In mutande

Halloween è passato e ieri sera non ho aperto la porta ai bambini che hanno citofonato per le caramelle. Non potevo interrompere la lettura del fumetto di Crepax. Siamo a novembre ed imperversa un sole micidiale, si squagliano tramonti fluo, la luna si fa notare come il culo di Claudia Koll in “Così fan tutte” di Tinto Brass. In America c’è stato un attentato, e non si capisce quanto sia coinvolto Trump nel “Russiagate” (finirà con l’impeachment?). L’America è grande, staremo a vedere. Intanto la Corea e l’Iran avanzano per il nucleare. La Cina sta per regnare il mondo, l’Europa è vecchia, stanca e piena di ignorantelli nazisti. L’Africa preme e si ribella per essere stata trattata, da noi coloni, come la pattumiera del mondo. Non sono sbarchi; è la rivoluzione nera. E io parteggio con l’Africa, che sia chiaro. Sto con tutti gli ultimi della terra ovunque.

Ma, considerazioni geo-politiche a parte, mi sento un pirata in questi fiumi d’asfalto che sono i marciapiedi della mia città, e non riesco più a stare solo senza la mareggiata che si vede negli occhi dell’amata. Ma non so più neppure stare in compagnia e a volte mi manco tutto per me. Passerà o non passerà mai? Non lo so, comunque per sicurezza mi faccio un pieno di stelle e pazzia e porto avanti quelle quattro scelte sbagliate per avere l’ennesima scusa di vivere le notti più marce, come quelle quando stai così piegato sulla disperazione che persino uno starnuto di vento ti accalda quanto un punch. Tutto questo è vivere o improvvisare? E’ sicuramente il mio unico copione recitato nel teatro della vita. Va bene così: la vita è un gioco che finisce per ucciderti, fatta di esili illusioni e voli d’Icaro per sentire sulla pelle una corsa felice di brividi, per calpestare i sensi fino alla vertigine e passare dal romantico al ridicolo in un attimo. Perché siamo sempre fuori tempo, sovrastati da cenni d’assoluto quando la bellezza ci prevarica.

Me ne sto in mutande, ora. Non mi va neppure di andare a pisciare. Mi piacerebbe all’imbrunire finire dentro il souvenir del mondo e vedere uno sciame di fiocchi di neve sbiancare le strade e gli alberi. Oggi sto così, senza smettere un’immaginazione, senza dimenticare i tuoi baci lasciati come delitti, le rime liliali, l’interminabile lamento del mare, e il più basso inferno in cui hai deposto il mio cuore dopo averlo strappato al sogno di noi. E me ne sto qui in mutande mentre tu te la ridi o ti fai schifo per come sei finita paralizzata dai doveri, chiusa in un circolo vizioso di obblighi e ripetizioni abitudinarie.

Che tramonto stai vedendo adesso? Brulica d’arancione o ha una storia comica? C’è la musica? E il mare li fa i suoi gargarismi con le onde? E lo guardi l’orizzonte che non è un granché come divisorio? Te le ricordi le poesie che intonavo? Ricalcavano il tuo corpo, vaneggiavano di gelsomini e agguati…

Me ne sto in mutande pronto a scrivere gli ultimi inutili versi, pronto a morire, pronto a ricominciare, pronto a scovare un amore nuovo senza ammainare la bandiera della mia libertà. Un amore nuovo in questi avanzi di civiltà, tra Pechino e New York, per perdermi in un trionfo di errori e lingue intrecciate, asserragliate nella trincea del destino. Fino a rendere tutto fenomenale. Fenomenale come il rosa dei fenicotteri, la danza dei cigni, il riverbero dell’ignoto, la squisitezza della tua assenza, le concessioni del cosmo, la tua schiena nuda chinata davanti a me.

Qui si vive a quanto sembra, si tira avanti tra un herpes e le convulsioni dell’ansia, tra un’insonnia e quel qualcosa che ti mette il capriccio del sesso. Qui si vive, ci si battaglia dentro, si divampa come redivive galassie, si è superstiti di quotidianità nodose, di disseminate mancanze.

Qui si vive ancora e ci si incrocia gli sguardi per estorcerci affetto, per calibrare pozioni d’amore, per un itinerario di rampe di baci e malintesi di poesia.

Qui si vive a quanto sembra. Mentre me ne sto in mutande. Pronto a tutto. Al gran finale. All’autenticità più violenta. A me e a te. A te senza me. A me che deturpo preghiere e non guarisco dall’innocenza.

