Mala sorte

Augurare la mala sorte a qualcuno è un desiderio del tutto umano, e neppure un reato (naturalmente, solo se si tratta di un augurio figurato, altrimenti saremmo dei killer psicopatici e dovremmo stare in galera). Spesso basta un niente -qualcuno che ci taglia la strada, ci ruba un parcheggio, fa il furbo a nostro discapito- che parte il “vai a morì ‘mmazzato”, o un’altra delle molte espressioni colorite che ogni giorno pronunciamo per scrollarci di dosso la rabbia e  allontanare da noi la sciagura, magari restituendola raddoppiata. Sono così assimilate nel nostro quotidiano che se le sentiamo all’interno di un film o di una canzone ci mettiamo a ridere; le usiamo come intercalare o per apostrofare qualche amico stronzo, ma in realtà non vorremmo certo che gli prendesse un colpo.

C’è stata però una volta, una sola, che ho desiderato veramente la morte di qualcuno. Non era un caso di parcheggio rubato, né qualcuno che mi aveva fatto un torto irreparabile. Ho fortemente desiderato che morisse una persona a cui volevo – e tuttora voglio- molto bene. Ho desiderato, sperato, che mia zia morisse. Che non si risvegliasse mai più dopo essere stata falciata da un’auto in corsa, mentre attraversava le strisce pedonali di fronte casa sua. Un mese e mezzo di coma profondo e respirazione meccanica, occhi serrati che all’improvviso si aprivano per fissare il vuoto e poi si richiudevano, un mese e mezzo d’immobilità totale, trauma cranico, gamba spezzata, aorta addominale tranciata, litri di sangue persi e trasfusi nell’immediato soccorso, quando nessuno sapeva se sarebbe arrivata ancora in vita all’ospedale. Un mese e mezzo di totale sospensione: si sveglierà? E se sì, come? Queste erano le domande che ci facevamo e facevamo ai medici. Il giorno in cui venne trasferita nell’ospedale della nostra città, il primario che la dimetteva da Ancona al telefono ci disse di essere forti e ci fece un  “in bocca al lupo”, perché non era in grado di dirci il se e il come, ma sapeva quali conseguenze avrebbero potuto esserci. E cioè che zia restasse in uno stato vegetativo, non più capace di comunicare, d’interagire con l’esterno, di esprimere una volontà. Un’ipotesi insostenibile. È doloroso vedere un proprio caro in bilico tra la vita e la morte e non poter fare nulla, assolutamente nulla, per evitargli le sofferenze, è angosciante non sapere se tornerà ad essere la persona che era prima. Ed è stato del tutto umano, per me e i miei familiari, preferire a questa eventualità la sua morte. Non certo e non solo per ragioni egoistiche (vederla in questo stato fa soffrire me, ma lei sa di essere così? Ha consapevolezza della sua condizione? Ne soffre oppure no?). Piuttosto perché noi sapevamo che lei non avrebbe mai voluto vivere se si fosse trovata in uno stato permanente di incoscienza, mutilata nel suo essere e nella sua dignità di persona libera. Certo, noi lo sapevamo perché la conoscevamo, ma non sta scritto da nessuna parte. Non esiste alcun testamento biologico in cui mia zia, viva vegeta e nel pieno delle sue facoltà intellettive, abbia dichiarato le sue disposizioni in caso di perdita di coscienza. Se lo avesse fatto, del resto, non sarebbe cambiato alcunché, perché ad oggi nel nostro paese c’è un enorme e vergognoso vuoto legislativo in merito.

Non sarebbe comunque servito perché mia zia dal coma si è svegliata. Dopo un mese e mezzo, a pezzi, ed ora respira e mangia da sola, interagisce con l’esterno ma da una carrozzina, perché non può più camminare. Parla, ma senza cognizione di causa perché non sa chi sia né dove si trova né cosa le sia accaduto. Nella sua testa nomi e memorie si mescolano e formano storie mai esistite. A volte è divertente starla ad ascoltare, nella continua impresa di decifrare le parole monche che pronuncia, anche se resta complicato accettare questa realtà senza perdere il controllo, cercando di dare un senso nuovo alla parola persona, a quello che pensavi fossero la vita e la libertà.

