In mutande

Halloween è passato e ieri sera non ho aperto la porta ai bambini che hanno citofonato per le caramelle. Non potevo interrompere la lettura del fumetto di Crepax. Siamo a novembre ed imperversa un sole micidiale, si squagliano tramonti fluo, la luna si fa notare come il culo di Claudia Koll in “Così fan tutte” di Tinto Brass. In America c’è stato un attentato, e non si capisce quanto sia coinvolto Trump nel “Russiagate” (finirà con l’impeachment?). L’America è grande, staremo a vedere. Intanto la Corea e l’Iran avanzano per il nucleare. La Cina sta per regnare il mondo, l’Europa è vecchia, stanca e piena di ignorantelli nazisti. L’Africa preme e si ribella per essere stata trattata, da noi coloni, come la pattumiera del mondo. Non sono sbarchi; è la rivoluzione nera. E io parteggio con l’Africa, che sia chiaro. Sto con tutti gli ultimi della terra ovunque.

Ma, considerazioni geo-politiche a parte, mi sento un pirata in questi fiumi d’asfalto che sono i marciapiedi della mia città, e non riesco più a stare solo senza la mareggiata che si vede negli occhi dell’amata. Ma non so più neppure stare in compagnia e a volte mi manco tutto per me. Passerà o non passerà mai? Non lo so, comunque per sicurezza mi faccio un pieno di stelle e pazzia e porto avanti quelle quattro scelte sbagliate per avere l’ennesima scusa di vivere le notti più marce, come quelle quando stai così piegato sulla disperazione che persino uno starnuto di vento ti accalda quanto un punch. Tutto questo è vivere o improvvisare? E’ sicuramente il mio unico copione recitato nel teatro della vita. Va bene così: la vita è un gioco che finisce per ucciderti, fatta di esili illusioni e voli d’Icaro per sentire sulla pelle una corsa felice di brividi, per calpestare i sensi fino alla vertigine e passare dal romantico al ridicolo in un attimo. Perché siamo sempre fuori tempo, sovrastati da cenni d’assoluto quando la bellezza ci prevarica.

Me ne sto in mutande, ora. Non mi va neppure di andare a pisciare. Mi piacerebbe all’imbrunire finire dentro il souvenir del mondo e vedere uno sciame di fiocchi di neve sbiancare le strade e gli alberi. Oggi sto così, senza smettere un’immaginazione, senza dimenticare i tuoi baci lasciati come delitti, le rime liliali, l’interminabile lamento del mare, e il più basso inferno in cui hai deposto il mio cuore dopo averlo strappato al sogno di noi. E me ne sto qui in mutande mentre tu te la ridi o ti fai schifo per come sei finita paralizzata dai doveri, chiusa in un circolo vizioso di obblighi e ripetizioni abitudinarie.

Che tramonto stai vedendo adesso? Brulica d’arancione o ha una storia comica? C’è la musica? E il mare li fa i suoi gargarismi con le onde? E lo guardi l’orizzonte che non è un granché come divisorio? Te le ricordi le poesie che intonavo? Ricalcavano il tuo corpo, vaneggiavano di gelsomini e agguati…

Me ne sto in mutande pronto a scrivere gli ultimi inutili versi, pronto a morire, pronto a ricominciare, pronto a scovare un amore nuovo senza ammainare la bandiera della mia libertà. Un amore nuovo in questi avanzi di civiltà, tra Pechino e New York, per perdermi in un trionfo di errori e lingue intrecciate, asserragliate nella trincea del destino. Fino a rendere tutto fenomenale. Fenomenale come il rosa dei fenicotteri, la danza dei cigni, il riverbero dell’ignoto, la squisitezza della tua assenza, le concessioni del cosmo, la tua schiena nuda chinata davanti a me.

Qui si vive a quanto sembra, si tira avanti tra un herpes e le convulsioni dell’ansia, tra un’insonnia e quel qualcosa che ti mette il capriccio del sesso. Qui si vive, ci si battaglia dentro, si divampa come redivive galassie, si è superstiti di quotidianità nodose, di disseminate mancanze.

Qui si vive ancora e ci si incrocia gli sguardi per estorcerci affetto, per calibrare pozioni d’amore, per un itinerario di rampe di baci e malintesi di poesia.

Qui si vive a quanto sembra. Mentre me ne sto in mutande. Pronto a tutto. Al gran finale. All’autenticità più violenta. A me e a te. A te senza me. A me che deturpo preghiere e non guarisco dall’innocenza.

A me che sono la tua giovinezza nonostante me.

buk

P.