A me che sono la tua giovinezza nonostante me.

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P.

Per non sentire freddo

Sarebbe bello dirci che non moriremo più, o che creperemo e torneremo per sfottere la vita con un giro di tango. Invece siamo ancora qui a sceglierci per sbaglio. Un po’ tappezzandoci d’illogico azzurro, un po’ tremando di eternità.

E quindi? Quindi un cazzo!

Andiamo avanti: patetici, scivolando negli errori, esplodendo di sogni arrugginiti, così claustrofobici chiusi nell’ascensore delle incertezze.

Io sono al pub stasera. A non inventarmi nulla tranne un inverno attuabile, tranne un segno possibile di amore che passi sopra i marciapiedi e non si degradi alla prima pioggia.

Sono al pub perché la ragione non è strettamente fondamentale.

La ragazzina al lavoro, da dietro il bancone, mi chiede cosa sto scrivendo ed ho pudore a dirle che sono un poeta. Le faccio un ghigno e le dico che ho un blog da 11 anni e che non è poi così importante. E lei mi domanda, quasi a leggermi negli occhi, se mi piace la poesia. Ancora una volta le nego parte della verità e non le spiego che la poesia è tutta la mia vita. Le mormoro un semplice “mi piace”.

Ma stasera non è aria, non sono intenzionato a conversare. Voglio solo scrivere. Scrivere, ad esempio, che per me dio non può più nulla, non è più necessario ormai. Scrivere di come eravamo, di come siamo sfortunati in gioco ed in amore, di come cerchiamo distrazioni per congelare il dolore che rovesciamo di continuo. Ho voglia di scrivere le nostre storie appese a un filo, degli operai che si chiudono alle spalle la porta di casa alle sei del mattino. Io desidero scrivere i bagni di birra in cui vedo nuotare quei poveri cristi quali siamo. Scriverò delle tue rughe che sono canzoni, delle volte che nascondi un brufolo sotto il fondotinta, di quando senti che il tempo passa e la nutella non è più nella credenza. Di come lecchi il cucchiaino per il dolce al ristorante. Voglio scrivere delle svolte rimandate, delle sere che vale la pena tirar mattino, del caffè che non hai mai imparato a fare bene, del tuo compagno che non si ricorda di dirti che sei bella. Voglio scrivere della fiducia verso l’istinto e della sfiducia nei riguardi della saggezza. Voglio scrivere di te e riempire quella tua valigia vuota, che pesa proprio perché non ci metti mai nulla anche se dici che vorresti partire. Voglio scrivere di quello che so di te e che nessuno capisce. Voglio sgranare le parole per assisterti ad ogni sosta, ogni volta che t’arresti e tieni a stento un equilibrio. Voglio scrivere di quando ti tocchi, dei tuoi capelli che riposano nel miele, delle tue cosce aperte per rimandare di un giorno il senso di fine. Voglio scrivere di cortei e rivoluzioni, ma senza armi o slogan di partito. Voglio elogiare lo scarafaggio e il topo, la risata dietro al boccale, tu quando perdi il sonno e guardi fuori da dietro la persiana accendendoti una sigaretta. Voglio scrivere dei fallimenti, dei cilindri truccati dei maghi, degli abracadabra del destino, delle estemporanee carezze o le abitudinarie pacche sulle spalle. Di quando stiamo insieme in un principio di energia che sembra buono, che sembra bello, che è erotico. Voglio scrivere degli anziani abbandonati, dei disabili, delle fenditure dell’anima dei cattivi e di come i più cattivi siano i bravi. Voglio scrivere di amori involuti, traditi, rimasti platonici e potenti, dei pregiudizi infondati, della luna sopra i coppi quando ci viene più vicina per lasciarci più indecisi.

Voglio scrivere dell’umanità che siamo, delle nostre miserie ed epicità, delle vigliaccherie e dei riscatti, dei finali aperti e dei lutti annunciati, dell’orizzonte quando sfiora il crollo, del ricominciare con l’ostinazione di una tartaruga che vuole guadagnare il mare.

Voglio scrivere di questa follia che ci macera,ma nello stesso tempo ci tiene in piedi. Non ci sono altre vie per tenere botta, non ci sono altre opzioni se non la malattia. L’idea non è guarire, ma ammalarsi. Con la poesia è un po’ più facile, ma più crudele. Saresti la benvenuta, saresti il benvenuto.

Di questo scriverò. Per smetterla di sentire freddo.

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P.

