Domenicale: in diretta dall’Antropocene

(PRIMA PUNTATA). È passata un’altra settimana. Sette giorni di questa era geologica, l’Antropocene. Sfogliamo insieme i momenti salienti di questa ebdomada.

POLITICA:
_ Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nel corso di un incontro con un gruppo di nativi americani, per prendersi gioco della senatrice Elizabeth Warren, che rivendica origini indigene, ha detto, alla delegazione di cui sopra, che la Warren sembra Pocahontas. In questa misera battuta del capo del Congresso, c’è tutta la sua ignoranza razzista e la sua misoginia. Basterebbe ricordare un po’ di Storia: i calcoli dei morti fra gli indiani d’America, dall’arrivo dei colonizzatori, parlano di cifre tra i 50 ed i 100 milioni. Un olocausto. I nativi sono morti per sterminio di massa, per malattie, fame eccetera. Per una cosa del genere (la frase di Trump), per come vorrei andasse il mondo io, in particolare per la rigidità morale che mi aspetto dai politici, il Presidente si sarebbe dovuto dimettere dopo aver chiesto scusa.

_ Berlusconi, chiacchierando con il “maggiordono” Fabio Fazio (chiamarlo giornalista mi sembrerebbe un ossimoro), ha paventato l’idea di candidare alla prossima Presidenza del Consiglio, qualora lui restasse incandidabile per legge, l’ex comandante dei Carabinieri Leonardo Gallitelli. Cosa dire al riguardo? Silvio Berlusconi è un genio. Capovolge tutto il reale in un’iperbole di paradossi. In sostanza, un ottuagenario milionario, condannato in via definitiva per frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita (4 anni di reclusione), quindi un soggetto che per la Giustizia è un disonesto appurato, candida un uomo dello Stato, un carabiniere, alla guida del Paese. Un fuorilegge che tira la volata ad un uomo di legge. E’ un magnifico trucco per abbindolare qualche italiano. Chapeau.

_ Durante l’assemblea plenaria della rete “Como Senza Frontiere”, un gruppo di fascisti ha fatto irruzione ed ha obbligato la platea all’ascolto della lettura di un volantino, scritto da questi esaltati, sul tema della cosiddetta “invasione”. La notizia è la violenza del gesto che preoccupa per il senso di impunità che gli skinead percepiscono. Altrimenti non uscirebbero dai loro covi di svastiche e analfabetismo. Siamo nei pressi del 2018, ed ancora ci tocca vedere, e subire, certe scene. Una noia mortale.

TELEVISIONE
_ Molto seguito ha avuto la telenovela Daniele Bossari – Filippa Lagerback. Il primo, partecipando al grande fratello vip, ha chiesto la mano alla svedese di che tempo che fa. A colorare il tutto, suggestionando milioni di spettatori, le rivelazioni sui due, con lui che ha vissuto una forte depressione e lei che gli è rimasta accanto sostenendo che la rinascita psicologica, di lui, sia dovuta alla partecipazione al reality di mediaset. Una bella favola resa tale dal volto pulito della Filippa che sorride sempre con educazione. La ragazza della porta accanto, insomma.
Io non voglio fare il guastafeste, ma non ci trovo nulla di romantico nel chiedere di sposarsi sotto vigilanza mediatica del gf. E’ la televisione, bellezza. È tutto finto. O quasi. Ci sono dietro contratti, inquadrature concordate, copioni, marketing, obblighi pubblicitari, auditel, business, diritti d’immagine, carriere. Non c’è innocenza in tv. Vi basterebbe andare in uno studio televisivo una volta per rendervene conto. Poi la coppia in questione si sposerà e venderà l’esclusiva a “Chi”: inutile sgranare gli occhi per un fotoromanzo. Ma, d’altronde, la gente ancora mi parla della trasmissione di forum come un momento di verità. Invece recitano attori che ricevono un copione. Attori che ho conosciuto io stesso, tanto per ribadire. Se proprio devo fantasticare d’amore tramite mass media allora, finzione per finzione, lascio alle chiacchiere da parrucchierìa Bossari e Lagerback, e mi vado a rivedere Casablanca o Ufficiale gentiluomo o Love story o Harry ti presento Sally. Nevvero?

