In mutande

Halloween è passato e ieri sera non ho aperto la porta ai bambini che hanno citofonato per le caramelle. Non potevo interrompere la lettura del fumetto di Crepax. Siamo a novembre ed imperversa un sole micidiale, si squagliano tramonti fluo, la luna si fa notare come il culo di Claudia Koll in “Così fan tutte” di Tinto Brass. In America c’è stato un attentato, e non si capisce quanto sia coinvolto Trump nel “Russiagate” (finirà con l’impeachment?). L’America è grande, staremo a vedere. Intanto la Corea e l’Iran avanzano per il nucleare. La Cina sta per regnare il mondo, l’Europa è vecchia, stanca e piena di ignorantelli nazisti. L’Africa preme e si ribella per essere stata trattata, da noi coloni, come la pattumiera del mondo. Non sono sbarchi; è la rivoluzione nera. E io parteggio con l’Africa, che sia chiaro. Sto con tutti gli ultimi della terra ovunque.

Ma, considerazioni geo-politiche a parte, mi sento un pirata in questi fiumi d’asfalto che sono i marciapiedi della mia città, e non riesco più a stare solo senza la mareggiata che si vede negli occhi dell’amata. Ma non so più neppure stare in compagnia e a volte mi manco tutto per me. Passerà o non passerà mai? Non lo so, comunque per sicurezza mi faccio un pieno di stelle e pazzia e porto avanti quelle quattro scelte sbagliate per avere l’ennesima scusa di vivere le notti più marce, come quelle quando stai così piegato sulla disperazione che persino uno starnuto di vento ti accalda quanto un punch. Tutto questo è vivere o improvvisare? E’ sicuramente il mio unico copione recitato nel teatro della vita. Va bene così: la vita è un gioco che finisce per ucciderti, fatta di esili illusioni e voli d’Icaro per sentire sulla pelle una corsa felice di brividi, per calpestare i sensi fino alla vertigine e passare dal romantico al ridicolo in un attimo. Perché siamo sempre fuori tempo, sovrastati da cenni d’assoluto quando la bellezza ci prevarica.

Me ne sto in mutande, ora. Non mi va neppure di andare a pisciare. Mi piacerebbe all’imbrunire finire dentro il souvenir del mondo e vedere uno sciame di fiocchi di neve sbiancare le strade e gli alberi. Oggi sto così, senza smettere un’immaginazione, senza dimenticare i tuoi baci lasciati come delitti, le rime liliali, l’interminabile lamento del mare, e il più basso inferno in cui hai deposto il mio cuore dopo averlo strappato al sogno di noi. E me ne sto qui in mutande mentre tu te la ridi o ti fai schifo per come sei finita paralizzata dai doveri, chiusa in un circolo vizioso di obblighi e ripetizioni abitudinarie.

Che tramonto stai vedendo adesso? Brulica d’arancione o ha una storia comica? C’è la musica? E il mare li fa i suoi gargarismi con le onde? E lo guardi l’orizzonte che non è un granché come divisorio? Te le ricordi le poesie che intonavo? Ricalcavano il tuo corpo, vaneggiavano di gelsomini e agguati…

Me ne sto in mutande pronto a scrivere gli ultimi inutili versi, pronto a morire, pronto a ricominciare, pronto a scovare un amore nuovo senza ammainare la bandiera della mia libertà. Un amore nuovo in questi avanzi di civiltà, tra Pechino e New York, per perdermi in un trionfo di errori e lingue intrecciate, asserragliate nella trincea del destino. Fino a rendere tutto fenomenale. Fenomenale come il rosa dei fenicotteri, la danza dei cigni, il riverbero dell’ignoto, la squisitezza della tua assenza, le concessioni del cosmo, la tua schiena nuda chinata davanti a me.

Qui si vive a quanto sembra, si tira avanti tra un herpes e le convulsioni dell’ansia, tra un’insonnia e quel qualcosa che ti mette il capriccio del sesso. Qui si vive, ci si battaglia dentro, si divampa come redivive galassie, si è superstiti di quotidianità nodose, di disseminate mancanze.

