Domenicale: in diretta dall’Antropocene

(PRIMA PUNTATA). È passata un’altra settimana. Sette giorni di questa era geologica, l’Antropocene. Sfogliamo insieme i momenti salienti di questa ebdomada.

POLITICA:
_ Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nel corso di un incontro con un gruppo di nativi americani, per prendersi gioco della senatrice Elizabeth Warren, che rivendica origini indigene, ha detto, alla delegazione di cui sopra, che la Warren sembra Pocahontas. In questa misera battuta del capo del Congresso, c’è tutta la sua ignoranza razzista e la sua misoginia. Basterebbe ricordare un po’ di Storia: i calcoli dei morti fra gli indiani d’America, dall’arrivo dei colonizzatori, parlano di cifre tra i 50 ed i 100 milioni. Un olocausto. I nativi sono morti per sterminio di massa, per malattie, fame eccetera. Per una cosa del genere (la frase di Trump), per come vorrei andasse il mondo io, in particolare per la rigidità morale che mi aspetto dai politici, il Presidente si sarebbe dovuto dimettere dopo aver chiesto scusa.

_ Berlusconi, chiacchierando con il “maggiordono” Fabio Fazio (chiamarlo giornalista mi sembrerebbe un ossimoro), ha paventato l’idea di candidare alla prossima Presidenza del Consiglio, qualora lui restasse incandidabile per legge, l’ex comandante dei Carabinieri Leonardo Gallitelli. Cosa dire al riguardo? Silvio Berlusconi è un genio. Capovolge tutto il reale in un’iperbole di paradossi. In sostanza, un ottuagenario milionario, condannato in via definitiva per frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita (4 anni di reclusione), quindi un soggetto che per la Giustizia è un disonesto appurato, candida un uomo dello Stato, un carabiniere, alla guida del Paese. Un fuorilegge che tira la volata ad un uomo di legge. E’ un magnifico trucco per abbindolare qualche italiano. Chapeau.

_ Durante l’assemblea plenaria della rete “Como Senza Frontiere”, un gruppo di fascisti ha fatto irruzione ed ha obbligato la platea all’ascolto della lettura di un volantino, scritto da questi esaltati, sul tema della cosiddetta “invasione”. La notizia è la violenza del gesto che preoccupa per il senso di impunità che gli skinead percepiscono. Altrimenti non uscirebbero dai loro covi di svastiche e analfabetismo. Siamo nei pressi del 2018, ed ancora ci tocca vedere, e subire, certe scene. Una noia mortale.

TELEVISIONE
_ Molto seguito ha avuto la telenovela Daniele Bossari – Filippa Lagerback. Il primo, partecipando al grande fratello vip, ha chiesto la mano alla svedese di che tempo che fa. A colorare il tutto, suggestionando milioni di spettatori, le rivelazioni sui due, con lui che ha vissuto una forte depressione e lei che gli è rimasta accanto sostenendo che la rinascita psicologica, di lui, sia dovuta alla partecipazione al reality di mediaset. Una bella favola resa tale dal volto pulito della Filippa che sorride sempre con educazione. La ragazza della porta accanto, insomma.
Io non voglio fare il guastafeste, ma non ci trovo nulla di romantico nel chiedere di sposarsi sotto vigilanza mediatica del gf. E’ la televisione, bellezza. È tutto finto. O quasi. Ci sono dietro contratti, inquadrature concordate, copioni, marketing, obblighi pubblicitari, auditel, business, diritti d’immagine, carriere. Non c’è innocenza in tv. Vi basterebbe andare in uno studio televisivo una volta per rendervene conto. Poi la coppia in questione si sposerà e venderà l’esclusiva a “Chi”: inutile sgranare gli occhi per un fotoromanzo. Ma, d’altronde, la gente ancora mi parla della trasmissione di forum come un momento di verità. Invece recitano attori che ricevono un copione. Attori che ho conosciuto io stesso, tanto per ribadire. Se proprio devo fantasticare d’amore tramite mass media allora, finzione per finzione, lascio alle chiacchiere da parrucchierìa Bossari e Lagerback, e mi vado a rivedere Casablanca o Ufficiale gentiluomo o Love story o Harry ti presento Sally. Nevvero?