Qui pianeta terra. Domenica 3 dicembre 2017. Epoca Antropocene. Si salvi chi può.

FILIPPA LAGERBACK RACCONTA IN ESCLUSIVA A CHI PERCHÈ HA ACCE

P.

Dopo la fine del mondo

Dedicato alle città colpite dal terremoto nelle Marche – ottobre 2016 – ed a tutti i terremotati del mondo.

Quando guardi la montagna che ti è davanti, che ti porge la sua statura, che ha sentieri di croste e terriccio, la vedi con sudditanza. La ammiri nelle sue recite di silenzi quando fa la finta muta per sembrare senza vita. La osservi e sai che a sua volta quella cima è fissa su di te. E ne ha vista passare di gente come te che le sei un futile pizzicotto sul suo dorso. E te ne stai lì ad un passo dal cielo, sotto lo strusciarsi dello zucchero filato dei nembi, accanto ad occasionali starnuti di vento. Stai lì a cercare cicatrici tra i sassi, erba nuova, una qualche trasmigrazione, il respiro degli alberi, un segno qualsiasi dalla vetta. O ti capita di vedere l’azzurrità prima che vada in brace, così incendiata di tramonto, così vorticosa ed innamorata della giogaia che ti circonda. Uno spettacolo meglio di una serie tv, della tua canzone preferita, della sbornia del sabato, dei selfie al ristorante di sushi, meglio dell’ultima canna che, finalmente, ti concilia un po’ il sonno che hai perso da quando non credi più alle favole. Davanti alla montagna senti in diretta di star vivendo già un ricordo, e quindi uno strappo, una baldoria di malinconie come le cose irrisolte che ti sei portato nello zaino, come la fatica di farcela.

E siccome la ami, la montagna, ci sei tornato. Un anno dopo la fine del mondo. Quando il terremoto decise di ricordarci un sacco di cose e di ricordarcele con la sola espressione a cui è condannato.

Ci sei tornato per un dovere morale, per un richiamo invincibile, per restituire qualcosa dopo aver depredato tanto a questi luoghi. Posti dove da bambino facevi le capriole mentre i tuoi genitori sembravano immortali e gli adulti erano gli adulti e tu avevi fretta di crescere, ma nello stesso tempo non te ne fregava niente perché il buio lo sconfiggevi con la fantasia.

Zone in cui stendersi sui prati con gli amici, fare ottime mangiate, avere un proponimento di libertà. Luoghi dove portavi la fidanzatina perché la pioggia che scende sui monti non la dimentichi più, perché quei baci pieni di futuro di scintillanti speranze, non sono tornati più. Posti dove fare escursioni, recuperare quel battito primordiale incarcerato dalla tecnologia. Località in cui ritrovare un po’ quell’istinto della pietra e del fuoco, quando il mondo era tutto da inventare, quando la storia dell’uomo non era nell’utero dei giorni.

Un anno fa tutto questo è crollato. Venuto giù in un lampo infinito. Le case devastate, pezzi di montagna divelti, ponti sbriciolati, storie uccise, zolle sconquassate, campanili sfregiati di crepe, pensieri giovani funestati di rassegnazione. E un anno dopo, laddove giocavi, amoricchiavi, ti tuffavi in spensieratezze nei lunedì di pasquetta con gli amici, adesso c’è un unico grande cimitero che sembra così uguale al tuo cuore infranto. Così identico alla desolazione che ti porti dentro, così misero e vinto come lo sguardo dei poeti.

Al suolo pietre e membra di abitazioni rotolate nell’oblio. Davanti zone rosse e momenti di un tempo immobilizzato come una Pompei nelle scene di vita a fermo immagine. Fantasmi. E intorno ti volti e sembra ci sia stata la guerra. Invece è stata la fine del mondo. Perché quando a qualcuno gli si uccidono i ricordi ed il proprio posto dell’anima, il mondo finisce.