Qui si vive ancora e ci si incrocia gli sguardi per estorcerci affetto, per calibrare pozioni d’amore, per un itinerario di rampe di baci e malintesi di poesia.

Qui si vive a quanto sembra. Mentre me ne sto in mutande. Pronto a tutto. Al gran finale. All’autenticità più violenta. A me e a te. A te senza me. A me che deturpo preghiere e non guarisco dall’innocenza.

A me che sono la tua giovinezza nonostante me.

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P.

Cospirando speranze

Spero per voi che impazzirete. Che vi troverete un destino rumoroso di libertà. Un futuro trasparente quanto il gioco del sogno. Spero non lascerete in eredità dogmi fallibili o rimpianti. Mi auguro avrete un miracolato sfondo di bellezza, una cornucopia di ricordi d’amore, una luna ancora da contemplare. Spero che abbandonerete ogni sciocca saggezza, i finti rimedi sentimentali, la vostra insopportabile voglia di ordine. Spero che perderete la superficialità di ogni cerimonia, che non troverete più differenze tra umani, che non perdonerete questa vita, che vi rivolgerete alla leggerezza lambendola, che ostruirete ogni arteria del pregiudizio. Spero che canterete a memoria la bontà della follia, che conterete i minuti passati in compassionevole benevolenza. Mi auguro di vedervi cadere, inciampare in qualche abbraccio servito ad aprire il paradiso. Spero che sarete notizie di cinema pieni, di controversie cessate, di lucidi insegnamenti da un dolore. Spero che cambierete tutto, spaccherete tutto, sconvolgerete tutto, incontrerete mani, fiorirete rose, ucciderete soluzioni facili, sarete il preludio alla fantasia. Spero vi pioverete poesie, girerete valzer, conoscerete giovinezze, sfonderete lentezze, rallegrerete gli ultimi, avvicenderete progetti, smalizierete entusiasmi, raggiungerete apici di sconcezze. Mi auguro vi masturberete, suonerete jazz, abbatterete muri, tralascerete esigenze, succhierete la polpa dell’estasi. Mi auguro non lascerete indietro un bicchiere, non piangerete inutilmente, non chinerete mai più il capo, non declinerete leccornie, non leggerete Moccia, non riporrete fiducia nei capi-popolo. Spero piscerete all’aperto, proporrete suggestioni, acconcerete ricci di nuvole, vi ricorderete di santificare lo sperma. Spero aprirete le finestre e mangerete moscerini, cucinerete piccante, commetterete peccati, vi affratellerete agli alberi, busserete alla porta della costruzione di un amore. Spero isserete altari di ingenuità, praticherete pantomime alla arlecchino, spero consumerete paradisi artificiali, morderete fragole e panna, farete surf sull’orizzonte, vi distruggerete di incanti. Spero crollerete di meraviglie, goderete di vertigini, intuirete mescolanze, obbligherete il mare come sanno fare le sirene. Spero finirete in abissi d’immensità, frugherete il sangue nelle vene, spargerete saliva di baci, annetterete gli uomini difficili, quelli che hanno personalità affascinante. Spero disobbedirete, spero rientrerete tardi a casa, spero riavrete i venti anni, spero musicherete i tramonti, scuoterete gli allocchi, abbronzerete il sole, terrete con voi il mutismo poetico dei lampioni al molo. Spero cercherete l’introvabile, tratterrete respiri da innamorati, spero vi scapiglierete.