Qui pianeta terra. Domenica 3 dicembre 2017. Epoca Antropocene. Si salvi chi può.

FILIPPA LAGERBACK RACCONTA IN ESCLUSIVA A CHI PERCHÈ HA ACCE

P.

La fantasia è una fenice

Esigere pezzi di insignificanza pare sia divenuta la moda del momento. Mi sembra di essere sprofondato in un luogo in cui la bellezza non viene più celebrata e dove, se si parla degli astri, l’unica volta che si attende l’intervento delle stelle è quando, egoisticamente, si esprimono desideri nella notte di San Lorenzo. Io non sono cresciuto in un mondo così, ma sono stato un bambino carico di immaginazione, goloso dell’incanto, col cuore loquace a correre nei cortili. Anche adesso, quando mi va, alle quattro di notte, suono i campanelli di sconosciuti e scappo via. Tuttora, prima di andare a dormire, controllo i sogni restati nei cassetti, spazio con l’inventiva, mi strofino sull’arcobaleno della vita addormentandomi coi colori per svegliarmi con una memoria di luce. Sono stato bambino negli anni ottanta, e non è per nostalgia che ciancio, ma sono fermamente convinto che in effetti, all’epoca, la magia aveva la geometria estesa della fantasia, era un groviglio di possibilità, tutto s’intarsiava di un immaginario gaudioso. Per esempio, a casa, te ne stavi a gozzovigliarti con pane e nutella o con pane, olio e sale che la nonna ti brandiva come adesso Jon Snow brandisce la sua spada. E mangiavi in preda all’estasi per la visione dei cartoni animati che ti portavano ad una trepidante partecipazione. Se andavi al cinema ti districavi tra I goonies, ET, Stand by me, Ghostbusters, La storia infinita, ed essere bambino significava imbucarsi alla festa del vivere. Significava andare a dormire la sera nella propria cameretta ed avere la forte sensazione di non essere sicuro se la mattina dopo ti saresti risvegliato nella tua stanza o in un mondo di fantasia o se saresti finito in qualche pazzesca avventura. Sembrava tutto realmente possibile perché la fantasia era una sposa fedele. Quei bambini che nei film avevano d’improvviso l’occasione di sfuggire ai pirati, volare in groppa ad un cane gigante o di affratellarsi con un alieno, eravamo noi. Potevamo tranquillamente essere noi. Giocare era irrinunciabile, sognare era irrinunciabile, architettare futuri fantascientifici o sperare di incontrare folletti o gnomi erano cose irrinunciabili. Il lampadario della nostra camera, in un attimo, era il sole di un altro pianeta ed il letto su cui stavamo stravaccati, era un’astronave madre e Capitan Harlock un compagno di missione. Ci piacevano i segreti, la chiarezza dei ruoli tra bene e male, i mantelli, i castelli, le buffonerie, le canzonette immediate, le formule magiche, le favole di eroi e draghi. Ci piaceva il buio anche quando ci spaventava il suo silenzio o quel suo fare di nascondimenti. Ci piacevano certe storie di streghe, certe leggende di fantasmi, le trame horror. Ci piaceva l’invenzione, il fascino del soprannaturale, certe ombre indecifrabili e quelle simili a giganti di mondi lontani. Ci piaceva credere in un impossibile possibile. Ed era bellissimo il confine netto tra gli adulti e noi, quel nostro non appartenere alle cose dei grandi, quel nostro codice unico, quel nostro linguaggio speciale. Ci piaceva la primavera quando si rovesciava dalla giara delle stagioni e portava ai nostri sguardi colonie di insetti, lucertole stese al sole, un’invasione di margherite, possenti ronzii dei bombi. La primavera ci liberava dei troppi ingombranti vestiti invernali e facevamo la sua conoscenza sbucciandoci i ginocchi in qualche baruffa ai giardini. Abbracciavamo gli alberi e cercavamo quelli grossi per andarci ad abitare. Li toccavamo gli alberi. E toccavamo la terra. E toccavamo gli insetti. Come toccavamo sul serio la fantasia. Era sempre con noi, scintillante, gravida di tentazioni, custode di imprese strambe, gonfia di inediti conforti, granitica nel suo difenderci dalle regole e dagli schemi. C’è stato persino un tempo in cui si voleva dare il potere alla fantasia, ma la fantasia il potere lo combatte da sempre. Perché il potere impone un ordine, esercita un controllo, usa tutti i mezzi per uniformare e non diversificare. La fantasia fa l’opposto. La fantasia annovera intelligenza, caos e dimensioni, scompagina, nutre di azione i momenti statici, sfugge alle costrizioni, è allergica alla banalità, non accetta compromessi. La fantasia è sorella alla curiosità, è il diamante puro dell’essere umano, è la vetta dei sogni, la dimora dove i venti s’addestrano a soffiare.