La contempli, la montagna assolata, pettinata da fiori e fogliame, la segui nella centellinata corsa per bucare l’etra. E ti arrendi. Perché è la sola cosa più nobile da fare. Ti arrendi definitivamente. Per sentire ancora un po’ di vita, per toglierti dalla testa l’acufene quotidiano che riproduce il ghigno di Trump, la malattia di Kim Jong-un, la topaia di questa Italia, la Siria che si squaglia sotto le bombe, l’Africa ridotta a pattumiera. Questo acufene che resta, impertinente, come un sabba, una festa del male che sopprime le voci, gli amori che saranno, quelli che erano, i sogni, e noi. Resta mentre la natura è qui. C’è sempre stata, ci sarà quando l’uomo si estinguerà. La terra è viva, è pettegola, è allergica alla staticità, è fatta di afflati e coinvolgimenti, è frastornata dai colori, è pazza, misteriosa, mamma premurosa e matrigna omicida. La vedi, te ne immergi, ma vedi anche lo Stato. Vedi che un anno dopo il fallimento di democrazie, governi, burocrazie, capitalismi tutto è contro. Non contro l’evoluzione, ma l’elevazione. Elevarsi è una possibilità che ci resta di ribellione e speranza. Ma la speranza è giusto lasciarla agli illusi. Il mondo ha fatto la sua parte. L’hai fatta pure tu con quattro versi del cazzo e tanto egoismo. Ti sei fatto fottere e stai cominciando a marcire perchè sei all’ultimo stadio. Ti è rimasto qualche trasporto d’amore, qualche stramba coincidenza che ti porta a giustificare l’autolesionismo. Ti è rimasto un ultimo atto d’amore fra i tuoi imbarazzanti tentativi di farti amare. Ti è rimasto scrivere. Ti è rimasto il tempo di un addio perché la festa è finita. Non doveva andare così. Non in questo modo. Non in questo mondo.

Guardi la montagna probabilmente per l’ultima volta, per l’ultima giovane estate. Ti consoli nella dignità di questa gente delle Marche che nelle avversità, con fatalismo e forza d’animo, è ancora in piedi. Guardi la Martina ed Andrea, che ti hanno accompagnato, e ti viene voglia di domandargli scusa. Di tutto. Di quello che sei. Di come sei. E invece ti limiti ad un doveroso grazie. Martina ti dice che, qui dove siete ora, la prima attività a riaprire dopo il terremoto è stata il pub. Sembra uno scherzo del destino. Tu ci hai sempre creduto nei pub. Sono stati la tua vera casa e adesso, a breve, la tua tomba. Ma le coincidenze sono stupefacenti per questo.

La vita, se riesci a viverla, è solo un bellissimo modo di morire.

montagna

P.

C come Civitanova Marche

Ti alzi un mattino e credi ai miracoli nonostante tu sia ateo. Ci credi perché sei ancora vivo. Inaspettatamente, per quel che ricordi. Presumi di esserti rotolato a casa in qualche modo. Ed in qualche modo la chiave è entrata nella fessura della porta ed era quella giusta. Sia la chiave che la porta e, persino, la casa, quindi la via, quindi la città; troppe fortunate combinazioni. Perchè fai così? Perchè hai visto la Bellezza e non ti appartiene più niente. E niente durerà.

Intanto rimembri che qualcuno ti ha fatto compagnia in nottata. Forse era, come sempre, la malinconia, oppure qualche amico, o hai improvvisato (perché a te piace) o sei tramontato, come al solito, rinchiudendo dietro agli occhiali tutto il dolore di esistere. Non ti capiscono in molti, ma una bevuta c’è sempre qualcuno che te la offre, chissà se meritata, ma è così. Ogni volta.

Ti alzi un mattino e sei sul tuo letto sfatto di solitudini e imbarazzanti rientri. Ma le lenzuola accartocciate si mescolano al caffè, ai ricordi struggenti, ai grandi sogni, allo sperma ed alle consapevolezze di essere un pagliaccio depresso ed un arlecchino in gran forma (perché i dispetti alla vita sei, autisticamente, sempre pronto a farli e rifarli). La torturi, la vita, come lei tortuta te.