Mi auguro narrerete di rivalse e resilienza, vi incapriccerete, sarete disadattati, sarete evasi, sarete esiliati, sarete rinnegati, sarete pecora nera. Spero sarete oriente ed occidente, nord e sud, vento e immutabilità, baldorie e tenerezze. Spero eviterete le file, spero rinnegherete i numeri, abbasserete le urla, vi ferirete di lussureggianti stelle. Spero chiederete sapere, naufragherete in malinconie di artista, riderete, berrete ve la spasserete, vi perderete. Spero vi darete la mano, non farete cerchi perfetti, diffiderete delle icone plastiche, indottrinerete alla volontà di trasalire, scherzerete ai funerali, caldeggerete l’eros, concluderete cose sconclusionate, conoscerete persone e non gente, sbriciolerete loghi, laverete via i servi di partito, getterete sassi alla finestra dell’innamorata, patrocinerete amicizie, squarcerete aurore boreali, vi ammalerete di perdizioni, non ascolterete razionalità. Spero non nasconderete l’oro della dignità, spero appenderete al chiodo il fregarsi degli altri, vi torcerete di sentimenti, vi corroderete di avventure, vi dimissionerete da voi stessi.

Tutto questo spero, tutto questo essere o non essere, tutto questo utopico deragliare. Tutto questo schiantarsi dentro al cosmo. Tutto questo iniziare per non perire. Un nuovo giorno, dosi di felicità, ossigeno.

Tutto questo ergersi poesia. Perché la poesia è il bondage dell’anima. E se non ti fai male non sei mai stato qui.

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P.

Il mio Manifesto Romantico in caso di amore

Sarà questo asfalto rugato di crepe o l’odierno sole che non ha salvato neppure questa mattina, che penso a noi. A quanta fatica faremo se decideremo di non farci bastare niente dell’amore. Sono stato un uomo colpevole, ho passato viali di lividi ed inferto crudeltà. Non sono bravo ad amare senza devastare l’anima. Tutto deve essere rivoluzione per me, un sottosopra onirico, un estremo, lungo, addio.

Sarà l’odore del caffè che fuma dalla tazzina smussata, sarà la gatta che continua a fissarmi, ma penso a noi. A noi che potremo vedere cento lune e andare sui carboni ardenti, a noi che potremo farci jazz e improvvisare tutto senza futuro. Perché l’amore so viverlo solo così; delicato, ma virile, selvaggio e romantico, imbastardito ed erotico, decostruendo e non costruendo, issandoci tronfi di albe, inabissandoci perduti nel bisogno di malinconia. Non ti prometto nulla di vittorioso in questo amore, ma soltanto la purezza di un rovo di parole impiccatesi per la poesia. Ti prometto che ci sembrerà di essere liberi perché saremo la libertà stessa. Non ti prometto disciplina, non giurerò ipocrisie, non mi farò addomesticare e non addomesticherò te. Ti prometto di stentare, di inciampare, di avere strani silenzi creativi, di portarti al mare e di non difenderti da me. Ti prometto mistero, tuffi nelle notti, crepacuori, vino dappertutto, carnalità. Ti prometto irriverenza ed attimi fuggenti che lasceremo passare, prometto sorsi lenti nei miraggi e rabbia ribelle ed incosciente.

Sarà che ho scoperto che non me ne frega niente della saggezza, sarà che mi somigliano gli ideali che lasciamo morire, sarà che i segni mi incurvano le cicatrici, sarà che sei così bella che la guerra nucleare dovrebbero farla per te. Una strage. Un olocausto solo per te. Perché o sei con me o nessuno al mondo dovrebbe sopravvivere. Perché io per te, prima ancora di conoscerti, sono morto tante volte come è morto l’immenso in ogni suo spigolo, come muoiono le campagne sotto i morsi digrignanti del gelo. E morirò per te crepando spiaggiato come una balenottera, creperò come la pioggia quando si arrende e cade. Io c’ero per te e tu manco eri nata ed ho visto le estati prima di te fino ad ora, perché adesso l’ultima mia estate sei tu. E ti berrò fino all’ulcera, fino alla cirrosi, fino alla fine che spazza via ogni maledizione e lascia gli altri a rimuginare su come perdono tempo senza un amore così.