Cospirando speranze

Spero per voi che impazzirete. Che vi troverete un destino rumoroso di libertà. Un futuro trasparente quanto il gioco del sogno. Spero non lascerete in eredità dogmi fallibili o rimpianti. Mi auguro avrete un miracolato sfondo di bellezza, una cornucopia di ricordi d’amore, una luna ancora da contemplare. Spero che abbandonerete ogni sciocca saggezza, i finti rimedi sentimentali, la vostra insopportabile voglia di ordine. Spero che perderete la superficialità di ogni cerimonia, che non troverete più differenze tra umani, che non perdonerete questa vita, che vi rivolgerete alla leggerezza lambendola, che ostruirete ogni arteria del pregiudizio. Spero che canterete a memoria la bontà della follia, che conterete i minuti passati in compassionevole benevolenza. Mi auguro di vedervi cadere, inciampare in qualche abbraccio servito ad aprire il paradiso. Spero che sarete notizie di cinema pieni, di controversie cessate, di lucidi insegnamenti da un dolore. Spero che cambierete tutto, spaccherete tutto, sconvolgerete tutto, incontrerete mani, fiorirete rose, ucciderete soluzioni facili, sarete il preludio alla fantasia. Spero vi pioverete poesie, girerete valzer, conoscerete giovinezze, sfonderete lentezze, rallegrerete gli ultimi, avvicenderete progetti, smalizierete entusiasmi, raggiungerete apici di sconcezze. Mi auguro vi masturberete, suonerete jazz, abbatterete muri, tralascerete esigenze, succhierete la polpa dell’estasi. Mi auguro non lascerete indietro un bicchiere, non piangerete inutilmente, non chinerete mai più il capo, non declinerete leccornie, non leggerete Moccia, non riporrete fiducia nei capi-popolo. Spero piscerete all’aperto, proporrete suggestioni, acconcerete ricci di nuvole, vi ricorderete di santificare lo sperma. Spero aprirete le finestre e mangerete moscerini, cucinerete piccante, commetterete peccati, vi affratellerete agli alberi, busserete alla porta della costruzione di un amore. Spero isserete altari di ingenuità, praticherete pantomime alla arlecchino, spero consumerete paradisi artificiali, morderete fragole e panna, farete surf sull’orizzonte, vi distruggerete di incanti. Spero crollerete di meraviglie, goderete di vertigini, intuirete mescolanze, obbligherete il mare come sanno fare le sirene. Spero finirete in abissi d’immensità, frugherete il sangue nelle vene, spargerete saliva di baci, annetterete gli uomini difficili, quelli che hanno personalità affascinante. Spero disobbedirete, spero rientrerete tardi a casa, spero riavrete i venti anni, spero musicherete i tramonti, scuoterete gli allocchi, abbronzerete il sole, terrete con voi il mutismo poetico dei lampioni al molo. Spero cercherete l’introvabile, tratterrete respiri da innamorati, spero vi scapiglierete.

Mi auguro narrerete di rivalse e resilienza, vi incapriccerete, sarete disadattati, sarete evasi, sarete esiliati, sarete rinnegati, sarete pecora nera. Spero sarete oriente ed occidente, nord e sud, vento e immutabilità, baldorie e tenerezze. Spero eviterete le file, spero rinnegherete i numeri, abbasserete le urla, vi ferirete di lussureggianti stelle. Spero chiederete sapere, naufragherete in malinconie di artista, riderete, berrete ve la spasserete, vi perderete. Spero vi darete la mano, non farete cerchi perfetti, diffiderete delle icone plastiche, indottrinerete alla volontà di trasalire, scherzerete ai funerali, caldeggerete l’eros, concluderete cose sconclusionate, conoscerete persone e non gente, sbriciolerete loghi, laverete via i servi di partito, getterete sassi alla finestra dell’innamorata, patrocinerete amicizie, squarcerete aurore boreali, vi ammalerete di perdizioni, non ascolterete razionalità. Spero non nasconderete l’oro della dignità, spero appenderete al chiodo il fregarsi degli altri, vi torcerete di sentimenti, vi corroderete di avventure, vi dimissionerete da voi stessi.

Tutto questo spero, tutto questo essere o non essere, tutto questo utopico deragliare. Tutto questo schiantarsi dentro al cosmo. Tutto questo iniziare per non perire. Un nuovo giorno, dosi di felicità, ossigeno.

Tutto questo ergersi poesia. Perché la poesia è il bondage dell’anima. E se non ti fai male non sei mai stato qui.

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P.

Dopo la fine del mondo

Dedicato alle città colpite dal terremoto nelle Marche – ottobre 2016 – ed a tutti i terremotati del mondo.