Il mio Manifesto Romantico in caso di amore

Sarà questo asfalto rugato di crepe o l’odierno sole che non ha salvato neppure questa mattina, che penso a noi. A quanta fatica faremo se decideremo di non farci bastare niente dell’amore. Sono stato un uomo colpevole, ho passato viali di lividi ed inferto crudeltà. Non sono bravo ad amare senza devastare l’anima. Tutto deve essere rivoluzione per me, un sottosopra onirico, un estremo, lungo, addio.

Sarà l’odore del caffè che fuma dalla tazzina smussata, sarà la gatta che continua a fissarmi, ma penso a noi. A noi che potremo vedere cento lune e andare sui carboni ardenti, a noi che potremo farci jazz e improvvisare tutto senza futuro. Perché l’amore so viverlo solo così; delicato, ma virile, selvaggio e romantico, imbastardito ed erotico, decostruendo e non costruendo, issandoci tronfi di albe, inabissandoci perduti nel bisogno di malinconia. Non ti prometto nulla di vittorioso in questo amore, ma soltanto la purezza di un rovo di parole impiccatesi per la poesia. Ti prometto che ci sembrerà di essere liberi perché saremo la libertà stessa. Non ti prometto disciplina, non giurerò ipocrisie, non mi farò addomesticare e non addomesticherò te. Ti prometto di stentare, di inciampare, di avere strani silenzi creativi, di portarti al mare e di non difenderti da me. Ti prometto mistero, tuffi nelle notti, crepacuori, vino dappertutto, carnalità. Ti prometto irriverenza ed attimi fuggenti che lasceremo passare, prometto sorsi lenti nei miraggi e rabbia ribelle ed incosciente.

Sarà che ho scoperto che non me ne frega niente della saggezza, sarà che mi somigliano gli ideali che lasciamo morire, sarà che i segni mi incurvano le cicatrici, sarà che sei così bella che la guerra nucleare dovrebbero farla per te. Una strage. Un olocausto solo per te. Perché o sei con me o nessuno al mondo dovrebbe sopravvivere. Perché io per te, prima ancora di conoscerti, sono morto tante volte come è morto l’immenso in ogni suo spigolo, come muoiono le campagne sotto i morsi digrignanti del gelo. E morirò per te crepando spiaggiato come una balenottera, creperò come la pioggia quando si arrende e cade. Io c’ero per te e tu manco eri nata ed ho visto le estati prima di te fino ad ora, perché adesso l’ultima mia estate sei tu. E ti berrò fino all’ulcera, fino alla cirrosi, fino alla fine che spazza via ogni maledizione e lascia gli altri a rimuginare su come perdono tempo senza un amore così.

Ecco cosa saremo, quello che ti prometto; bestemmie sane, piene, vanitose, orgogliose di rifiutare dio. Ti prometto nessuna sedazione, ti prometto che ti leccherò come fa il vento con le dune mosse del deserto, che ci consumeremo nella gloria della vita così sbagliata, così avvinghiata all’oro delle nostre ombre, così carica di spasmi, così furoreggiante nelle coincidenze.

Sarà questo incontrario, questa botta d’allegria, questo tacere mondi, questo perpetuo volare, ma io so soltanto amare coi calici in alto, con la pelle tesa al coito, con l’aria che porta scompiglio, con il gusto del pericolo, con mancanza di cautele e mosso da frenesie di baci. Ci faremo pianoforte e quindi musica, perché c’era la musica la prima volta che ti ho vista arrivare, e non importa se non ricordo la canzone, mi resta la memoria che mi ero innamorato e non lo sapevo. Non voglio conoscerti adesso perché ti conosco già. Non è poi così importante sapere chi siamo, conta solo viverci e allontanarci dal mio e dal tuo buio. Dal grande buio.

Questo posso prometterti; che ce ne andremo via, che sarà romantico e guasto, che sarà possibile, che ci solleveremo prima di essere sconfitti.

Adesso, però, “vattene che mi manca la tua assenza”

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P.