Ecco cosa saremo, quello che ti prometto; bestemmie sane, piene, vanitose, orgogliose di rifiutare dio. Ti prometto nessuna sedazione, ti prometto che ti leccherò come fa il vento con le dune mosse del deserto, che ci consumeremo nella gloria della vita così sbagliata, così avvinghiata all’oro delle nostre ombre, così carica di spasmi, così furoreggiante nelle coincidenze.

Sarà questo incontrario, questa botta d’allegria, questo tacere mondi, questo perpetuo volare, ma io so soltanto amare coi calici in alto, con la pelle tesa al coito, con l’aria che porta scompiglio, con il gusto del pericolo, con mancanza di cautele e mosso da frenesie di baci. Ci faremo pianoforte e quindi musica, perché c’era la musica la prima volta che ti ho vista arrivare, e non importa se non ricordo la canzone, mi resta la memoria che mi ero innamorato e non lo sapevo. Non voglio conoscerti adesso perché ti conosco già. Non è poi così importante sapere chi siamo, conta solo viverci e allontanarci dal mio e dal tuo buio. Dal grande buio.

Questo posso prometterti; che ce ne andremo via, che sarà romantico e guasto, che sarà possibile, che ci solleveremo prima di essere sconfitti.

Adesso, però, “vattene che mi manca la tua assenza”

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P.

Gli anni dei ricordi

Ultimamente, rileggendo i miei pezzi recenti, mi sto accorgendo che scrivo dicendo cose come se fossi un vecchio. Comunico pensieri e frasi come se stessi all’ultima spiaggia, alterno sentenze cacate con la pedanteria di una predica da nonno, a lasciti testamentari di vario genere. Ed ho notato, sempre recentemente, di essere più prolifico nello scrivere, come se avessi urgenza di riferire le ultime volontà prima di venire fagocitato. Insomma, vi parlo di continuo della morte e tento, ridicolmente, di concludere una sorta di eredità letteraria. Per dirla più razionalmente: sono diventato patetico. A 38 anni. E nonostante continuo a mettere al letto ventenni piagnucolosi, nonostante corro ancora dietro alle sottane, e nonostante le ossa indolenzite porto la mia carcassa ovunque ci sia caos, baldoria, emozioni. Sono vecchio, ma non lo sono. Solo che il mio cinismo ha al momento il sopravvento e temo che ciò in cui speravo, ovvero di diventare un affascinante sessantenne brizzolato, con barba ieratica e carisma come se piovesse, seduto al bancone, birra in mano e lo sguardo di chi ne ha viste tante, non accadrà. Non ci arriverò ai 60. Me ne andrò altrove in tempi brevi, fatevene una ragione ed iniziate, appunto, a farci il callo. Non che sia così importante per voi la mia dipartita, ma per me lo è. E se potessi scegliere, cari lettori, beh, fra me e voi spero moriate prima voi. Tiè.

Ebbene, qui nella mia stanza s’è depositata la polvere che, nel mio caso, siccome tutto mi duole, è polvere da sparo. Ho cambiato pelle talmente tante volte che la scorza epidermica non si distingue più dalle ecchimosi. Un tutt’uno con l’anima innevata di abrasioni. Non mi è rimasto tanto, ragazze mie, amiche, amanti, fidanzate, ex, porche e santarelline (sempre porche come me), mie donne ricolme di rumori di comete. Non mi è rimasto molto. Sembro la piantina quasi del tutto seccata lasciata incustodita sul terrazzo. Ci siamo divisi il mondo io e voi femmine fino a quando la storia non ci ha superati. Sono stato il vostro poeta preferito, quello a cui avete parlato di voi senza i filtri delle bugie con cui vi difendete dagli altri maschi. Ci siamo divisi la pioggia ed il sale sulle ferite. Ci siamo fidati, preoccupati, ma non troppo, di questo strambo amarci. Era solo poesia, mie muse. Era solo la poesia. E ora che sto per passare a peggior non vita, voglio farvi vedere come stanno bruciando i miei occhi, come un solo minuto in cui resterete in più a fissarmeli, sarà per me un tempo infinito di miracolo, un’altra rapina, un altro bottino da respirare. Un atto d’amore per ruttare in faccia a questo iniziato congedo dall’esistenza. Sono stato uno spermatozoo abile quanto Usain Bolt, determinato a fecondare per nascere, ostinato, e poi sono nato già con idee strane; stavo impiccandomi col cordone ombelicale. È andata così. Un po’ a cazzo di cane, ma è stato folle divertirsi. E noi, ce la siamo sempre spassata.