Gli anni ottanta sono finiti da trent’anni ormai. E alcuni di noi, troppi, hanno messo la testa a posto. Ma il posto giusto per la testa è fra le nuvole. Può ancora accadere. La fantasia è una fenice; sa tornare. E’ un augurio, ma soprattutto un sollecito, il mio. Tutte le strade che vi portano ad un adagio, che vi avviano all’ordine, non sceglietele. Alzate la testa tra le nubi: potreste vedere passare un cane gigante in volo che plana con una faccia divertita. Potreste ritrovarvi, se no, dentro cent’anni di solitudine, fra alambicchi e pozioni. Potreste dover avere a che fare con la pietra filosofale. Sarà la fantasia a salvarci se saremo capaci di salvarla. Per riuscirci c’è da intraprendere un viaggio. La mappa è in soffitta, tra polvere e ragnatele. E indica il luogo di un tesoro di pirati.

In molti non hanno fatto ritorno nel cercarlo. Ma noi ce la faremo. Che l’avventura incominci e, soprattutto, che non abbia mai fine.

P.

la-storia-infinita

La tenerezza degli attori

Le tempie pulsano. Il rubinetto del lavandino continua a gocciolare con lenta, scientifica, frenesìa. Ma l’attore adesso è nel suo dirupo, ha scavalcato le azzurrità del cielo fino all’ultima stazione d’oblìo ed ha un’altra faccia; fatta di ben altre scintille, persino di rughe mai avute. Ha le mani che gesticolano come per lui non hanno gesticolato mai. Mentre le tapparelle restano giù, quasi a voler intrappolare eventuali intuizioni, rinchiudere quegli attimi esatti in cui un’idea del personaggio s’arresta tangibile, concreta, afferrabile, credibile. Ed ecco che l’attore si plasma e si fa plasmare. La salivazione cambia, il silenzio della casa è una confluenza di poesie scoperchiate e pulviscolo, di tic di palpebre e fantasia. L’attore ride, si muove, si cerca allo specchio, stringe le spalle, scuote la testa, medita un colpo d’accelerazione, immagina il plauso del pubblico, sogna sopra ad altri suoi sogni, fa una miscela di lacrime per drappeggiarsi l’anima. Poi si ferma, riprende la posizione, rilegge il copione, si annichilisce per un dubbio. Cerca del vino, percepisce vibrazioni mentre fuori il mondo gira il suo solito ciak, mentre il milionario si fuma il suo sigaro raro e gioca col martini. L’attore non controlla più l’ansia e tutto il carico di brividi che l’arte si porta via coi suoi giorni. Fa una prova di trucco casalingo, tenta una via, ricalca dei ricordi, fa in modo di copiare con eccellenza, subisce una pugnalata ad ogni movenza riuscita. Si sente bene ma si sente male. Riconosce la magia di una bellezza ch’è un privilegio però resta a domandarsi chi glielo fa fare. Poi si tocca il corpo, gestisce la respirazione, sa che il diaframma fa il suo dovere ormai in automatico, si rimpolpa del sangue dell’esperienza, di tutti i provini disastrosi e quelli emblematici, di tutti i film visti, di tutte le parti lasciate per strada nei pochi euro dentro ad un cappello, delle stelle viste scoppiettare in qualche notte poco innocente.