Il primo giorno del resto della nostra vita

Supponiamo che non ci sarà la terza guerra mondiale. Supponiamo, per fortuna (?), che resteremo semplicemente a leccarci le ferite solite; il dover lavorare per sopravvivere, un matrimonio fallito, il grande amore perduto, piccoli pentimenti, la dieta mai portata a termine, qualche lutto, l’infarto del vicino che ci disturba la domenica, l’indignazione che dura il tempo di un servizio al tg mentre il sugo ci cola sul lato destro della bocca. Supponiamo che tutto resterà com’è: tra l’ultimo iphone e una ruga in più ogni mattina allo specchio, tra la cena con gli amici e la solita influenza virale, tra la giostra dei problemi sentimentali dell’amica troietta e la bolletta della luce, tra l’occasione persa sabato sera con la tipa e la crema per le mani. Tra la fatica di farsi accettare per ciò che si è e la puntata finale di x-factor, se l’ego di Manuel Agnelli si scansa in tempo. Tutti i santi giorni una fotografia di noia, di ripetizioni, di calamità mediocri della nostra mediocre vita in cui passiamo il tempo a fuggire ovunque senza seminarci. Che poi tutto è più complicato perché voler bene a se stessi è un rancio puzzolente da ingoiare, non è mica semplice. E poi la crisi, il natale triste alle porte, i vestiti da lavare, il rumore insopportabile di tutti quelli che hanno sempre voglia di avere ragione. E il cliente da sfanculare, le nostre patologiche manie, le impalcature dei pregiudizi da continuare a montare, la carne sul tagliere, i blandi eufemismi di Salvini, le discussioni sui Radiohead. Insomma, la solita solfa che s’incastra nel nostro agire telecomandato, nel nostro stile abitudinario, nel nostro autistico modus operandi, nella nostra criticabilissima ansia del controllo.

Ma signore e signori, l’ordine ha fallito. Le dittature hanno fallito. Le democrazie hanno fallito. Le guerre pure. La pace anche. L’anarchia altrettanto. Baggio ha fallito il rigore ad Usa ’94. Gli addetti del comune sbagliano a fare le strisce pedonali. Benigni ha sbagliato a vendersi come un’ancella di regime. Sì, d’accordo, ogni tanto facciamo furore. Rinunciamo alla minestra, provvediamo a liberarci delle zavorre, facciamo quelli intellettualmente apolidi, ci pare persino che ci stia facendo bene andare in terapia. Ciononostante il mondo resta così come non lo vogliamo. Rotola nella sua stessa merda, in un avvenire che pretendono di spiegarci. Perciò timbriamo il cartellino dei respiri e non distinguiamo più la primavera, la nasa gioca coi meteoriti, gli oceani si incazzano, la luna se la tira, Malgioglio dorme su lenzuola in morbido raso e dettagli di paillettes.

Ma sarà bello continuare ad onorare quel che ci rimane da onorare, capire come sia stupido negare un abbraccio in più. Smetterla di girare la lama e dissanguarci. Credere che possiamo raggiungere certi orli di cielo dove si annodano gli arcobaleni per non cadere giù, tramutare il dolore in amore, in un amore miniera di vita, eversivo, demonio sexy. In un amore che sappia di inizio e costruzione, che possa cambiare le cose, che rimproveri gli angeli se si son fatti servi di dio. Di un amore che ci faccia uscire, che colori la sera, ma in punta di piedi, che sembri sbagliato ed assurdo ed invece conosce tutti i mari di ieri. Un amore che ci ricordi la necessaria violenza della poesia. Che se la giochi ai dadi. Che sia pamphlet contro quest’ignoranza assillante, che renda disoccupati i medici, che rimuova il fango che c’intorbida.

Supponiamo un amore, quindi. Più che altro un’altra idea di amore; più dispersa, meno saggia, più inquieta, meno scontata, più in fermento dei fermenti sociali, meno gabbia, più felina, meno serra, più fiore di campo.

Come altro dovremmo guardarci se non sfiorandoci così?! Di un amore che non ci salverà se non per il tempo di andare oltre il tempo. Di una storia di destrezze in volo ed espiazioni, di concomitanze ed eresie, di pane e scanzonati attimi.

Fatevi venire a prendere con quegli occhi vividi dei bambini quando la parola prova a spiegarsi. Fatevi venire a prendere perché stiamo tutti cercando una maniera per non aver paura, un senso al continuo restare, un parziale risarcimento per essere nati qui.

Perché ogni giorno è il primo giorno del resto della nostra vita. Dobbiamo non attenerci al copione.

Significhiamoci tutto. Tu per me. Io per te.

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P.

Dopo la fine del mondo

Dedicato alle città colpite dal terremoto nelle Marche – ottobre 2016 – ed a tutti i terremotati del mondo.