E quindi ti alzi, per intercessione divina, un mattino, e sei a Civitanova Marche. E allora? E’ un vanto? E’ Parigi? E’ Tokyo? E’ Amsterdam? E’ New York? No. Non lo è. È questo però. Tutto questo. È una storia diversa. È il mare Adriatico scritto in grande sotto casa. È la torre della chiesa di Cristo re, di cui non te ne frega un cazzo, ma è bello saperla svettare lì a vegliare sulle lacrime di tutte le onde che rientrano a riva nel rito pagano della natura. Alla fine sopporti pure le campane, peccato siano amplificate da altoparlanti e fintamente suonate. Civitanova è la tua città che non dorme mai, ma sonnecchia sempre quando tu, invece, vuoi gridare alla vita che sei vivo. E per questo la odi. E bestemmi contro i proprietari dei locali che non stanno aperti per 24 ore. Poi appena ti affacci altrove ti rendi conto che, altrove, chiudono molto prima di quanto chiudino “i tuoi”.

Ti svegli un mattino e sei a Civitanova Marche e metti insieme le ossa ormai malridotte come un naso di un pugile con carriera ventennale, e ti compiaci. Pensi che le mura, nella parte alta della città, sono ancora lì. Pensi a quei vicoli ed alle grotte, ai mattoni, a quelle quattro leggende agresti fatte di fantasmi e streghe. Pensi che sei in collina e hai pure il mare. Pensi alla pescheria e all’odore del pesce, al molo e tutte le volte che lo hai allagato con le salive dei baci che hai scambiato. Pensi aldilà dell’acqua ed all’inganno di cui è fatto l’orizzonte. Pensi all’autostrada di scogli, fatta di granchi e canne da pesca e rifiuti e gatti e olezzi e pomiciate. Pensi alla piazza, stuprata dalle macchine, non più agorà, non più tenero luogo di scontro fra i democristiani che uscivano dalla messa la domenica ed i comunisti che cercavano di appioppare loro L’Unità. Pensi alla sabbia, alla spiaggia ed al fatto che ne hai due; una fatta a ghiaia ed una a granelli sabbiosi. Sembra che hai pure due mari. Uno subito profondo, un altro piatto, pigro, timido. Questa è la tua città. Con il piadinaro e il kebabbaro. Con il dialetto e le bestemmie, col varnelli che cola da ogni infisso. Con l’amore sfiorato, con l’amore che serve, con l’amore inutile, con le ragazze che ti lasciano lì a sognarle mentre passano disegnando enigmi e intuizioni sconce.

