne freghi e vivi. Passi oltre. Ma prima vai da Marebello a gustarti un rucolino o porti le chiappe al Veneziano, anche solo per inerzia, ma il Veneziano è sempre il Veneziano. E se non vai a dormire per niente e poi devi pranzare, puoi sempre quietarti da Caracoles. Tanto questa è Civitanova: fughe e ritorni, canne e unz-unz allo Shada, la corona di spine del vivere ed il sangue da lasciare all’Avis. Tu che deponi le armi dell’amore perché hai scelto la paura. Tu che convivi con le negazioni a cui ti costringi, tu che cerchi la neve al sole, tu che una sera hai camminato con me senza motivo, ma forse il motivo è che io so che tu sai e a te serve tradirti con la poesia. Questa è la mia città. Dove mancano le poesie scritte sulle panchine, alla stazione, sui muri esterni di palazzo Sforza. Dove abbiamo teatri e verde, dove vorrei altro verde, un po’ di viola e di rosa, più notte, più vino, pù libertà, meno razzismo. Questa è la mia città, che ha rotto i coglioni a menarcela con Annibal Caro e Sibilla Aleramo e pure con Miss Italia ed altre facezie. Civitanova sei tu. Ti svegli un mattino e sei intatto. Tutto è intatto, tutte le saracinesche e le persiane chiuse, tutte le villette isolate, tutti i palazzi, tutti i condomini. Tutti i quartieri. Siamo vivi per un qualche scherzo, ma siamo vivi. E guardi i muri fatti da Anime di strada e speri che tutto diventi così, pure la tua vita. Sei sfinito di evanescenze e perdi spesso il punto. Cerchi chiarità, ma ti fai male. Buchi il cielo, ma l’azzurro non si sgonfia. Ogni tanto ami anche perché l’amore ti manca sempre addosso.

Questa è la mia città ogni mattino che mi alzo come Lazzaro: è fatta di tutto l’amore che ci manca addosso.

E alla fine vinceremo noi. Passerà la ndrangheta, passeranno le amministrazioni di ogni colore, le stronzate dei coglioni da tastiera, le sagre di questo cazzo, le chiese, le banche, i divieti, i commercianti che non capiscono un cazzo di turismo, i centri commerciali, le file, le luminarie, eccetera. Alla fine vinceremo noi. Perché siamo noi.

Perché ce lo diremo una volta per tutte questo amore. Questo amore che non ci hanno dato e che ci manca addosso. E che ci prenderemo. E che ce lo daranno.

P.

Tutto quello che non puoi lasciarti alle spalle

C’è una canzone che mi risuona spesso in testa. È di Roberto Vecchioni. Titolo: “Mi porterò”. Ogni volta che mi ronza dentro mi accanisco ad immaginare quali momenti, quali cose porterò con me quando finirò al fronte, nella trincea della vecchiaia, un attimo prima dell’oblio dell’ alzheimer. Ho le idee piuttosto chiare, credo. Sono sicuro dei ricordi che spererò di ricordare. Mi porterò tutte le volte in cui ho dimenticato la morte e perdonato la vita ovvero le volte in cui inizio a scrivere una poesia o quando faccio all’amore. Mi porterò il sugo di mia nonna fatto bollire lungamente, Chaplin che sublima il cinema, l’abito di Marilyn Monroe che s’alza per una folata di vento. Mi porterò le volte che ho volutamente passeggiato sotto la pioggia, senza ombrello, per potermi sentire vivo, per avere dei pizzicotti d’acqua dal cielo. Mi porterò le cene mentre nuotavo negli occhi di una donna sospesi lì per me, fissi su di me. Mi porterò i versi di Bukowski e la sofferenza di Pavese e “tutti i poeti che hanno pianto per amore, se ci staranno nel mio cuore.” Mi porterò i goal di Batistuta quando era a Firenze, il mare d’inverno, “you can never hold back spring” di Tom Waits. Mi porterò il sorriso delle nipotine mentre incasinano il letto con giocattoli e cianfrusaglie. Mi porterò i momenti difficili condivisi con le amicizie. Mi porterò l’incanto che mi travolge ogni volta che entro in una libreria. Mi porterò tutte le sbronze finite male, tutte le ferite e le cicatrici, tutte le partite perse immeritatamente. Mi porterò tutte le attese per un bacio immaginato da secoli o le volte che il bacio è arrivato prima che lo potessi immaginare. Mi porterò questo mio modo irresponsabile di vivere, sempre sul filo dei vent’anni, con la rabbia adolescente ed ormai un’esperienza da terza età. Mi porterò le gratificazioni ed i sacrifici nel mio lavoro coi ragazzi diversamente abili che sono così dentro di me, questi ragazzi, da governarmi le vene in nome dell’amore. Mi porterò tutti i maledetti colori della depressione, gli abbandoni, i finali tristi, le cazzate imperdonabili, gli sbagli obbligatori, il mio cane quando vigilava su di me. Mi porterò le trasgressioni che non ho finito di combinare, l’effetto sorpresa, le improvvisazioni, le cadute di stile che svelano le imperfezioni. Mi porterò i rimpianti, che sono sempre meno per fortuna, e la mia infanzia negli ’80. Mi porterò legami nuovi, complicati, strappalacrime, assurdi, necessari, eternabili, romantici, spericolati, aggravati dalla passione, fulminei, inutili, complicati, infelici o folli non importa.