Quando ti avvicini alla morte ti sovrastano i ricordi. Che cos’è un fine vita, se non gli anni dei ricordi? Io ricordo che all’asilo mi piaceva il minestrone della mensa. Che quando ero piccolino e passavo a trovare mio cugino, zia e zio si baciavano in bocca innamorati ed io giravo la testa timido e imbarazzato. Mi ricordo che, quando abitavo nel quartiere di San Marone, qui a Civitanova Marche, mi piaceva addormentarmi col rumore della lavatrice. Mi ricordo che se avevo la febbre mio padre, tornando dal lavoro, mi portava una macchinina. Mi piacevano le macchinine. Mi piaceva avere la febbre e non andare a scuola. Mi ricordo che di nascosto salivo sui tetti dei palazzi che non conoscevo e camminavo sui coppi rischiando di cadere. Mi piaceva quell’urgenza di sentire la vertigine. Ho sempre cercato la vertigine nelle cose che ho vissuto; negli amori, nella poesia, in tutto. Mi ricordo che al cinema andavo a vedere i western, Bud Spencer e Terence Hill, Et, Pozzetto, Banfi, Benigni, Nuti, Boldi…mi ricordo le seghe che mi sono fatto pensando a Catherine Bach, la Daisy Duke della serie Hazard.

Sono stato, su questa terra, cristallo e tempesta. Ho mischiato la saliva nei sottoscala bui, parlato coi silenzi nei viali alberati, devastato la coscienza in qualche cantina, immaginato la vita come uno stato apparente e ne ho avuto comunque smania. A volte ho approvato gli orrori in cui mi sono intrappolato, a volte sono fuggito dalla felicità. Sarebbe stata noiosa, alla fine.

Ed eccomi qua, che mi spengo piano, ma bruscamente. Qui è passato l’amore. Mai monodose, mai sigillato, mai rifiutato. E adesso passo io, come altri prima di me. E’ quasi finita, sorridetevi coi sorrisi. C’è ancora tempo per un’ultima poesia. La vostra.

P.

Dopo la fine del mondo

Dedicato alle città colpite dal terremoto nelle Marche – ottobre 2016 – ed a tutti i terremotati del mondo.

Quando guardi la montagna che ti è davanti, che ti porge la sua statura, che ha sentieri di croste e terriccio, la vedi con sudditanza. La ammiri nelle sue recite di silenzi quando fa la finta muta per sembrare senza vita. La osservi e sai che a sua volta quella cima è fissa su di te. E ne ha vista passare di gente come te che le sei un futile pizzicotto sul suo dorso. E te ne stai lì ad un passo dal cielo, sotto lo strusciarsi dello zucchero filato dei nembi, accanto ad occasionali starnuti di vento. Stai lì a cercare cicatrici tra i sassi, erba nuova, una qualche trasmigrazione, il respiro degli alberi, un segno qualsiasi dalla vetta. O ti capita di vedere l’azzurrità prima che vada in brace, così incendiata di tramonto, così vorticosa ed innamorata della giogaia che ti circonda. Uno spettacolo meglio di una serie tv, della tua canzone preferita, della sbornia del sabato, dei selfie al ristorante di sushi, meglio dell’ultima canna che, finalmente, ti concilia un po’ il sonno che hai perso da quando non credi più alle favole. Davanti alla montagna senti in diretta di star vivendo già un ricordo, e quindi uno strappo, una baldoria di malinconie come le cose irrisolte che ti sei portato nello zaino, come la fatica di farcela.