Ti aggrappi a questo la mattina in cui hai rinunciato a morire, quando lasci le unghie sulla lavagna del destino, quando vedi le palme, bruttine e noiose, sul litorale, quando realizzi che le palme ce l’hanno tutti e quindi le sostituiresti persino coi cipressi o con dei totem fallici tipo festa dei 50 anni di playboy; basta che ‘ste palme si levino dai coglioni. Però sono sempre lì, rassicuranti, in un certo senso, con una routine seducente. È la tua città che, spesso, ha risposte abitudinarie, che disprezzi perchè si riempie di banche, chiese ed ordinanze. Ma poi ti rendi conto che non te ne frega un cazzo perchè ci sono sempre G di Gossip o Renzetti a farti assaggiare un negroni come quel figlio di puttana di dio comanda, e consolarti. Te ne freghi perchè c’è sempre una Ipa coi controcazzi al Pabbetto su quel bancone che ha benedetto Geppetto in persona se no non si spiega. Te ne fotti perché puoi sempre fare l’alba da Kika con la classe di Silvana o la dolcezza spalancata di Laura. Te ne freghi perché persino il vento, in città, non stende i gambi e gli steli, ma li culla. Te ne freghi perché vai al Cavern e non te ne andresti più via se passano quei voli acrobatici di rondini che sono Martina e Vale, o quel gran figo di Niccolò. Te ne freghi e vivi. Passi oltre. Ma prima vai da Marebello a gustarti un rucolino o porti le chiappe al Veneziano, anche solo per inerzia, ma il Veneziano è sempre il Veneziano. E se non vai a dormire per niente e poi devi pranzare, puoi sempre quietarti da Caracoles. Tanto questa è Civitanova: fughe e ritorni, canne e unz-unz allo Shada, la corona di spine del vivere ed il sangue da lasciare all’Avis. Tu che deponi le armi dell’amore perché hai scelto la paura. Tu che convivi con le negazioni a cui ti costringi, tu che cerchi la neve al sole, tu che una sera hai camminato con me senza motivo, ma forse il motivo è che io so che tu sai e a te serve tradirti con la poesia. Questa è la mia città. Dove mancano le poesie scritte sulle panchine, alla stazione, sui muri esterni di palazzo Sforza. Dove abbiamo teatri e verde, dove vorrei altro verde, un po’ di viola e di rosa, più notte, più vino, pù libertà, meno razzismo. Questa è la mia città, che ha rotto i coglioni a menarcela con Annibal Caro e Sibilla Aleramo e pure con Miss Italia ed altre facezie. Civitanova sei tu. Ti svegli un mattino e sei intatto. Tutto è intatto, tutte le saracinesche e le persiane chiuse, tutte le villette isolate, tutti i palazzi, tutti i condomini. Tutti i quartieri. Siamo vivi per un qualche scherzo, ma siamo vivi. E guardi i muri fatti da Anime di strada e speri che tutto diventi così, pure la tua vita. Sei sfinito di evanescenze e perdi spesso il punto. Cerchi chiarità, ma ti fai male. Buchi il cielo, ma l’azzurro non si sgonfia. Ogni tanto ami anche perché l’amore ti manca sempre addosso.

Questa è la mia città ogni mattino che mi alzo come Lazzaro: è fatta di tutto l’amore che ci manca addosso.

E alla fine vinceremo noi. Passerà la ndrangheta, passeranno le amministrazioni di ogni colore, le stronzate dei coglioni da tastiera, le sagre di questo cazzo, le chiese, le banche, i divieti, i commercianti che non capiscono un cazzo di turismo, i centri commerciali, le file, le luminarie, eccetera. Alla fine vinceremo noi. Perché siamo noi.

Perché ce lo diremo una volta per tutte questo amore. Questo amore che non ci hanno dato e che ci manca addosso. E che ci prenderemo. E che ce lo daranno.

P.

Lettera al sindaco che verrà

Civitanova Marche, li 22/06/17

Caro Sindaco,

salto i convenevoli ed i saluti di rito. So che ha molto lavoro da fare, cose importanti, più grandi di me. So anche che non sono l’unico a scriverle letterine per tirarle la giacchetta. Ma io, semplicemente, ho sentito il bisogno e, presuntuosamente, la responsabilità, di parlarle. Da lunedì prossimo coprirà questo ruolo di rappresentante ed amministratore della mia città. L’impegno che le chiedo è di metterci carnalità in quello che farà, di usare il sangue, di porre al centro della sua attività il coraggio dell’utopia. Non ci tedi con le solite questioni burocratiche che sì, ammetto, sono fondamentali, ma più importante sarà nutrire i suoi concittadini con lo zucchero filato dell’utopia. Non si fermi al possibile, non tema di sembrare stralunato, si butti, si tuffi nel sogno di una città oltre l’ordinario. Cerchi di avere un pensiero sbilenco, uno sguardo incantato, un’idea visionaria del vivere, un approccio romantico nel gestire le cose e nel farle gestire. La prego di osare, di non vergognarsi mai nel parlare d’amore. La invito a ridere, a metterci ironia, a fare pernacchie utili all’occorrenza, ad uscire dagli schemi, ad essere in movimento, ad educarci alla ribellione. Questa città ha voglia di Bellezza. Ne vogliamo ancora di più. Dovrà perderci il sonno per essa, dovrà smarrirsi e guidarci. Facciamo diventare Civitanova un posto un po’ Christiania, un po’ Berlino, un po’ New York, un po’ Cartoonia. Un luogo altro, insomma, un altrove dove tutto è magicamente realizzabile, dove la Poesia s’annusi ovunque, dove un pensiero felice sia immaginabile, dove la concretezza della cultura sia una domanda di senso. Sfruttiamola l’arte, la sua freschezza, il suo stare al passo coi tempi o anticiparli, il suo senso critico, i suoi mutabili umori, il suo essere baluardo di libertà. Senza la cultura, tra l’altro, caro Sindaco, non ci sarà sicurezza. Perché la cultura è conoscenza e la conoscenza fa la coscienza. E più c’è coscienza e più c’è sicurezza. Ci serve un sindaco-clown che rilegga Calvino, Kerouac, Federico Tavan, Piero Ciampi. Occorre un amministratore col naso rosso che ci regali libri, che pensi in grande, che non si unisca al coro, che tiri fuori la femmina che è in lui cosicché da sentire con sensibilità muliebre, quindi colmo di vibrazioni, la sintonia con l’universo.