strada pioggia

Ho, sopratutto, desiderato che quel pomeriggio l’incidente non le fosse accaduto. Che zia si fosse trattenuta due minuti in più a casa mia, che avesse ripreso a piovere forte, così sarebbe stata costretta ad aspettare. Sarebbero bastati davvero soltanto due minuti per non incrociare quella macchina che andava troppo veloce -e non avrebbe potuto- guidata da quella persona che avrebbe dovuto guardare avanti- e invece chissà dove: lo schermo del telefono? Fuori dal finestrino? Qualcuno da salutare?- Le mancavano due passi per salire sul marciapiede, poi avrebbe aperto il cancello di casa e il portone, che avrebbe richiuso a doppia mandata. Ma non è andata così, in questo spazio-tempo. Il suo rientro è stato stravolto, il suo corpo oscenamente devastato sull’asfalto dall’incuria di uno sconosciuto a tutta velocità.

Con la vita si prende confidenza anche così, nella prossimità con la morte. Entrando mascherina e guanti in un reparto di rianimazione. Sentendoti scema a parlare a qualcuno che non sai se ti può ascoltare, se riaprirà mai gli occhi, se sarà capace di muovere anche una sola falange di un suo solo dito. Imparando a leggere l’attività elettrica sul monitor, i termini antipatici della traumatologia neurocerebrale, i gradi di coma e le relative statistiche di risveglio. Ascoltando le storie degli altri familiari in attesa, catapultati come te nel mondo della terapia intensiva. Chiedendoti se è giusto che sia successo a lei- e no, non è giusto, non potrà mai esserlo.

Ho pensato spesso all’uomo che ha causato l’incidente. Abbiamo a lungo atteso una sua telefonata, quell’unico gesto di assunzione di responsabilità che avrebbe dovuto compiere. La telefonata non è mai arrivata, così neppure il nostro perdono. La rabbia si è accumulata a dismisura; nonostante questo, non gli ho mai augurato la mala sorte. Se avessi potuto, lo avrei portato in rianimazione per fargli vedere a quanti tubi e sonde era aggrappata zia, poi lo avrei portato con noi per uffici ed istituti, dall’avvocato, dai dottori, dagli assistenti sociali, gli avrei fatto fare tutte le attese e tutte le trafile che abbiamo dovuto fare noi. Nient’altro. Solo fargli vedere le conseguenze della sua distrazione.

Certo, poteva succedere a chiunque. Certo, non l’hai mica fatto di proposito. Di proposito avresti potuto ammettere l’errore, chiederci scusa, e poi ognuno al suo destino. Ma neanche ciò è accaduto in questo spazio-tempo, pazienza.

Una cosa, però, mi piacerebbe sapere: dormi bene la notte?

Non vorrei mai essere al tuo posto.

F.S.

Porto Gesù in discoteca

Al terzo giorno di prigionia la signora Anna Maria Guglielmi sta iniziando ad accettare, pur se assurdo, il suo rapimento. Non che se ne stia facendo una ragione o che riesca a comprendere le motivazioni del suo sequestratore, ma dal panico e dalla incredulità iniziale sente di esser passata ad una fase di adeguamento. Si sta adattando a quella scrivania colma di appunti, a quel pavimento fresco, alla vista di quelle mura di mensole cariche di libri. Avverte persino qualcosa di rassicurante nell’esser rinchiusa in questo scantinato. Avrebbe potuto andarle peggio, pensa consolandosi. Qui nel seminterrato non mancano bottiglie d’acqua e di vino rosso, frutta e scatolette di tonno. Inoltre quelle pareti così sovraffollate di volumi, testi e saggi le evocano la cara biblioteca comunale di cui ne è, da venti anni, direttrice. Questa faccenda dei libri è comunque un vano conforto. Infatti la signora Anna Maria pagherebbe volentieri il riscatto facendosi prosciugare il conto in banca pur di tornare libera ed alle sue abitudini di casa e di lavoro. E sì, c’è anche il marito da accudire; anche quella un’abitudine, ormai. Chissà come sta, suo marito, si domanda la signora Anna Maria. Preoccupato? Depresso? Ottimista? Insonne? Inappetente? Disperato? Conoscendolo è certa che sia nello smarrimento totale. Ma adesso la signora Anna Maria, lucidamente, sa che deve occuparsi di se stessa. Provvedere ad uscire da una situazione paradossale: una direttrice di biblioteca rapita da uno studente universitario. Perché? Per soldi probabilmente no dato che non ne ha molti. Torti personali non gliene ha fatti. Troppo assurda l’ipotesi di un sequestro a scopo sessuale. Perché, allora?! Forse il ragazzo soffre di depressione e fa uso di droghe. Ma il flusso di supposizioni è bruscamente interrotto dal clangere ferraceo della porta che viene schiavata: è lui.
– Ecco i giornali locali. Parlano di noi. Il sindaco ha fatto un appello. Leggi pure. Tra poco pranziamo! – Un singulto di pianto sale agli occhi della donna. “Parlano di noi. Il sindaco ha fatto un appello” sono atti che la fanno sentire meno sola e più fiduciosa. E quel: “tra poco pranziamo” è un cenno di quotidianità, un auspicio di normalità.