Mi porterò il libero arbitrio, le croci che ho trascinato, la polvere sui libri, tu che ti sposti i capelli, i giri in tre sul motorino, i compleanni malinconici, mio nonno ubriaco fradicio paralizzato su una sedia a rotelle. L’altro nonno mai conosciuto. Mi porterò le volte che mi sono buttato perché la vita lo esigeva, giusto o sbagliato, lo esigeva. Mi porterò angoli della mia città sudici di notti balorde, pregni di tormentati passanti. Mi porterò le meravigliose violazioni di domicilio, le ribellioni ad ordinanze comunali patetiche, le tenerezze dei cattivi, il male di vivere di Wolverine e Daredevil, l’irresistibile pazzia di Harley Quinn, il caratteraccio di Kit Carson, il senso etico di Dylan Dog.

Mi porterò gli schiamazzi dei bambini che si rincorrono nei giardini, un nudo di Modigliani, gli oratori quando erano oratori, le feste dell’unità quando erano feste dell’unità. Mi porterò le maialate fatte con le donne, ma anche le grandi complicità quando le prendi alla testa prima che fisicamente. Mi porterò questo complicarmi, la margherita che sbuca dall’asfalto, un pezzo di Charlie Parker, le nostre storie incerte, quello sporcaccione di Mozart, i piedi delle ballerine, lo spaesamento degli attori, il cinema vuoto e quello pieno. Mi porterò la maglietta numero 10, le sere del mondiale di Italia ’90, i gettoni per le cabine telefoniche, gioie e dolori degli anni della scuola, la scoperta che le favole non esistono e la bellezza della loro morale (quella non ufficiale). Mi porterò le rughe stupende, le occhiaie meritate, la leggerezza occasionale, un morso di babà, il dialetto, la tua camminata quando si mescola al sogno, la solitudine che ci fotte tutti, il negroni, le saracinesche dei pub.

Mi porterò lo sguardo dei gatti che ti fissano sapendo già tutto, il mio laboratorio di cinema con i ragazzi psichiatrici, la neve, le volte che sono stato il peggiore di tutti.

Mi porterò l’attimo preciso in cui una donna decide di sceglierti ed il lampo finale di un addio sulle sue pupille. Mi porterò tutte le volte che ne è valsa la pena.

P.