Poi scaglia il copione contro la finestra, urla inferocito, ha moti rabbiosi e teme d’aver perso la concentrazione. Non è convinto del costume o della camminata. La voce, poi, forse non è all’altezza. E allora ci vuole un’altra sigaretta nell’attesa d’essere morso da un barbaglio creativo per evitare di riempirsi di ubbie, per non saltare in groppa alla sempre presente malinconia.

Ed eccolo lì l’attore, sempre dalla stessa parte, quella della solitudine, del proliferare di sacrifici, dei nudi che non imbarazzano perché la vera nudità è l’invadenza dell’arte che gli esplode nell’anima. Eccolo lì l’attore, eremita fra assi di legno o in bilico su vecchie pellicole, mentre somiglia a tanti ed a nessuno, mentre si fa strumento per le avventure che vivrà gelosamente, così simili e dissimili alla tristezza ed all’estasi. Ed eccolo lì l’attore che non ha amor proprio e ruba ogni fibra dai paradisi artificiali, che rincorre emozioni coi nodi in gola e la follia iperbolica e ci grida aiuto. Che si recinta di nuvole tra un camerino ed un altro, che fa piovere intingoli d’amore e meraviglie, neve estiva, intrusioni di tempo e deserti d’alfabeti. Che si veste di linguaggi, che asciuga pianti e s’infligge sovversivi colori, che medica i desideri ed ammala gli sguardi, che ha in custodia tutto il dolore del mondo, ogni granello di sabbia, ogni gargarismo del mare, ogni sveltezza di vento.

Bisogna amarle le attrici, occorre amare gli attori. E’ necessario difenderli. Anche quando con la loro indole sensibile fanno la faccia dura e inveiscono fuori dai denti schiumando ostili. Bisogna saperla cogliere tutta quella tenerezza che li avvolge, tutta quella resina che li brucia di facili malinconie e li ammalia di paure e inattesi eroismi. Perché hanno i sentimenti dei vecchi e le esplosioni dei bambini. Bisogna amare le attrici quando sono stanche, quando titubano, quando si fanno volutamente odiare. Bisogna amarli gli attori quando coniano scortesie, quando non mostrano tutto il loro mosaico, quando dondolano indecifrabili.

L’attore è fatto di corticircuiti, di sporgenze, di giravolte e macerie, di sfavillanti sereni e chiarori inesauribili.

L’attore si deve soltanto accettare radicalmente perché è un prodigio guasto che sublima la sua inconsolabilità reclamando amore.

P.

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Giorgio Montanini, la satira e le cicale

I comici ed i poeti spesso hanno la stessa esistenza dei clown: si mettono il naso rosso come uno scudo che li difende dalla vita. Ma la vita vince sempre. Oltre e dietro le battute e le risate c’è il trauma dell’esistenza con tutto il suo carico di malinconia, solitudine, fragilià ed inquieta sopravvivenza. I poeti ed i comici sono creature che “riempiono del loro canto cielo e terra” come fa la cicala di Esopo. Giorgio Montanini, segni paricolari comico, è una cicala, un nemico pubblico perchè non si allinea al resto del mondo fatto da formiche disciplinate e di massa integrata. Giorgio Montanini canta fuori dal coro la sua storia. Ha rischiato di non nascere. Fino all’ultimo giorno possibile per abortire i suoi genitori furono incerti se tenerlo, ultimo arrivato di quattro figli. Forse la sua satira parte da lì. Satira è una parola che deriva dal latino “satura lanx”, il vassoio pieno di primizie offerte agli dei. E’ la solita storia: da Aristofane alla poesia orale giullaresca, da Pasquino a Lenny Bruce, da Cervantes a Bukowski, da Baudelaire a Bill Hicks fino a John Belushi. La solita storia in cui la poesia e la comicità hanno camminato parallelamente. Nella buona e nella cattiva sorte. Col nasso rosso come coperta di Linus.