Quando guardi la montagna che ti è davanti, che ti porge la sua statura, che ha sentieri di croste e terriccio, la vedi con sudditanza. La ammiri nelle sue recite di silenzi quando fa la finta muta per sembrare senza vita. La osservi e sai che a sua volta quella cima è fissa su di te. E ne ha vista passare di gente come te che le sei un futile pizzicotto sul suo dorso. E te ne stai lì ad un passo dal cielo, sotto lo strusciarsi dello zucchero filato dei nembi, accanto ad occasionali starnuti di vento. Stai lì a cercare cicatrici tra i sassi, erba nuova, una qualche trasmigrazione, il respiro degli alberi, un segno qualsiasi dalla vetta. O ti capita di vedere l’azzurrità prima che vada in brace, così incendiata di tramonto, così vorticosa ed innamorata della giogaia che ti circonda. Uno spettacolo meglio di una serie tv, della tua canzone preferita, della sbornia del sabato, dei selfie al ristorante di sushi, meglio dell’ultima canna che, finalmente, ti concilia un po’ il sonno che hai perso da quando non credi più alle favole. Davanti alla montagna senti in diretta di star vivendo già un ricordo, e quindi uno strappo, una baldoria di malinconie come le cose irrisolte che ti sei portato nello zaino, come la fatica di farcela.

E siccome la ami, la montagna, ci sei tornato. Un anno dopo la fine del mondo. Quando il terremoto decise di ricordarci un sacco di cose e di ricordarcele con la sola espressione a cui è condannato.

Ci sei tornato per un dovere morale, per un richiamo invincibile, per restituire qualcosa dopo aver depredato tanto a questi luoghi. Posti dove da bambino facevi le capriole mentre i tuoi genitori sembravano immortali e gli adulti erano gli adulti e tu avevi fretta di crescere, ma nello stesso tempo non te ne fregava niente perché il buio lo sconfiggevi con la fantasia.

Zone in cui stendersi sui prati con gli amici, fare ottime mangiate, avere un proponimento di libertà. Luoghi dove portavi la fidanzatina perché la pioggia che scende sui monti non la dimentichi più, perché quei baci pieni di futuro di scintillanti speranze, non sono tornati più. Posti dove fare escursioni, recuperare quel battito primordiale incarcerato dalla tecnologia. Località in cui ritrovare un po’ quell’istinto della pietra e del fuoco, quando il mondo era tutto da inventare, quando la storia dell’uomo non era nell’utero dei giorni.

Un anno fa tutto questo è crollato. Venuto giù in un lampo infinito. Le case devastate, pezzi di montagna divelti, ponti sbriciolati, storie uccise, zolle sconquassate, campanili sfregiati di crepe, pensieri giovani funestati di rassegnazione. E un anno dopo, laddove giocavi, amoricchiavi, ti tuffavi in spensieratezze nei lunedì di pasquetta con gli amici, adesso c’è un unico grande cimitero che sembra così uguale al tuo cuore infranto. Così identico alla desolazione che ti porti dentro, così misero e vinto come lo sguardo dei poeti.

Al suolo pietre e membra di abitazioni rotolate nell’oblio. Davanti zone rosse e momenti di un tempo immobilizzato come una Pompei nelle scene di vita a fermo immagine. Fantasmi. E intorno ti volti e sembra ci sia stata la guerra. Invece è stata la fine del mondo. Perché quando a qualcuno gli si uccidono i ricordi ed il proprio posto dell’anima, il mondo finisce.

La contempli, la montagna assolata, pettinata da fiori e fogliame, la segui nella centellinata corsa per bucare l’etra. E ti arrendi. Perché è la sola cosa più nobile da fare. Ti arrendi definitivamente. Per sentire ancora un po’ di vita, per toglierti dalla testa l’acufene quotidiano che riproduce il ghigno di Trump, la malattia di Kim Jong-un, la topaia di questa Italia, la Siria che si squaglia sotto le bombe, l’Africa ridotta a pattumiera. Questo acufene che resta, impertinente, come un sabba, una festa del male che sopprime le voci, gli amori che saranno, quelli che erano, i sogni, e noi. Resta mentre la natura è qui. C’è sempre stata, ci sarà quando l’uomo si estinguerà. La terra è viva, è pettegola, è allergica alla staticità, è fatta di afflati e coinvolgimenti, è frastornata dai colori, è pazza, misteriosa, mamma premurosa e matrigna omicida. La vedi, te ne immergi, ma vedi anche lo Stato. Vedi che un anno dopo il fallimento di democrazie, governi, burocrazie, capitalismi tutto è contro. Non contro l’evoluzione, ma l’elevazione. Elevarsi è una possibilità che ci resta di ribellione e speranza. Ma la speranza è giusto lasciarla agli illusi. Il mondo ha fatto la sua parte. L’hai fatta pure tu con quattro versi del cazzo e tanto egoismo. Ti sei fatto fottere e stai cominciando a marcire perchè sei all’ultimo stadio. Ti è rimasto qualche trasporto d’amore, qualche stramba coincidenza che ti porta a giustificare l’autolesionismo. Ti è rimasto un ultimo atto d’amore fra i tuoi imbarazzanti tentativi di farti amare. Ti è rimasto scrivere. Ti è rimasto il tempo di un addio perché la festa è finita. Non doveva andare così. Non in questo modo. Non in questo mondo.