Quando guardi la montagna che ti è davanti, che ti porge la sua statura, che ha sentieri di croste e terriccio, la vedi con sudditanza. La ammiri nelle sue recite di silenzi quando fa la finta muta per sembrare senza vita. La osservi e sai che a sua volta quella cima è fissa su di te. E ne ha vista passare di gente come te che le sei un futile pizzicotto sul suo dorso. E te ne stai lì ad un passo dal cielo, sotto lo strusciarsi dello zucchero filato dei nembi, accanto ad occasionali starnuti di vento. Stai lì a cercare cicatrici tra i sassi, erba nuova, una qualche trasmigrazione, il respiro degli alberi, un segno qualsiasi dalla vetta. O ti capita di vedere l’azzurrità prima che vada in brace, così incendiata di tramonto, così vorticosa ed innamorata della giogaia che ti circonda. Uno spettacolo meglio di una serie tv, della tua canzone preferita, della sbornia del sabato, dei selfie al ristorante di sushi, meglio dell’ultima canna che, finalmente, ti concilia un po’ il sonno che hai perso da quando non credi più alle favole. Davanti alla montagna senti in diretta di star vivendo già un ricordo, e quindi uno strappo, una baldoria di malinconie come le cose irrisolte che ti sei portato nello zaino, come la fatica di farcela.

E siccome la ami, la montagna, ci sei tornato. Un anno dopo la fine del mondo. Quando il terremoto decise di ricordarci un sacco di cose e di ricordarcele con la sola espressione a cui è condannato.

Ci sei tornato per un dovere morale, per un richiamo invincibile, per restituire qualcosa dopo aver depredato tanto a questi luoghi. Posti dove da bambino facevi le capriole mentre i tuoi genitori sembravano immortali e gli adulti erano gli adulti e tu avevi fretta di crescere, ma nello stesso tempo non te ne fregava niente perché il buio lo sconfiggevi con la fantasia.

Zone in cui stendersi sui prati con gli amici, fare ottime mangiate, avere un proponimento di libertà. Luoghi dove portavi la fidanzatina perché la pioggia che scende sui monti non la dimentichi più, perché quei baci pieni di futuro di scintillanti speranze, non sono tornati più. Posti dove fare escursioni, recuperare quel battito primordiale incarcerato dalla tecnologia. Località in cui ritrovare un po’ quell’istinto della pietra e del fuoco, quando il mondo era tutto da inventare, quando la storia dell’uomo non era nell’utero dei giorni.

Un anno fa tutto questo è crollato. Venuto giù in un lampo infinito. Le case devastate, pezzi di montagna divelti, ponti sbriciolati, storie uccise, zolle sconquassate, campanili sfregiati di crepe, pensieri giovani funestati di rassegnazione. E un anno dopo, laddove giocavi, amoricchiavi, ti tuffavi in spensieratezze nei lunedì di pasquetta con gli amici, adesso c’è un unico grande cimitero che sembra così uguale al tuo cuore infranto. Così identico alla desolazione che ti porti dentro, così misero e vinto come lo sguardo dei poeti.

Al suolo pietre e membra di abitazioni rotolate nell’oblio. Davanti zone rosse e momenti di un tempo immobilizzato come una Pompei nelle scene di vita a fermo immagine. Fantasmi. E intorno ti volti e sembra ci sia stata la guerra. Invece è stata la fine del mondo. Perché quando a qualcuno gli si uccidono i ricordi ed il proprio posto dell’anima, il mondo finisce.

La contempli, la montagna assolata, pettinata da fiori e fogliame, la segui nella centellinata corsa per bucare l’etra. E ti arrendi. Perché è la sola cosa più nobile da fare. Ti arrendi definitivamente. Per sentire ancora un po’ di vita, per toglierti dalla testa l’acufene quotidiano che riproduce il ghigno di Trump, la malattia di Kim Jong-un, la topaia di questa Italia, la Siria che si squaglia sotto le bombe, l’Africa ridotta a pattumiera. Questo acufene che resta, impertinente, come un sabba, una festa del male che sopprime le voci, gli amori che saranno, quelli che erano, i sogni, e noi. Resta mentre la natura è qui. C’è sempre stata, ci sarà quando l’uomo si estinguerà. La terra è viva, è pettegola, è allergica alla staticità, è fatta di afflati e coinvolgimenti, è frastornata dai colori, è pazza, misteriosa, mamma premurosa e matrigna omicida. La vedi, te ne immergi, ma vedi anche lo Stato. Vedi che un anno dopo il fallimento di democrazie, governi, burocrazie, capitalismi tutto è contro. Non contro l’evoluzione, ma l’elevazione. Elevarsi è una possibilità che ci resta di ribellione e speranza. Ma la speranza è giusto lasciarla agli illusi. Il mondo ha fatto la sua parte. L’hai fatta pure tu con quattro versi del cazzo e tanto egoismo. Ti sei fatto fottere e stai cominciando a marcire perchè sei all’ultimo stadio. Ti è rimasto qualche trasporto d’amore, qualche stramba coincidenza che ti porta a giustificare l’autolesionismo. Ti è rimasto un ultimo atto d’amore fra i tuoi imbarazzanti tentativi di farti amare. Ti è rimasto scrivere. Ti è rimasto il tempo di un addio perché la festa è finita. Non doveva andare così. Non in questo modo. Non in questo mondo.