Intervistare Giorgio non è stato facile perchè, appunto, è un comico ed inevitabilmente il miglior rapporto possibile con lui è quando è sul palco e lo si ascolta. Ed è il modo più immediato ed efficace per sentire, attraverso i suoi monologhi, la sua essenza. Lo abbiamo incontrato prima di un suo spettacolo, birre alla mano e basilica di Loreto alle spalle, in compagnia dell’amico e collega Francesco Capodaglio, che ha aperto la serata con un suo divertente ed originale monologo.Montanini

Giorgio racconta se stesso attraverso l’arte della satira e non risparmia nessuno, non ha scrupoli, esercita la sua libertà di espressione come forse pochi comici, al momento in Italia, riescono a fare. Graffia, ragiona e provoca; il suo punto di vista è un invito alla riflessione. Tutto ciò lo fa con onestà intellettuale ammettendo che la satira non vincerà mai, che non cambierà le cose, che è uno sporco lavoro. Che non è, non può essere per tutti, che è anti-sistema sempre. Nel nostro Paese, oggi, c’è un bisogno enorme di far capire che il re è nudo, soffocati come siamo dal Vaticano, da una politica ipocrita e televisiva, piena di squali famelici, da barriere culturali ormai superate dagli eventi, da una guerra fra popoli, da assenze di punti di riferimento, da una militarizzazione bigotta che assedia quel minimo di pensiero critico. C’è bisogno di comici come Montanini, di una satira come la sua che non solo fa ridere molto, ma tenta di aprire gli occhi nel tempo breve e incalzante di una battuta. Dal palco, Giorgio ci dice che si può vivere diversamente, che essere una formica è comodo ma la vita è un’altra cosa. Non è un guru Montanini e non vuole esserlo, non trascina le folle da capo-politico. Anzi, spesso emerge un edonismo che altro non è che un tentativo di ascesi viaggiando sempre al centro della notte, controvento, sublimando in virtù pulp la necessità di riuscire a farcela. Perché questo fa il comico: sceglie di fare ridere per difendere se stesso dagli scherni della vita, cercando di farsi albatros e di salvarsi da quest’esilio in terra.

Giorgio si divide tra Fermo, sua città natale, Roma, dove lavora alle puntate di “Nemico Pubblico” e le molte città in cui va in tour. E’ marchigiano, come noi. E’ vissuto nei quartieri più malfamati crescendo tra bulli, tossici, ladruncoli e amici che non ce l’hanno fatta. Conosce la strada e l’effetto che fa. La sua gavetta sono state le sagre e le piazze di provincia che, puntualmente, vuotava e che giustamente ricorda e giustamente massacra scherzandoci su nei suoi spettacoli. Parla di sesso, religione, razzismo, di vizi e tabù, cioè degli argomenti che, sin dalle sue origini, la satira plasma e piega rivelandone le contraddizioni.

Giorgio ha avuto il talento e la fortuna di approdare in televisione, da dove può raggiungere un bacino di pubblico che, altrimenti, non avrebbe mai raggiunto facendo stand-up comedy unicamente nei locali e nei club, come nella tipica tradizione anglosassone. Ma è proprio lì, sui palchi stretti e spesso improvvisati che lo ospitano, a pochi metri dagli spettatori, mentre suda e beve e non stacca mai la presa dal microfono, che Montanini è veramente formidabile. È questa la dimensione per conoscerlo ed apprezzarlo al meglio.