Guardi la montagna probabilmente per l’ultima volta, per l’ultima giovane estate. Ti consoli nella dignità di questa gente delle Marche che nelle avversità, con fatalismo e forza d’animo, è ancora in piedi. Guardi la Martina ed Andrea, che ti hanno accompagnato, e ti viene voglia di domandargli scusa. Di tutto. Di quello che sei. Di come sei. E invece ti limiti ad un doveroso grazie. Martina ti dice che, qui dove siete ora, la prima attività a riaprire dopo il terremoto è stata il pub. Sembra uno scherzo del destino. Tu ci hai sempre creduto nei pub. Sono stati la tua vera casa e adesso, a breve, la tua tomba. Ma le coincidenze sono stupefacenti per questo.

La vita, se riesci a viverla, è solo un bellissimo modo di morire.

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P.

Piove

Piove. Sono le 19:30 di sabato sera, credo in settembre, non ricordo il numero. Mi sono messo il pigiama di già. Mi aspetta una lunga notte, ma non mondana bensì casalinga. Una traversata insonne a leggere, scrivere, guardare film, compatirmi, immaginare un amore indimenticabile. Non sono triste, però. Anche se me lo chiedo cosa stia facendo della mia vita; se sono approdato al massimo ottenimento del suo significato o no. Perché quello che sto vivendo mi piace assai. Lo trovo eccitante e spericolato, decisamente sopra le righe. Ed io ci sguazzo. Il sabato sera, invece, lascio la scena agli altri. Li lascio tra le luci, le baldorie, il tirar tardi, le macchinate, gli appuntamenti. Io mi godo il disordine della mia camera, le pile di libri sulle due scrivanie, i fumetti sparsi sul letto e per terra, le compresse di passiflora che dimentico sempre di prendere e che quando le prendo non mi fanno nulla.

E’ sabato e piove. Su di me sono passati millenni di foglie cadute per colorare autunni, dolori d’abbandoni, fallimenti amorosi, sangue per la libertà, ossessioni di poesie, tormenti di perdoni da chiedere o dare.

La pioggia lava l’aria mentre ho accumulato storie sospese, ipotesi di futuro, occasioni sprecate, guai inevitabili. Siamo tutti afflitti dai danni del vivere, tutti stanchi, ingenuamente ottimisti, cocciutamente propensi a sbugiardarci. Forse il destino è una scatola vuota o un’inconsolabile perdita di tempo, ma la pioggia mi ricorda quanto è fondamentale cadere. Va bene così, alla fine. Anche se da qualche parte lei non riesce a sentire il tuo amore, anche se non dormirai mai più, anche se te le fanno pagare tutte,. Paghi ogni briciola di felicità che raccogli da avanzi di sentimenti, paghi a caro prezzo. Paghi ogni gratificazione perché porta con sé una battaglia, paghi ogni complimento perché ti devasta. Ed ogni idea riuscita la devi difendere dalle imboscate. Ogni bacio che lasci in un’altra bocca si trascina dietro catene, imperfezioni, lontananze, rimbombi di solitudine.

Piove con tenerezza, ancora. Fa meno male dei ricordi, però. E’ un acquerellarsi in grigio che ti erode il cuore mentre ti capita di pensare a chi non è qui.

Piove pioggia leggera curvando sui tetti e le grondaie, scolando rimpianti e attimi consumati di speranze malriposte. Piovono lacrime tenuemente come brividi, come sospiri di innamorati in attesa, come un lieve volo di pettirosso, come la sfilza di suggestioni che sai di urlare dagli occhi.

Piove. Cadono spilli di cielo, aghi di vita, gocce di nuvole.

Piove la verità. Piove sopra tutto. Sull’anima. Dice tutto di noi. Scivola smarrendosi in ogni cosa come la vita.

E non serve a niente, ma si rende utile. Un po’.

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