Diffidate delle imitazioni

Mi ero dimenticata di quanta gente matta ci sia in giro e di quanto malate possano essere certe relazioni fino all’altra sera, quando, mio malgrado, mi sono ritrovata in mezzo ad una situazione allucinante e addirittura pericolosa. Mi ero pure dimenticata di quanto capaci siano le donne a giustificare e accettare relazioni spesso al limite dell’incolumità personale, in nome dell’idea che si sono fatte dell’amore, della relazione stessa e dell’uomo con cui hanno a che fare.
Tralascio le circostanze e i dettagli dell’accaduto in questione; basti sapere che ho rischiato di perdere la vita in autostrada, a bordo di un’auto guidata da un fuori di testa in preda all’ira. E detta così non rende neppure un poco la reale gravità della vicenda. Dovrei magari spiegare le ragioni per cui quest’uomo ha guidato all’impazzata oltre i limiti consentiti e preso una curva a gomito a 100 km orari facendo sbandare e quasi ribaltare l’auto, fregandosene delle persone a bordo. Ma non ci sono. Per lo meno, non ce ne sono di ragionevoli: esprimere un parere diverso o fare una battuta ironica durante una conversazione non sono – non possono essere! – motivo di perdita dell’autocontrollo. Ma non è ciò di cui mi interessa parlare, così come non mi interessa capire quali sono i problemi di quest’uomo; non mi riguardano per fortuna. Invece mi preoccupa molto constatare che ci sono donne che giustificano comportamenti rabbiosi e violenti da parte del proprio partner (com’è successo per l’uomo in questione).
Voglio, da donna, dire una cosa alle mie congeneri: lasciate perdere i fuori di testa. Non ci provate per niente a capirli e giustificarli: questo è compito di un bravo psicoterapeuta. E andateci pure voi da uno bravo, se questo tipo di uomo vi piace tanto. Perché il fuori di testa avrà il suo disturbo comportamentale, ma pure voi qualche problemino ce lo avete. Non c’è alcuna ragione al mondo per cui una parola o un gesto offensivo possano essere scusati, figuriamoci se sono da parte di chi dice di amarvi. La forma più alta -direi l’unica- dell’amore, è il rispetto. Sempre, non a tratti né con qualche eccezione. Perciò diffidate di chi vi ama tantissimo a parole ma nelle piccole cose di ogni giorno vi soverchia. Diffidate di quelli che hanno progetti per il vostro futuro insieme, ma poi non vi lasciano trascorrere serenamente un’uscita con le amiche. Di quelli che si arrabbiano per un qualsiasi motivo (che sicuramente avrete provocato voi) ma poi si calmano e vi chiedono scusa. Di quelli bravissimi nell’eloquio, che riescono sempre a rigirarsi la frittata e a farvi sentire naturalmente in torto. Diffidate degli uomini che con facilità vi accusano di non essere adeguate, di non comprenderli, di non fare abbastanza per la vostra coppia o di non farlo bene (cioè come vorrebbero loro). Non nascondete sotto il tappeto queste occasioni classificandole come estemporanee. Non fate neppure quella cosa da deficienti che abbiamo fatto tutte e cioè contare le volte che ci ha trattato bene e le volte che ci ha trattato male, per concludere che sono di più le volte che ci è andata liscia quindi è una persona buona, solo con qualche momento di sclero. Se andate in un ristorante e venite serviti male, anche se il cibo è buono, ci tornereste? Io no. Perché dovreste fare eccezione se è il vostro compagno che vi tratta male, con sufficienza, che vi scambia ogni tanto – ma solo ogni tanto!- per un pungiball? Probabilmente entrambi non avete mai avuto una relazione sana e alla pari, se accettate degenerazioni simili. Sfissatevi prima di subito dall’idea che lui non è così, è diverso, ha avuto un’infanzia difficile poverino e blablabla. Cazzi suoi. Cazzi suoi pure se ha avuto una giornata difficile a lavoro: dovreste perciò pagarne le conseguenze? Aggredire l’altro non ha senso. Aggredire è da stronzi malati e punto. Ogni volta che passate sopra ad una sfuriata, una minaccia, una strattonata, ad uno sbalzo d’umore improvviso, state non solo svilendo voi stesse, ma autorizzando il vostro partner a ripetere il gesto, poiché lo avete reso impunito. Create precedenti e vi ritroverete nella merda.
In ultimo, ma sopra ogni cosa, diffidate della vostra paura di restare sole e che vi fa preferire l’esser male accompagnate. Sole ci siete già, se avete un uomo così accanto. Ma non è affatto una condanna, potete scegliere se restarci o no, se continuare ad avere paura o no. Ovviamente – e per fortuna del genere umano- gli uomini non sono affatto così dal primo all’ultimo, anzi. Sono senza dubbio molte di più le donne crocerossine che i fuori di testa. Ma, fosse soltanto un caso su un milione, è giusto ribadire che chi vi ha trattato male deve andare dritto dritto a fanculo, non nel vostro letto. Quello non è amore, ma una brutta e perversa imitazione.
Non perdonate ciò che è ingiustificabile. Le domande fatele a voi stesse e cercate di capire le vostre questioni, non di sciogliere i complessi edipici del pazzoide di turno, che certamente ritiene di non esserlo.
Scappate a gambe levate dalle dipendenze sentimentali: questo vale per tutti, uomini e donne. Solo così potrete godervi l’amore che meritate.

C.