Guardi la montagna probabilmente per l’ultima volta, per l’ultima giovane estate. Ti consoli nella dignità di questa gente delle Marche che nelle avversità, con fatalismo e forza d’animo, è ancora in piedi. Guardi la Martina ed Andrea, che ti hanno accompagnato, e ti viene voglia di domandargli scusa. Di tutto. Di quello che sei. Di come sei. E invece ti limiti ad un doveroso grazie. Martina ti dice che, qui dove siete ora, la prima attività a riaprire dopo il terremoto è stata il pub. Sembra uno scherzo del destino. Tu ci hai sempre creduto nei pub. Sono stati la tua vera casa e adesso, a breve, la tua tomba. Ma le coincidenze sono stupefacenti per questo.

La vita, se riesci a viverla, è solo un bellissimo modo di morire.

montagna

P.

C come Civitanova Marche

Ti alzi un mattino e credi ai miracoli nonostante tu sia ateo. Ci credi perché sei ancora vivo. Inaspettatamente, per quel che ricordi. Presumi di esserti rotolato a casa in qualche modo. Ed in qualche modo la chiave è entrata nella fessura della porta ed era quella giusta. Sia la chiave che la porta e, persino, la casa, quindi la via, quindi la città; troppe fortunate combinazioni. Perchè fai così? Perchè hai visto la Bellezza e non ti appartiene più niente. E niente durerà.

Intanto rimembri che qualcuno ti ha fatto compagnia in nottata. Forse era, come sempre, la malinconia, oppure qualche amico, o hai improvvisato (perché a te piace) o sei tramontato, come al solito, rinchiudendo dietro agli occhiali tutto il dolore di esistere. Non ti capiscono in molti, ma una bevuta c’è sempre qualcuno che te la offre, chissà se meritata, ma è così. Ogni volta.

Ti alzi un mattino e sei sul tuo letto sfatto di solitudini e imbarazzanti rientri. Ma le lenzuola accartocciate si mescolano al caffè, ai ricordi struggenti, ai grandi sogni, allo sperma ed alle consapevolezze di essere un pagliaccio depresso ed un arlecchino in gran forma (perché i dispetti alla vita sei, autisticamente, sempre pronto a farli e rifarli). La torturi, la vita, come lei tortuta te.

E quindi ti alzi, per intercessione divina, un mattino, e sei a Civitanova Marche. E allora? E’ un vanto? E’ Parigi? E’ Tokyo? E’ Amsterdam? E’ New York? No. Non lo è. È questo però. Tutto questo. È una storia diversa. È il mare Adriatico scritto in grande sotto casa. È la torre della chiesa di Cristo re, di cui non te ne frega un cazzo, ma è bello saperla svettare lì a vegliare sulle lacrime di tutte le onde che rientrano a riva nel rito pagano della natura. Alla fine sopporti pure le campane, peccato siano amplificate da altoparlanti e fintamente suonate. Civitanova è la tua città che non dorme mai, ma sonnecchia sempre quando tu, invece, vuoi gridare alla vita che sei vivo. E per questo la odi. E bestemmi contro i proprietari dei locali che non stanno aperti per 24 ore. Poi appena ti affacci altrove ti rendi conto che, altrove, chiudono molto prima di quanto chiudino “i tuoi”.