Caro Sindaco, mi raccomando, esca, faccia nottata al pub, stia fra i tavoli coi ragazzi ad ascoltarli, si riempia gli occhi di gioventù e spericolatezza, si faccia una birra e parli di pittura, si unisca alla notte e si soffermi a guardare se ci sono troppe persiane chiuse che rinchiudono depressioni. Faccia le conferenze stampa fuori dal palazzo, cambi il linguaggio, non abbia timore del ridicolo, esca ad abbracciare gli alberi, insista nella ricerca dell’incanto. Sia un saltimbanco, un arlecchino fuori dal politichese, ci obblighi alla curiosità, ci dica dell’erotismo, del sesso, della scienza, della follia, dei fumetti, della musica. Faccia in modo di dirupare, come direbbe Annibal Caro, nella letteratura.

Forse lei si precipiterà a dirmi che dovrà far quadrare i conti, che ci sono atti da fare che nulla hanno a che vedere con questa mia lettera, ma io rilancio e le chiedo di esagerare, di essere esuberante. La esorto a spazzar via le ipocrisie altrui, ad avere il coraggio delle emozioni. Ci faccia sentire privilegiati. Apra i teatri pure di mattina, tolga le muffe istituzionali dai luoghi dell’arte, spalanchi le finestre della promiscuità creativa. Li sorprenda tutti, tolga i divieti, si diverta.

Caro Sindaco non voglio darle l’ansia della nostra felicità, che poi la felicità neppure esiste, ma ci difenda dalla mediocrità, sia il nostro Poeta, il nostro capitano (“O capitano, mio capitano…”) e per dirla sempre alla Walt Whitman, ci canti il corpo elettrico. Ci canti la democrazia, ci canti la rivoluzione artistica. Lo faccia per la dignità, per migliorare la qualità della nostra vita. Si faccia proprio male pur di difenderci. Ci dia le piazze, i vicoli, i prati, le spiagge. Imprechi pure qualche volta, sia normale nella straordinarietà.

E soprattutto non si dimentichi che dobbiamo reinventare la realtà.

Per farci tutti più bene.

Cordiali saluti con illogica, sconveniente, allegria,

Peppe Barbera.

Venere-di-Milo-Louvre

Consapevolezze

Ti svegli un mattino e senti l’inferno che urla. Perché le tenebre non sono obbligatoriamente in nero, ma hanno anche contorni di albe. Perdiamo tutti ogni giorno qualcosa, ed ogni tanto qualcuno, ed ogni secondo è un respiro in meno che ci resta prima di esalarne l’ultimo su un letto di ospedale in qualche reparto di lunga degenza. Ogni maledetto giorno ci lascia qualcosa e qualcosa a lui lasciamo; che sia un capello nuovo bianco, un sorriso travolto dalla tristezza, una battuta riuscita che ci distragga dal dolore perpetuo. Poi apriamo dei libri, ce ne invaghiamo, ascoltiamo musica, evadiamo con la pittura, usiamo il sesso per un’idea di consolazione. Ogni giorno. Ogni volta, noi. E spesso siamo talmente indaffarati nei nostri umori e problemi che, volutamente, spegniamo la tv appena sentiamo che Trump sta per combinarne una e che altri coglioni come lui giocano a chi ce l’ha più grosso. La guerra dell’acqua, la guerra per la democrazia, la guerra del petrolio, i servizi segreti, i bambini in Siria, i droni, la Cina, il terrorismo, google, l’atomica.