E siccome la ami, la montagna, ci sei tornato. Un anno dopo la fine del mondo. Quando il terremoto decise di ricordarci un sacco di cose e di ricordarcele con la sola espressione a cui è condannato.

Ci sei tornato per un dovere morale, per un richiamo invincibile, per restituire qualcosa dopo aver depredato tanto a questi luoghi. Posti dove da bambino facevi le capriole mentre i tuoi genitori sembravano immortali e gli adulti erano gli adulti e tu avevi fretta di crescere, ma nello stesso tempo non te ne fregava niente perché il buio lo sconfiggevi con la fantasia.

Zone in cui stendersi sui prati con gli amici, fare ottime mangiate, avere un proponimento di libertà. Luoghi dove portavi la fidanzatina perché la pioggia che scende sui monti non la dimentichi più, perché quei baci pieni di futuro di scintillanti speranze, non sono tornati più. Posti dove fare escursioni, recuperare quel battito primordiale incarcerato dalla tecnologia. Località in cui ritrovare un po’ quell’istinto della pietra e del fuoco, quando il mondo era tutto da inventare, quando la storia dell’uomo non era nell’utero dei giorni.

Un anno fa tutto questo è crollato. Venuto giù in un lampo infinito. Le case devastate, pezzi di montagna divelti, ponti sbriciolati, storie uccise, zolle sconquassate, campanili sfregiati di crepe, pensieri giovani funestati di rassegnazione. E un anno dopo, laddove giocavi, amoricchiavi, ti tuffavi in spensieratezze nei lunedì di pasquetta con gli amici, adesso c’è un unico grande cimitero che sembra così uguale al tuo cuore infranto. Così identico alla desolazione che ti porti dentro, così misero e vinto come lo sguardo dei poeti.

Al suolo pietre e membra di abitazioni rotolate nell’oblio. Davanti zone rosse e momenti di un tempo immobilizzato come una Pompei nelle scene di vita a fermo immagine. Fantasmi. E intorno ti volti e sembra ci sia stata la guerra. Invece è stata la fine del mondo. Perché quando a qualcuno gli si uccidono i ricordi ed il proprio posto dell’anima, il mondo finisce.

La contempli, la montagna assolata, pettinata da fiori e fogliame, la segui nella centellinata corsa per bucare l’etra. E ti arrendi. Perché è la sola cosa più nobile da fare. Ti arrendi definitivamente. Per sentire ancora un po’ di vita, per toglierti dalla testa l’acufene quotidiano che riproduce il ghigno di Trump, la malattia di Kim Jong-un, la topaia di questa Italia, la Siria che si squaglia sotto le bombe, l’Africa ridotta a pattumiera. Questo acufene che resta, impertinente, come un sabba, una festa del male che sopprime le voci, gli amori che saranno, quelli che erano, i sogni, e noi. Resta mentre la natura è qui. C’è sempre stata, ci sarà quando l’uomo si estinguerà. La terra è viva, è pettegola, è allergica alla staticità, è fatta di afflati e coinvolgimenti, è frastornata dai colori, è pazza, misteriosa, mamma premurosa e matrigna omicida. La vedi, te ne immergi, ma vedi anche lo Stato. Vedi che un anno dopo il fallimento di democrazie, governi, burocrazie, capitalismi tutto è contro. Non contro l’evoluzione, ma l’elevazione. Elevarsi è una possibilità che ci resta di ribellione e speranza. Ma la speranza è giusto lasciarla agli illusi. Il mondo ha fatto la sua parte. L’hai fatta pure tu con quattro versi del cazzo e tanto egoismo. Ti sei fatto fottere e stai cominciando a marcire perchè sei all’ultimo stadio. Ti è rimasto qualche trasporto d’amore, qualche stramba coincidenza che ti porta a giustificare l’autolesionismo. Ti è rimasto un ultimo atto d’amore fra i tuoi imbarazzanti tentativi di farti amare. Ti è rimasto scrivere. Ti è rimasto il tempo di un addio perché la festa è finita. Non doveva andare così. Non in questo modo. Non in questo mondo.