Ti svegli un mattino e sei a Civitanova Marche e metti insieme le ossa ormai malridotte come un naso di un pugile con carriera ventennale, e ti compiaci. Pensi che le mura, nella parte alta della città, sono ancora lì. Pensi a quei vicoli ed alle grotte, ai mattoni, a quelle quattro leggende agresti fatte di fantasmi e streghe. Pensi che sei in collina e hai pure il mare. Pensi alla pescheria e all’odore del pesce, al molo e tutte le volte che lo hai allagato con le salive dei baci che hai scambiato. Pensi aldilà dell’acqua ed all’inganno di cui è fatto l’orizzonte. Pensi all’autostrada di scogli, fatta di granchi e canne da pesca e rifiuti e gatti e olezzi e pomiciate. Pensi alla piazza, stuprata dalle macchine, non più agorà, non più tenero luogo di scontro fra i democristiani che uscivano dalla messa la domenica ed i comunisti che cercavano di appioppare loro L’Unità. Pensi alla sabbia, alla spiaggia ed al fatto che ne hai due; una fatta a ghiaia ed una a granelli sabbiosi. Sembra che hai pure due mari. Uno subito profondo, un altro piatto, pigro, timido. Questa è la tua città. Con il piadinaro e il kebabbaro. Con il dialetto e le bestemmie, col varnelli che cola da ogni infisso. Con l’amore sfiorato, con l’amore che serve, con l’amore inutile, con le ragazze che ti lasciano lì a sognarle mentre passano disegnando enigmi e intuizioni sconce.

Ti aggrappi a questo la mattina in cui hai rinunciato a morire, quando lasci le unghie sulla lavagna del destino, quando vedi le palme, bruttine e noiose, sul litorale, quando realizzi che le palme ce l’hanno tutti e quindi le sostituiresti persino coi cipressi o con dei totem fallici tipo festa dei 50 anni di playboy; basta che ‘ste palme si levino dai coglioni. Però sono sempre lì, rassicuranti, in un certo senso, con una routine seducente. È la tua città che, spesso, ha risposte abitudinarie, che disprezzi perchè si riempie di banche, chiese ed ordinanze. Ma poi ti rendi conto che non te ne frega un cazzo perchè ci sono sempre G di Gossip o Renzetti a farti assaggiare un negroni come quel figlio di puttana di dio comanda, e consolarti. Te ne freghi perchè c’è sempre una Ipa coi controcazzi al Pabbetto su quel bancone che ha benedetto Geppetto in persona se no non si spiega. Te ne fotti perché puoi sempre fare l’alba da Kika con la classe di Silvana o la dolcezza spalancata di Laura. Te ne freghi perché persino il vento, in città, non stende i gambi e gli steli, ma li culla. Te ne freghi perché vai al Cavern e non te ne andresti più via se passano quei voli acrobatici di rondini che sono Martina e Vale, o quel gran figo di Niccolò. Te ne freghi e vivi. Passi oltre. Ma prima vai da Marebello a gustarti un rucolino o porti le chiappe al Veneziano, anche solo per inerzia, ma il Veneziano è sempre il Veneziano. E se non vai a dormire per niente e poi devi pranzare, puoi sempre quietarti da Caracoles. Tanto questa è Civitanova: fughe e ritorni, canne e unz-unz allo Shada, la corona di spine del vivere ed il sangue da lasciare all’Avis. Tu che deponi le armi dell’amore perché hai scelto la paura. Tu che convivi con le negazioni a cui ti costringi, tu che cerchi la neve al sole, tu che una sera hai camminato con me senza motivo, ma forse il motivo è che io so che tu sai e a te serve tradirti con la poesia. Questa è la mia città. Dove mancano le poesie scritte sulle panchine, alla stazione, sui muri esterni di palazzo Sforza. Dove abbiamo teatri e verde, dove vorrei altro verde, un po’ di viola e di rosa, più notte, più vino, pù libertà, meno razzismo. Questa è la mia città, che ha rotto i coglioni a menarcela con Annibal Caro e Sibilla Aleramo e pure con Miss Italia ed altre facezie. Civitanova sei tu. Ti svegli un mattino e sei intatto. Tutto è intatto, tutte le saracinesche e le persiane chiuse, tutte le villette isolate, tutti i palazzi, tutti i condomini. Tutti i quartieri. Siamo vivi per un qualche scherzo, ma siamo vivi. E guardi i muri fatti da Anime di strada e speri che tutto diventi così, pure la tua vita. Sei sfinito di evanescenze e perdi spesso il punto. Cerchi chiarità, ma ti fai male. Buchi il cielo, ma l’azzurro non si sgonfia. Ogni tanto ami anche perché l’amore ti manca sempre addosso.

Questa è la mia città ogni mattino che mi alzo come Lazzaro: è fatta di tutto l’amore che ci manca addosso.

E alla fine vinceremo noi. Passerà la ndrangheta, passeranno le amministrazioni di ogni colore, le stronzate dei coglioni da tastiera, le sagre di questo cazzo, le chiese, le banche, i divieti, i commercianti che non capiscono un cazzo di turismo, i centri commerciali, le file, le luminarie, eccetera. Alla fine vinceremo noi. Perché siamo noi.

Perché ce lo diremo una volta per tutte questo amore. Questo amore che non ci hanno dato e che ci manca addosso. E che ci prenderemo. E che ce lo daranno.

P.