Ti svegli un mattino e senti l’inferno che urla, che si fortifica mentre ci divoriamo di paure, che escogita i nostri anni nella trincea della vita. E allora va bene tutto; vanno bene le voci deboli dei poeti che inseguono il loro destino di perdenti andando dietro a qualche avanzo d’amore, a donne irraggiungibili, ad addii carichi di umiliazione, ad innamoramenti platonici, ad amori giganteschi mai ricambiati, a sogni già incrinati dalla nascita e che rivaleggiano, in fragilità, con l’osteogenesi imperfetta. Ma è giusto così; è giusto farci predare dai semi della vita, è doveroso correre dietro alle sottane per avere uno spigolo di cielo nell’anima, per difenderci con tutta la pienezza di una grazia, per battagliare contro questa febbre di senso, contro il quotidiano inferno che, ogni mattino, ci aggiunge lava.

C’è qualcosa nella vita, in questa sua natura, che sa di vendetta, che espande un’infelicità virile, che ci fa giocare ai dadi pur sapendo che il banco vince sempre. E non mi riferisco solo alla beffa di dover morire chissà quando e chissà come (sempre troppo presto e troppo in malo modo), bensì penso all’invincibilità dei suoi capricci, di come l’esistenza sia il disegno diabolico di un gioco pieno di imprevisti, rimorsi, rancori, sbagli, fallimenti, fughe, perdite, solitudini. Inutile costruire ponti, mettere sonde su Marte, scoprire la penicillina, se poi ci ammazza un aperitivo senza compagnia, un messaggino mai arrivato, la verità degli altri, persino certi inspiegabili momenti di serenità. Ecco perché ti svegli un mattino e senti l’inferno che urla. E l’unico rimedio che hai per non udirlo è gridare più forte, bruciare di più, abusare della propria giovinezza fino ad accelerarne le rughe, pennellare ebbrezze fino a tenere insieme certi significati di sentimenti.

La vita non insegna granché, se non il linguaggio delle miserie, il fattore tempo, l’ineluttabilità della disfatta, la ridicola opera dei tentativi. Ci facciamo rovistare dalle ansie e dai mestieri, dalle ferite al cuore e dalle sigarette sempre accese. Non stiamo mai bene insieme, non ci abbracciamo mai abbastanza, non scopiamo mai abbastanza, non dialoghiamo con la pioggia, non liberiamo la fantasia. Non ci portiamo dietro abbastanza vita.

E quindi, niente; sto qui ad aspettare il tuo sorriso mentre le cose hanno un rivolgimento disumano. Sto qui per una carezza sconcia. Per un’agile mossa, spiritosa, di vento. Per prenderci tutto questo non capire e mandarlo giù a colpi di grappa. Sto qui per rubare un po’ di te, un po’ di quei difetti che hai provato a nascondere e sono così fastidiosi che li amo. Per trattenerli con me ogni giorno, come le urla dell’inferno quando ti svegli al mattino.

AlbaP.

In memoria di noi

In questo preciso momento una bicicletta viene rubata da qualche parte, qualcuno trafigge il freddo, con l’auto, per andare in ospedale a visitare un parente. E giovani si concedono qualche bravata, i poliziotti rimangono con le mani che prudono o danno una lezione di fascismo a qualcuno nel segreto della questura. I bimbi, coi genitori, s’affannano a nuotare nell’oceano di luci natalizie in cerca di qualche stronzo di babbo natale. Una o più anime, invece, pensano ad un’altra persona e trepidano nell’attesa. Ma, sotto il petto, per tutti, i battiti hanno il furore dei lividi perché, a chiunque, dietro la superficie, gli si vede come il cuore sia stato rigato dalla beffa di una felicità. La felicità ha la violenza di una guerra, ha tutto lo scorrere di esondate parole non dette e rappresaglie di solitudine.