[…]

Buono. Davvero buono. Un piatto di ravioli burro e salvia che fanno accantonare l’angoscia. Una accennata succulenta crema e quell’odore di salvia fresca cancellano i fili spinati all’anima, l’impaccio d’esser vittima. Come se il cibo fosse a balia della strizza. Ravioli che paiono un piatto di stelle e polvere di luna. La signora Anna Maria si meraviglia del pasto, del deserto tranquillo in cui si sente. Il ragazzo non sembra sotto effetto di droghe né da segni di squilibrio. Non ha armi, non alza la voce, Mangia calmo.
– Ti è piaciuto? – rompe il silenzio il giovane.
– Si…si.. buonissimo – farfuglia la signora.
– Ho cucinato io. Mi piace farlo. Cucinare è un fatto d’arte e di cultura. Ne avete in biblioteca libri di cucina?
– Abbiamo qualche rivista di ricette regionali.
– Quindi niente volumi sul cibo.
– No.
– Hai mai letto “Afrodita” di Isabelle Allende?
– No.
– Lì in biblioteca lo avete?
– Credo di no.
– Bene, cominciamo da quello. – Il ragazzo si alza, si dirige verso una mensola e tira via un libro. Si volta verso la direttrice: – Faremo vari video che metterò su You Tube. In questi video tu leggerai dei passi di alcuni libri.
– Cosa? Ma perché?
– Se vuoi tornare libera ti conviene assecondarmi.
La signora Anna Maria si tace rabbuiata. Il ragazzo deve avere dei problemi. Che senso ha tutto questo? Perché proprio lei?

Quarto giorno di prigionia.
– Siamo già a 7.000 visualizzazioni in 30 ore. Capito Anna Maria? Il nostro video su YouTube sta spopolando. Sei proprio una vip in città. Sono tutti in ansia per te.
– Claudio, ti prego, lasciami andare. Perché mi hai rapita? Cosa vuoi?
Claudio sospira. Si siede accanto alla donna. La guarda negli occhi trapassandola: – Io ti ho rapita perché tu sei una delle responsabili del mediocre livello culturale di questa città. Nella tua biblioteca sono più i testi validi che mancano che quelli che ci sono. Si trovano riviste per l’oroscopo, ma nessun volume sulla mitologia greca. Non ci sono Bukowski né Flaubert, di Kerouac c’è solo “On the road”, di Pedro Salinas non c’è niente, lo stesso vale per Carver, Auden eccetera, Potrei continuare all’infinito.
– Ma…ma ti sbagli, la nostra biblioteca è munita di tutto e …
– Zitta! Ho verificato di persona-
Claudio prende una bottiglia di vino e fa per aprirla. C’è un silenzio freddo adesso. La signora Anna Maria sente mancarle l’aria. Poi le arriva un effluvio di vino e sembra farle l’effetto che fa l’aceto ad una persona svenuta. E si scuote.
– Claudio, ascoltami, se mi lasci andare fai in tempo a non avere conseguenze. Se ti beccano finisci in galera, lo capisci? – il giovane abbassa lo sguardo verso il bicchiere mezzo pieno e ne ingolla il contenuto. Poi, digrignando i denti, pronuncia il suo vaticinio: – Non hai capito che io sono anche disposto ad andare in carcere. L’importante è che il mio gesto servirà a qualcosa.
– Ma cosa vuoi ottenere, si può sapere?
– Un po’ di speranza.
A quel punto la signora Anna Maria china la testa disanimata. Sente di non capirci granché. Un momento suppone che Claudio sia sano, l’altro lui le da risposte che paiono non avere né capo né coda. La donna, effettivamente, non solo tuttora non sa come mai sia stata rapita, ma ignora anche il significato delle azioni e, a volte, delle parole del suo aguzzino.