In cantiere ha però anche altri progetti, che spaziano dalla scrittura di un libro (del quale siamo molto curiosi) al mondo del cinema, di cui si dice molto appassionato. Ecco, la sensazione è che Montanini abbia ormai un suo stile definito e che nonostante ciò non abbia finito né di crescere né di stupirci. I suoi 38 anni sono lì a testimoniare quanto ancora potrà migliorare, pur essendo già tra i più bravi.

Giorgio è un guerriero e il palco è il campo di battaglia dove lotta fino all’ultima offensiva, dove schiera le sue ossessioni ed i suoi valori, dove loda Van Gogh, Charlie Hebdo, Charlie Parker, Piero Ciampi, Kurt Cobain e tutti quegli angeli maledetti che hanno pagato su se stessi l’arte di non saper vivere. Che è, forse, la vera arte del vivere.

tucano'sChica e Peppe

Friend zone -amici o fidanzati?

C’è questa trasmissione su mtv dove ragazze e ragazzi confessano di essersi innamorati di un’amica o di un amico nella speranza di essere ricambiati. E’ un format americano. Molto brutto come regia e sceneggiatura. Mi ci sono imbattuto per caso, ovviamente. Credo sia un’operazione commerciale che sfrutta il tema popolare e molto sentito dell’amicizia, in particolare tra uomo e donna. Insomma, mette in gioco tutte le dinamiche classiche: ci può essere amicizia fra due persone eterosessuali? Inoltre usa degli espedienti tra la soap opera e il romanzo romantico. Cioè spinge lo spettatore a chiedersi se tra due amici che si mettono insieme può nascere il vero grande amore eterno. Ebbene, ora, ci ragioniamo su.

Innanzitutto chiariamo: tra amici non ci può essere sesso perché si fa sesso tra fidanzati o tra single che decidono liberamente di copulare. Il cosiddetto “trombamico” è un neologismo per definire una figura con cui oltre al mero rapporto sessuale c’è una sorta di confidenza, una frequentazione. Ma questa, appunto, non è amicizia, bensì un rapporto tra due persone che si fanno compagnia. Tra due conoscenti che cedono ad un’attrazione. Detto ciò bisogna ammettere che l’amicizia fra maschio e femmina è difficile. E lo è proprio per la componente sessuale. Nel senso che in molti casi, soprattutto da parte dell’uomo, c’è una insincerità ovvero lui finge di essere amico di lei, ma se la farebbe volentieri. E ciò è assai squallido perché l’amicizia è sacra. Poi esistono anche casi in cui davvero una relazione nasce da un’amicizia e ad un tratto evolve in altro. Succede. E questa è la conferma che nella vita mai dire mai.

Può pure capitare che una sera, dopo tanto alcol e tanto volersi bene, una coppia di amici, la carne è debole, ceda alla copula. Ma in verità ciò significa che prima già c’era un segreto interesse, magari ipocritamente celato da entrambi.

Quando un’amicizia tra femmina e maschio resiste e si salda, diventa una gran cosa. Unica. Potente. Appagante.

La modernità ed alcune posizioni di comodo ci vogliono far credere che si può fare sesso tra amici. Io non la penso così per l’idea che ho di amicizia. Dal momento in cui c’è un incontro di natura sessuale immediatamente finisce l’amicizia. O si svela come un’amicizia ch’era finta o, nella migliore delle ipotesi, l’amicizia s’è trasformata in amore. L’amicizia è asessuata altrimenti non è un vero rapporto d’amicizia.

E comunque, per tornare all’introduzione relativa alla trasmissione televisiva, beh, se nella vita qualcuno di voi vuole uscire dalla friend zone, gli consiglio di non fingere amicizia aspettando per 2-3-7 o 10 anni prima di rivelarsi e confessare i propri sentimenti. Perché non è onesto per nessuno e perché vivere è già un lavoro a tempo pieno. Un lavoro di merda, ovviamente.

P.