Tutto quello che non puoi lasciarti alle spalle

C’è una canzone che mi risuona spesso in testa. È di Roberto Vecchioni. Titolo: “Mi porterò”. Ogni volta che mi ronza dentro mi accanisco ad immaginare quali momenti, quali cose porterò con me quando finirò al fronte, nella trincea della vecchiaia, un attimo prima dell’oblio dell’ alzheimer. Ho le idee piuttosto chiare, credo. Sono sicuro dei ricordi che spererò di ricordare. Mi porterò tutte le volte in cui ho dimenticato la morte e perdonato la vita ovvero le volte in cui inizio a scrivere una poesia o quando faccio all’amore. Mi porterò il sugo di mia nonna fatto bollire lungamente, Chaplin che sublima il cinema, l’abito di Marilyn Monroe che s’alza per una folata di vento. Mi porterò le volte che ho volutamente passeggiato sotto la pioggia, senza ombrello, per potermi sentire vivo, per avere dei pizzicotti d’acqua dal cielo. Mi porterò le cene mentre nuotavo negli occhi di una donna sospesi lì per me, fissi su di me. Mi porterò i versi di Bukowski e la sofferenza di Pavese e “tutti i poeti che hanno pianto per amore, se ci staranno nel mio cuore.” Mi porterò i goal di Batistuta quando era a Firenze, il mare d’inverno, “you can never hold back spring” di Tom Waits. Mi porterò il sorriso delle nipotine mentre incasinano il letto con giocattoli e cianfrusaglie. Mi porterò i momenti difficili condivisi con le amicizie. Mi porterò l’incanto che mi travolge ogni volta che entro in una libreria. Mi porterò tutte le sbronze finite male, tutte le ferite e le cicatrici, tutte le partite perse immeritatamente. Mi porterò tutte le attese per un bacio immaginato da secoli o le volte che il bacio è arrivato prima che lo potessi immaginare. Mi porterò questo mio modo irresponsabile di vivere, sempre sul filo dei vent’anni, con la rabbia adolescente ed ormai un’esperienza da terza età. Mi porterò le gratificazioni ed i sacrifici nel mio lavoro coi ragazzi diversamente abili che sono così dentro di me, questi ragazzi, da governarmi le vene in nome dell’amore. Mi porterò tutti i maledetti colori della depressione, gli abbandoni, i finali tristi, le cazzate imperdonabili, gli sbagli obbligatori, il mio cane quando vigilava su di me. Mi porterò le trasgressioni che non ho finito di combinare, l’effetto sorpresa, le improvvisazioni, le cadute di stile che svelano le imperfezioni. Mi porterò i rimpianti, che sono sempre meno per fortuna, e la mia infanzia negli ’80. Mi porterò legami nuovi, complicati, strappalacrime, assurdi, necessari, eternabili, romantici, spericolati, aggravati dalla passione, fulminei, inutili, complicati, infelici o folli non importa.

Mi porterò il libero arbitrio, le croci che ho trascinato, la polvere sui libri, tu che ti sposti i capelli, i giri in tre sul motorino, i compleanni malinconici, mio nonno ubriaco fradicio paralizzato su una sedia a rotelle. L’altro nonno mai conosciuto. Mi porterò le volte che mi sono buttato perché la vita lo esigeva, giusto o sbagliato, lo esigeva. Mi porterò angoli della mia città sudici di notti balorde, pregni di tormentati passanti. Mi porterò le meravigliose violazioni di domicilio, le ribellioni ad ordinanze comunali patetiche, le tenerezze dei cattivi, il male di vivere di Wolverine e Daredevil, l’irresistibile pazzia di Harley Quinn, il caratteraccio di Kit Carson, il senso etico di Dylan Dog.

Mi porterò gli schiamazzi dei bambini che si rincorrono nei giardini, un nudo di Modigliani, gli oratori quando erano oratori, le feste dell’unità quando erano feste dell’unità. Mi porterò le maialate fatte con le donne, ma anche le grandi complicità quando le prendi alla testa prima che fisicamente. Mi porterò questo complicarmi, la margherita che sbuca dall’asfalto, un pezzo di Charlie Parker, le nostre storie incerte, quello sporcaccione di Mozart, i piedi delle ballerine, lo spaesamento degli attori, il cinema vuoto e quello pieno. Mi porterò la maglietta numero 10, le sere del mondiale di Italia ’90, i gettoni per le cabine telefoniche, gioie e dolori degli anni della scuola, la scoperta che le favole non esistono e la bellezza della loro morale (quella non ufficiale). Mi porterò le rughe stupende, le occhiaie meritate, la leggerezza occasionale, un morso di babà, il dialetto, la tua camminata quando si mescola al sogno, la solitudine che ci fotte tutti, il negroni, le saracinesche dei pub.