biblio

Quinto giorno di prigionia.
La signora Anna Maria, religiosa non troppo praticante, è una borghese classica. Moderata, casa-lavoro-famiglia, il pranzo della domenica, il circolo culturale, amicizie abbienti, un buon rapporto con l’amministrazione comunale, cordialità, qualche serata a teatro, molta Rai1, mai una polemica, mai un bicchiere di troppo neanche al pranzo di natale, buongiorno-buonasera con sorrisino ai vicini. Una signora tranquilla. Precipitata, a suo dire, ingiustamente, in qualcosa di brutalmente pericoloso. Inconcepibile: una vita intera a schivare imprudenze e diatribe e nonostante questo è finita nelle mani di uno squilibrato. La signora Anna Maria rimugina i suoi pensieri aggiungendo alle riflessioni sulla sua vita assennata le preoccupazioni per la propria salute. Non si sente benissimo. E non osa immaginare cosa potrà accadere al ritorno annunciatole poco fa, di Claudio. Nell’attesa decide di curiosare meticolosamente, come finora non ha mai fatto, tra gli scaffali di libri e tutto il resto che lo scantinato offre. Chissà che non scopra qualcosa che possa in qualche modo aiutarla. Cominciando dalla parete davanti a sé, la signora Anna Maria, coglie un ravvivarsi, un moto rinvigorente causato dal tatto, dall’afferrare, dal prendere dei volumi ed aprirli. E poi il suono: lo sfoglio delle pagine che scivolano, quel rassicurante e familiare fruscio di carta ed inchiostro. Sia benedetta la letteratura, si disse. Ma di nuovo, ad interrompere le constatazioni di Anna Maria, lo spalancarsi rapido della porta del suo reclusorio.
– Forza, registriamo un altro video. Devi chiedere scusa perché non ci sono libri sulla musica in biblioteca.
– Ma..ci sono..c’è una piccola enciclopedia dei cantanti italiani e…
– Cagate inutili. Pensi che la vita di Charlie Parker non sia letteratura? O cosa ha rappresentato Miles Davis? O il rock?
– Ma in biblioteca prima vengono volumi per …
– Anna Maria, Verdi è cultura. Lo stesso i Pink Floyd. Ed in biblioteca di loro non c’è traccia! Adesso, se ancora conservi un briciolo di dignità, datti da fare e facciamo il video.
– Ho fatto tanto in venti anni per questa città…e son finita in questa storia che…
– La città è piena di storie! Fatti un giro a piedi. Guarda i palazzi, le persiane chiuse, i cinema vuoti, la gente che ha bisogno di sedersi al bancone di un pub. E di stringersi. Dietro le persiane chiuse ci sono grida, sigarette, depressioni…

Sesto giorno di prigionia
– Abbiamo fatto il botto. Siamo finiti al tg2. Oggi supplicherai in video l’acquisto de “La strada di Swann” pentendoti di non averlo mai avuto tra gli scaffali della biblioteca – dice serio Claudio.
– Claudio, fermiamoci qui. Sono sfinita. E’ una follia la tua guerra. Ti prometto che mi occuperò di rimediare i testi che non abbiamo, ma i soldi sono quelli che sono e…
– Cazzate! I soldi ci sono: solo che ci avete comprato tomi che parlano di segni zodiacali o li avete spesi per mettere in ghingheri il tuo ufficio.
– Ma devi capire che non decido solo io…c’è un organismo che vara progetti, entrate ed uscite e…
– Tu sei la direttrice!
– S^, ma…cioè, è vero che ho l’ultima parola…ma se il Cda decide una cosa, più di tanto non posso oppormi e…
– Puoi dividerti le colpe con il Cda, ma non significa che tu sia esente da dolo. E poi che vorresti, adesso, che rapissi tutto il Cda?
Niente. Tutto inutile. Anna Maria si rassegna ad aver di fronte un muro. Claudio non si fermerà. Non le resta che sperare nelle forze dell’ordine. Possibile che brancolino nel buio? Non la troveranno?
All’ennesima domanda senza risposta sicura s’avventa su di lei un pianto irrefrenabile. E scoppia in lacrime. Alla vista della scena, Claudio, rammaricato, estrae dalla tasca dei pantaloni un pacchetto di fazzolettini di carta che porge alla signora Anna Maria. Quest’ultima è in preda ad un vero e proprio crollo nervoso. Tutta la tensione finora accumulata s’è fatta cagione di pianto. Attorno tutto è muto. Il nulla è interrotto dai singhiozzi della direttrice. Claudio si guarda da ogni parte, turbato. Sembra avere un cenno di dubbio riguardo al da farsi. Si sta chiedendo se valga la pena. Gli monta la rabbia. Prende il libro di Proust fermo vicino al corpo piegato, in gemiti, di Anna Maria e con uno scatto d’ira lo scaglia contro il muro. E libera un pianto. Anche lui.

