Mala sorte

Augurare la mala sorte a qualcuno è un desiderio del tutto umano, e neppure un reato (naturalmente, solo se si tratta di un augurio figurato, altrimenti saremmo dei killer psicopatici e dovremmo stare in galera). Spesso basta un niente -qualcuno che ci taglia la strada, ci ruba un parcheggio, fa il furbo a nostro discapito- che parte il “vai a morì ‘mmazzato”, o un’altra delle molte espressioni colorite che ogni giorno pronunciamo per scrollarci di dosso la rabbia e  allontanare da noi la sciagura, magari restituendola raddoppiata. Sono così assimilate nel nostro quotidiano che se le sentiamo all’interno di un film o di una canzone ci mettiamo a ridere; le usiamo come intercalare o per apostrofare qualche amico stronzo, ma in realtà non vorremmo certo che gli prendesse un colpo.

C’è stata però una volta, una sola, che ho desiderato veramente la morte di qualcuno. Non era un caso di parcheggio rubato, né qualcuno che mi aveva fatto un torto irreparabile. Ho fortemente desiderato che morisse una persona a cui volevo – e tuttora voglio- molto bene. Ho desiderato, sperato, che mia zia morisse. Che non si risvegliasse mai più dopo essere stata falciata da un’auto in corsa, mentre attraversava le strisce pedonali di fronte casa sua. Un mese e mezzo di coma profondo e respirazione meccanica, occhi serrati che all’improvviso si aprivano per fissare il vuoto e poi si richiudevano, un mese e mezzo d’immobilità totale, trauma cranico, gamba spezzata, aorta addominale tranciata, litri di sangue persi e trasfusi nell’immediato soccorso, quando nessuno sapeva se sarebbe arrivata ancora in vita all’ospedale. Un mese e mezzo di totale sospensione: si sveglierà? E se sì, come? Queste erano le domande che ci facevamo e facevamo ai medici. Il giorno in cui venne trasferita nell’ospedale della nostra città, il primario che la dimetteva da Ancona al telefono ci disse di essere forti e ci fece un  “in bocca al lupo”, perché non era in grado di dirci il se e il come, ma sapeva quali conseguenze avrebbero potuto esserci. E cioè che zia restasse in uno stato vegetativo, non più capace di comunicare, d’interagire con l’esterno, di esprimere una volontà. Un’ipotesi insostenibile. È doloroso vedere un proprio caro in bilico tra la vita e la morte e non poter fare nulla, assolutamente nulla, per evitargli le sofferenze, è angosciante non sapere se tornerà ad essere la persona che era prima. Ed è stato del tutto umano, per me e i miei familiari, preferire a questa eventualità la sua morte. Non certo e non solo per ragioni egoistiche (vederla in questo stato fa soffrire me, ma lei sa di essere così? Ha consapevolezza della sua condizione? Ne soffre oppure no?). Piuttosto perché noi sapevamo che lei non avrebbe mai voluto vivere se si fosse trovata in uno stato permanente di incoscienza, mutilata nel suo essere e nella sua dignità di persona libera. Certo, noi lo sapevamo perché la conoscevamo, ma non sta scritto da nessuna parte. Non esiste alcun testamento biologico in cui mia zia, viva vegeta e nel pieno delle sue facoltà intellettive, abbia dichiarato le sue disposizioni in caso di perdita di coscienza. Se lo avesse fatto, del resto, non sarebbe cambiato alcunché, perché ad oggi nel nostro paese c’è un enorme e vergognoso vuoto legislativo in merito.

Non sarebbe comunque servito perché mia zia dal coma si è svegliata. Dopo un mese e mezzo, a pezzi, ed ora respira e mangia da sola, interagisce con l’esterno ma da una carrozzina, perché non può più camminare. Parla, ma senza cognizione di causa perché non sa chi sia né dove si trova né cosa le sia accaduto. Nella sua testa nomi e memorie si mescolano e formano storie mai esistite. A volte è divertente starla ad ascoltare, nella continua impresa di decifrare le parole monche che pronuncia, anche se resta complicato accettare questa realtà senza perdere il controllo, cercando di dare un senso nuovo alla parola persona, a quello che pensavi fossero la vita e la libertà.

strada pioggia

Ho, sopratutto, desiderato che quel pomeriggio l’incidente non le fosse accaduto. Che zia si fosse trattenuta due minuti in più a casa mia, che avesse ripreso a piovere forte, così sarebbe stata costretta ad aspettare. Sarebbero bastati davvero soltanto due minuti per non incrociare quella macchina che andava troppo veloce -e non avrebbe potuto- guidata da quella persona che avrebbe dovuto guardare avanti- e invece chissà dove: lo schermo del telefono? Fuori dal finestrino? Qualcuno da salutare?- Le mancavano due passi per salire sul marciapiede, poi avrebbe aperto il cancello di casa e il portone, che avrebbe richiuso a doppia mandata. Ma non è andata così, in questo spazio-tempo. Il suo rientro è stato stravolto, il suo corpo oscenamente devastato sull’asfalto dall’incuria di uno sconosciuto a tutta velocità.

Con la vita si prende confidenza anche così, nella prossimità con la morte. Entrando mascherina e guanti in un reparto di rianimazione. Sentendoti scema a parlare a qualcuno che non sai se ti può ascoltare, se riaprirà mai gli occhi, se sarà capace di muovere anche una sola falange di un suo solo dito. Imparando a leggere l’attività elettrica sul monitor, i termini antipatici della traumatologia neurocerebrale, i gradi di coma e le relative statistiche di risveglio. Ascoltando le storie degli altri familiari in attesa, catapultati come te nel mondo della terapia intensiva. Chiedendoti se è giusto che sia successo a lei- e no, non è giusto, non potrà mai esserlo.