Guardi la montagna probabilmente per l’ultima volta, per l’ultima giovane estate. Ti consoli nella dignità di questa gente delle Marche che nelle avversità, con fatalismo e forza d’animo, è ancora in piedi. Guardi la Martina ed Andrea, che ti hanno accompagnato, e ti viene voglia di domandargli scusa. Di tutto. Di quello che sei. Di come sei. E invece ti limiti ad un doveroso grazie. Martina ti dice che, qui dove siete ora, la prima attività a riaprire dopo il terremoto è stata il pub. Sembra uno scherzo del destino. Tu ci hai sempre creduto nei pub. Sono stati la tua vera casa e adesso, a breve, la tua tomba. Ma le coincidenze sono stupefacenti per questo.

La vita, se riesci a viverla, è solo un bellissimo modo di morire.

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P.

Piove

Piove. Sono le 19:30 di sabato sera, credo in settembre, non ricordo il numero. Mi sono messo il pigiama di già. Mi aspetta una lunga notte, ma non mondana bensì casalinga. Una traversata insonne a leggere, scrivere, guardare film, compatirmi, immaginare un amore indimenticabile. Non sono triste, però. Anche se me lo chiedo cosa stia facendo della mia vita; se sono approdato al massimo ottenimento del suo significato o no. Perché quello che sto vivendo mi piace assai. Lo trovo eccitante e spericolato, decisamente sopra le righe. Ed io ci sguazzo. Il sabato sera, invece, lascio la scena agli altri. Li lascio tra le luci, le baldorie, il tirar tardi, le macchinate, gli appuntamenti. Io mi godo il disordine della mia camera, le pile di libri sulle due scrivanie, i fumetti sparsi sul letto e per terra, le compresse di passiflora che dimentico sempre di prendere e che quando le prendo non mi fanno nulla.

E’ sabato e piove. Su di me sono passati millenni di foglie cadute per colorare autunni, dolori d’abbandoni, fallimenti amorosi, sangue per la libertà, ossessioni di poesie, tormenti di perdoni da chiedere o dare.

La pioggia lava l’aria mentre ho accumulato storie sospese, ipotesi di futuro, occasioni sprecate, guai inevitabili. Siamo tutti afflitti dai danni del vivere, tutti stanchi, ingenuamente ottimisti, cocciutamente propensi a sbugiardarci. Forse il destino è una scatola vuota o un’inconsolabile perdita di tempo, ma la pioggia mi ricorda quanto è fondamentale cadere. Va bene così, alla fine. Anche se da qualche parte lei non riesce a sentire il tuo amore, anche se non dormirai mai più, anche se te le fanno pagare tutte,. Paghi ogni briciola di felicità che raccogli da avanzi di sentimenti, paghi a caro prezzo. Paghi ogni gratificazione perché porta con sé una battaglia, paghi ogni complimento perché ti devasta. Ed ogni idea riuscita la devi difendere dalle imboscate. Ogni bacio che lasci in un’altra bocca si trascina dietro catene, imperfezioni, lontananze, rimbombi di solitudine.

Piove con tenerezza, ancora. Fa meno male dei ricordi, però. E’ un acquerellarsi in grigio che ti erode il cuore mentre ti capita di pensare a chi non è qui.

Piove pioggia leggera curvando sui tetti e le grondaie, scolando rimpianti e attimi consumati di speranze malriposte. Piovono lacrime tenuemente come brividi, come sospiri di innamorati in attesa, come un lieve volo di pettirosso, come la sfilza di suggestioni che sai di urlare dagli occhi.

Piove. Cadono spilli di cielo, aghi di vita, gocce di nuvole.

Piove la verità. Piove sopra tutto. Sull’anima. Dice tutto di noi. Scivola smarrendosi in ogni cosa come la vita.

E non serve a niente, ma si rende utile. Un po’.

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P-