Settimo giorno di prigionia

– Come funziona questo Cda? – domanda nervoso Claudio.
– E’ composto da sette persone e di volta in volta decidono sulla vita della biblioteca: dai libri da comprare a quelli da rilegare all’acquisto della cancelleria, agli orari e persino all’arredamento – replica lentamente la signora Anna Maria.
– Come si diventa membro del Cda? C’è un concorso?
– No, il Cda è composto da persone nominate dai partiti.
– Tipo il Cda della Rai, in pratica.
– Diciamo di sì.
– Allora adesso si spiega tutto. Analfabeti messi lì dalla politica, raccomandati a cui assegnano poltrone senza curarsi dei danni che questi ignoranti possono fare alla collettività.
– Guarda che ci sono anche brave persone nel Cda. A volte anche colte. Non sono tutte mele marce.
– A giudicare dai risultati è vero il contrario.
– E adesso che farai?
Claudio non risponde. In sottofondo arriva Falling down di Tom Waits.
– Che farai? – insiste la signora Anna Maria.
– Mi costituirò, ma non subito. Prima ci vuole una trovata. Siamo ancora sui giornali. Si è aperto un dibattito. Questo è positivo. Ma voglio continuare ad infilare il dito nella piaga.
– Io non ce la faccio più, Claudio. Se non fosse per i giornali che compri neanche saprei che giorno è oggi. Sono in ansia per mio marito che non sa neanche cucinare e…
– Rivendicherò il tuo rapimento con un comunicato. Mi firmerò Papa Bergoglio!
– Ma sei impazzito?
– E’ un’idea meravigliosa!
– No, è stupida.
– Ti manca il senso dell’umorismo.
– Secondo te c’è qualcosa di divertente in tutto questo? Hai rapito una persona per contestare la politica della biblioteca. Se tutti facessero come te…
– Se tutti facessero come me non ci sarebbe bisogno di rapire nessuno.
– Per favore fermati! Finirai in galera. E poi: ho promesso che seguirò i tuoi consigli e porterò le tue istanze al Cda e ti giuro, testimonierò il più possibile a tuo favore, cosa vuoi ancora?
– Un po’ di speranza.
Nello stesso attimo della risposta di Claudio, la porta dello scantinato viene sfondata. E’ la polizia.

EPILOGO
Sette mesi dopo

La signora Anna Maria Guglielmi, tornata libera, non ha mai completamente superato la brutta esperienza. Si è dimessa dal ruolo di direttrice della biblioteca ed ora pubblica raccontini per bambini per una piccola casa editrice e collabora con l’amministrazione comunale per l’assessorato alla cultura.
I membri del Cda della biblioteca sono stati tutti silurati e sostituiti. Ma i nuovi sono stati ancora una volta nominati dalla politica.
Claudio è in carcere ed è in uscita la sua autobiografia dal titolo: “Porto Gesù in discoteca.” Al riguardo Susanna Tamaro si è esposta, in un articolo uscito sull’Osservatore Romano augurandosi che venga impedita l’uscita del libro.
Nella città di Anna Maria e Claudio, alla fine, sette mesi dopo, il luogo è ancora pieno di storie. Le persiane sono chiuse, i cinema vuoti e la gente ha bisogno di sedersi al bancone di un pub. E di stringersi. Dietro le persiane chiuse ci sono grida, sigarette, depressioni. Servirebbe un po’ di speranza.

P.