Mi porterò lo sguardo dei gatti che ti fissano sapendo già tutto, il mio laboratorio di cinema con i ragazzi psichiatrici, la neve, le volte che sono stato il peggiore di tutti.

Mi porterò l’attimo preciso in cui una donna decide di sceglierti ed il lampo finale di un addio sulle sue pupille. Mi porterò tutte le volte che ne è valsa la pena.

P.

Ultimi

Dove sono i fiori? Escludendo quelli finti o le bancarelle davanti ai cimiteri, escludendo gli asiatici coi mazzi di rose, beh, non li vedo più. Dove sono i fiori? E le rondini? E le farfalle? E le coccinelle? Persino le lucertole non ho più intravisto. Come i bambini in strada. Non li ho più notati giocare col super tele, fare nascondino o un-due-tre stella o guardie e ladri. Non ci sono neanche più i matti di paese, quelli caratteristici, quelli che circolavano liberi sotto il sole e si palesavano agli occhi di tutti, senza ferire una mosca, comunque disturbando la regolarità di una comunità. Quasi non ci sono più neppure i tossici. Oddio, il sert è pieno, c’è un continuo viavai di ragazzine e giovincelli, ma sono pure cambiate un po’ le dipendenze; adesso esiste la ludopatìa, per esempio. Insomma, ancora trovo qualche siringa in giro, ancora assisto a sceneggiate in piena notte tra eroinomani strafatti, finiti alla mercè di questa vita del cazzo. Però non è più come prima. Adesso, esci la mattina, fai colazione, vai a comprare il pane, porti a spasso quel cesso di cagnetto che a te fa tanta compagnia (ma tu non la fai a lui), poi raccogli persino la merda di quel topo scodinzolante che è esteticamente più vicino ad una turca piuttosto che al suo antenato lupo e, senza accorgetene, la metà delle persone che hai incontrato sono pippatori di coca. Sono tutti sniffatori drogati. Uno di loro, magari, sei proprio tu. Tu che ti sei procurato lo schiavetto a quattro zampe, cioè quella tua mal riuscita copia di Rin Tin Tin. Quell’essere addomesticato da secoli, diventato un leccaculo, uno zimbello, un servo che ringhia agli estranei, ma a te fa da bastone per ricordarti quanto zoppichi nel quotidiano, quanto ti aggrappi a qualsiasi cosa pur di non rivoluzionare te stesso, per ricordarti quanto ti fai vincere per non osare, quanto sei solo.

Apro una parentesi doverosa: non odio i cani, a volte, i loro padroni sì. Sul fronte animali, cani inclusi, ho una storia personale che mi rende inattaccabile. Ma io sono un poeta quindi posso persino permettermi di parlar male dei cani, della loro inclinazione alla sottomissione e della loro fedeltà del cazzo. Riconoscono un padrone. Come fanno quasi tutti gli uomini. Aldilà di una vocazione di natura, nel caso canino, tendo, sulla gente, a pensare che a me non piacciono i padroni e neppure voglio essere uno di loro. Dunque vi suggerisco di liberare i vostri sgorbi scodinzolanti, perché è ora che qualcuno ve lo dica, sono sgorbi, sono brutti, sono veramente brutti. Levategli il guinzaglio, fateli correre, non raccogliete la loro merda perché non è segno di civiltà, ma il contrario. Il problema non è la cacca, ma il cemento. Il letame non è contro natura, l’asfalto si.

Lasciando perdere i nostri amici cani e tornando a noi: dove sono finiti i fiori? Dove sono finiti i matti?

Quando ero bambino giocavo in strada sotto casa mia. Dietro alle case popolari dove mi sbizzarrivo a giocare a Stursky ed Hutch o a stregacomandacolori, c’era un giardino con gli scivoli, le altalene, un tappeto di margherite e un’apoteosi di api. Che non mi hanno mai punto.

Ebbene, oltre il giardino c’era e c’è ancora una pineta. All’epoca era terra straniera, era off-limits. Mia nonna mi urlava dal terrazzo di non allontanarmi e mi teneva d’occhio con quei radar nascosti che solo le nonne, per rompere i coglioni ai nipoti, hanno. Mi urlava di non spostarmi e di non varcare la soglia perché di là c’erano i drogati, le puttane e gli ubriaconi. Ovviamente io varcavo sempre quella soglia. In quel periodo, gli anni ’80, ero uno dei Goonies, sempre alla ricerca di avventure, con una gran fifa inculcata dai miei. Temevo che dalla pineta sarei stato risucchiato o non ne sarei uscito vivo. Intanto la televisione circondava di raggi fucsia le persone in uno spot, con una musica che faceva un inquietante tu-tu-tu-tu-tu...o qualcosa di simile, terrorizzandomi sull’aids. Io non avevo capito bene che cazzo fosse, ma effettivamente quando andavo in pineta dovevo stare attento a non calpestare le siringhe…che poi, pure ‘sta leggenda… insomma, se le avessi calpestate, probabilmente non mi sarebbe accaduto nulla, tranne che una gran paura.