A me, nel frattempo, straripa la Poesia che sei, la tua porcamadonna di assenza. Il fatto che fingi che serva scegliere il male minore, la tua condizione di intelligenza ingabbiata, la tua fatiscente idea di noi. Questa nostra, maledetta, educazione impossibile di noi.

Che mi si porti da bere, quindi, che la mia Poesia è un po’ ingombrante ed essere me stesso non è un trattato di coincidenze, ma di coraggio, e io, come mio padrone, ho scelto lo svantaggio della passione.

In memoria di noi.

In questo preciso momento, alcuni, sono indaffarati a preparare la sala del ristorante. Altri caricano la moka, certe ragazzine si danno appuntamento per arrivare ubriache alla movida. Quarantenni single rimuginano sul loro stato e un orizzonte che non vedono.

In questo preciso momento il ladro di bicicletta ha piazzato l’affare e qualche depresso sotto le coperte si tocca per continuare a resistere. A nord, a sud, ad ovest e ad est mendica attenzione una bambina appena nata, mentre la Cia ed il Mossad giocano a Risiko e un biondo e sbarbato Bin Laden, sotto un altro nome, sorseggia un “mojito musulmano” alle Maldive.

In questo preciso momento il mondo cambia e resta lo stesso; un attentato si fa ed altri no. Da un ponte un tizio si suicida, una puttana sceglie i vestiti, una suora ha voglia di cazzo, un cretino fa la proposta di matrimonio alla fidanzata.

In questo preciso momento, fortunatamente, qualcuno fa sesso, altri esternano pareri sul prossimo capodanno con Gigi D’Alessio a Civitanova Marche che suonerà la sua merda mentre gli ospedali cureranno, i disabili, senza parenti, giocheranno con l’animazione di operatori, a 1.000 euro al mese, quando va bene. E i morti di fame scroccheranno un piatto caldo alla Caritas, qualcuno scoppierà petardi, tu sceglierai di nuovo il male minore. Un altro anno. Ancora.

Sceglierai ancora lacrime e solitudine ipocrita da difendere. Ma io io sono qui. Stretto a tutto quello che si osa di più.

In memoria di noi.

In questo preciso momento, a pochi passi dal 2017 io osanno le mie idee. Io dico che me ne frego di Allah, Buddha, le chiese, il mondo così com’è, i profumi come sono, il sole che irradia queste mie tempeste di poeta e le tue stupide falsificazioni per resistere ai giorni, me ne frego di Gigi D’Alessio, delle spiritualità che blaterano i movimenti new age. E tu dovresti fregartene degli errori, del sonno interrotto, dei traguardi falliti, dei mestieri da imparare, del sapere o non sapere, dei secoli nei secoli, del becerume politico, delle case farmaceutiche, del 25 dicembre, delle istituzioni, dei servizi segreti, del controllo sociale, della sonda su Marte, della conquista di nessuna conquista, di Manuel Agnelli che insozza la musica in televisione.

Perché in questo preciso momento, la vita che conta, accade quando pranzi in compagnia con la finalità di conoscere un po’ di più gli altri, quando tutto si capisce che è a perdere e apprezzi di più tuo padre che ha sborrato nella fregna di tua madre la quale, tra le nausee schifose ed altri tormenti lunghi nove mesi, ti ha cagato fuori dalla sua fica puntuale quasi come Amazon. La vita che conta trionfa mentre inciampi, mentre alzi i calici e ti scordi l’istinto di dovere vivere, quando te ne fotti delle leggi, quando il problema diventa la soluzione. Quando ti liberi di pianti e tonfi mai scelti, quando gli amici sono lì, ad un fischio, qualsiasi catastrofe accada. Quando un negroni, anzi due, fanno male al fegato, ma a tutto il resto danno salute. Quando io so chi sei te e tu sai chi sono. Quando, ogni volta che l’abitudine di vivere ti porta a sgambettare un sogno, ne riconosci il senso. Quando d’improvviso ti soffermi perché percepisci qualcosa di indistinto.

Probabilmente noi.

Sicuramente, in memoria di noi.

P.