Dicevamo dei tossici, delle puttane, dei matti e degli ubriaconi. Sono trascorsi 38 anni da quando sono nato. Nessun drogato, nessun pazzo, nessun alcolizzato, nessuna zoccola mi ha mai fatto del male. Nessuno di questi reietti mi ha mai messo in pericolo. Mai. A farmi del male sono state le fidanzate o l’ignoranza altrui o le feste di compleanno a sorpresa. Sono stati i ferragosto, i capodanno, i mercatini, lo Stato. E la tua micidiale bellezza quando tuttora veste i miei giorni di un sole scottato dal cancro dell’universo. Ma i matti, i drogati, i barboni, gli scarti, i dimenticati, le troie da strada mi hanno soltanto insegnato l’umanità, il far rumore senza fracasso, la dignità della sporcizia, il sublimare l’emarginazione, il non accettare tutto questo schifo di mondo. Ho naufragato negli occhi azzurri bagnati di vodka di una russa da marciapiede, chinata a fine turno sul bicchiere, con quello sguardo straziante che ancora mi abita, che ancora reclama, come quella mattina, una poesia. “Che scrivi?” Mi chiese piena di solitudine attaccando bottone in quel caffè di marinai sposati in cui tutti l’avevano schifosamente posseduta. “Scrivo una poesia”, risposi. “Una per me ce l’hai?”

“Forse, ma devo incontrarti negli occhi, fammeli vedere”

Povera ragazza, quanta neve stupenda in quello sguardo. Quante scintille bianche, quanto vento stanco…

C’erano, all’epoca degli ’80, nella mia città, i fratelli Piccari. Uno era grosso, alcolizzato. Uno era malato di mente, girava coi salvagenti sulla bicicletta ed a volte faceva una corsa a piedi agitando le braccia convinto di spiccare il volo. L’altro era magrissimo, mi pare fosse diabetico, beveva, non ricordo se si drogava, ma ricordo le ambulanze, i ricoveri, i suoi jeans chiazzati di piscio, i suoi collassi. Erano ridicolizzati, erano gli zimbelli del paese, lo strazio di ogni nonna (“scappa se li vedi, non ci parlare!”), erano gli avanzi di una generazione, lo sfregio ad un presunto decoro urbano. Io li guardavo come stessi allo zoo, purtroppo. Li osservavo, li spiavo, qualche volta, inevitabilmente, ci interagivo. Adesso che i fiori non ci sono più, le api neppure, le farfalle anche, so che i fiori, le api, le farfalle erano loro. Le voci più belle che io abbia mai ascoltato, sotto una nevicata di pioppi, in quella pineta. Loro erano la sola cosa vera in quelle estati tra oratori ed audaci incontri. Le voci che adesso non ci sono più. Che venivano già fatte tacere da vive, fiori falcidiati, farfalle dentro un retino, api disorientate dall’inquinamento dell’esistenza.

I fratelli Piccari, tutti i drogati che si facevano sotto casa mia, i matti che dormivano sulle panchine schifando le famiglie, le puttane costrette a sbocchinare proprio il maschio di quelle famiglie con la puzza sotto il naso…ecco, tutti loro, per loro, e non solo, probabilmente sono finito a lavorare nel sociale. Con quelli che la società ed i manuali definiscono “handicappati” o “diversamente abili”. In pratica la stessa società li gettava, ora li getta metaforicamente con le parole, etichettandoli, nelle rocce della rupe tarpea. Lavoro con, e per, i cosidétti “diversi”. Gli sbagliati. I folli. I freaks.

Non importa cosa i perbenisti pensano. Non importa che educazione errata avete o hanno ricevuto. Io sarò sempre dalla stessa parte. Dalla parte delle streghe, dei disadattati, dei cancellati, dei clochard, degli psichiatrici, degli storpi, dei froci, dei negri, delle puttane, degli zingari (si!), dei migranti, dei tossici, dei carcerati, dei ribelli, degli ultimi.

Beati gli ultimi perché i primi mi fanno ribrezzo. E beati gli ultimi perché sono veri senza bisogno di salire sul podio di questa vita di merda.

Amen.

P.

farfalle