Ho pensato spesso all’uomo che ha causato l’incidente. Abbiamo a lungo atteso una sua telefonata, quell’unico gesto di assunzione di responsabilità che avrebbe dovuto compiere. La telefonata non è mai arrivata, così neppure il nostro perdono. La rabbia si è accumulata a dismisura; nonostante questo, non gli ho mai augurato la mala sorte. Se avessi potuto, lo avrei portato in rianimazione per fargli vedere a quanti tubi e sonde era aggrappata zia, poi lo avrei portato con noi per uffici ed istituti, dall’avvocato, dai dottori, dagli assistenti sociali, gli avrei fatto fare tutte le attese e tutte le trafile che abbiamo dovuto fare noi. Nient’altro. Solo fargli vedere le conseguenze della sua distrazione.

Certo, poteva succedere a chiunque. Certo, non l’hai mica fatto di proposito. Di proposito avresti potuto ammettere l’errore, chiederci scusa, e poi ognuno al suo destino. Ma neanche ciò è accaduto in questo spazio-tempo, pazienza.

Una cosa, però, mi piacerebbe sapere: dormi bene la notte?

Non vorrei mai essere al tuo posto.

F.S.

Gli unicorni conoscono la strada

“Per definizione, uno deve vivere fino a quando muore. E allora meglio viversela e godersela come un’esperienza completa, la vita, anche perché poi magari la morte è una cagata, e ho il sospetto che lo sia.”

[ MR BLONDE ]

Col deliziato stupore che si ha quando si frange lo sguardo sui falò in spiaggia, mi accingo a tirar su il lenzuolo scoperchiato dalle mie due nipoti. Mentre dormono, per me è facile la malinconia. Lo è sempre. Perché la mia malinconia è come il giuramento che tormenta un samurai, come la fretta che ha la notte di scolare tutto il buio cospirando nelle sue ore. E’ la malinconia che i pirati lasciano nel fondo vuoto di una bottiglia di rhum, con quella loro maniera, fragile, di fingere d’aver accettato l’assedio dell’orizzonte. La mia è la malinconia di una donna che cova la sua latente insoddisfazione, circondata da sbagli, usurata dalle paure, issata su sbandati dolori. La mia è la malinconia dell’artista che screma le sue angosce piluccandole dalle ansie notturne, serrando i denti con mascellate di iena, fuggendo da tutto. La mia malinconia è quella di certe colline tranquille, tinte di tepore e lieve beatitudine verde, ma sempre alle prese con la staticità cronica del buono.

Me ne sto a scrivere cercando di padroneggiare la Poesia, ma la Poesia è veleno, ha la stessa progressione di una necrosi, è fatta di “quasi”. Quando quasi nevica è Poesia, quando quasi si è smarrito un sogno è Poesia, quando quasi l’inverno è vicino è Poesia. Intanto fuori il mare luccica saccheggiando bagliori al giorno, mentre alle mie spalle piccole donne crescono. Dormono come se ogni cosa fosse gentile, come se il vento non avesse convulsioni, come se le nuvole non mostrassero la malvagità che hanno quando scavano trincee scorticando il cielo. Dormono affezionate all’idea di un perpetuo esistere docile. E dormiranno così fin quando non scopriranno che a volte le rose sono un rimprovero, che tutte le spose tremano di panico, che il vento, quando può, si fa uragano perché non vuole essere galoppato. E che gli alberi cadono fradici, che gli occhi si possono infossare di lacrime, che la floridezza è una conturbante armonia passeggera, che la vita cerca sempre una ragione anche se la ragione non c’è.

Ma siamo in ballo nella stessa balera, a portare i nostri chili a saltellare in pista, a volte fuori tempo, a volte rapiti da un lento. Ogni tanto siamo valorosi come il suicidio di un fulmine che fa il tonfo, siamo belli come l’acconciatura della luna, siamo miracoli itineranti come un tragitto di coccinelle. Ma la vita ci riporta poi alla febbre, ci scardina il cuore, ci inganna con peccati d’allegria, ci avvita agli incubi, c’invoglia a farne, dell’anima, una carneficina.

Adesso le bambine si sono svegliate con un sorriso che è una sbraitante annunciazione, che è il ricovero dei mirtilli, una colonia di tulipani, un’inspiegabile benigna angina pectoris. Salutano felici, hanno sguardi fatti di favole a lieto fine, di borotalco e piedini scalzi, di ghiottonerie e risa irrefrenabili. Sembrano il plurale dei miei sogni di poeta. E non sarò io, oggi, a rovinar loro la festa, a raccontare che non ho ancora capito se sia peggio vivere o scrivere.

“Zio, ci porti fuori a giocare?” – mi chiedono saltellando pazzamente sul letto. Io le guardo assaggiando la loro insolente gioia e mi affaccio alla finestra riuscendo a cogliere soltanto delle nubi che baionettano l’azzurro. Ma mento: “Si, vi porto fuori. Guardate che bel cielo, non sembra una piscina?”

“Si, zio…una piscina gigante con tanti arcobaleni come scivoli… E ci possiamo passare sopra cavalcando gli unicorni?” 

“Certo, tanto gli unicorni conoscono la strada” Non aggiungo altro, poi. Non è giusto anticipare loro che il cielo, in realtà, è la soffitta di un edificio che cade a pezzi, è la stessa soffitta per tutti. Per quelli che adesso hanno la pelle macchiata di betadine in qualche lettino d’ospedale, per quelli che chiedono l’elemosina, per le tipe che dialogano durante il rito della ceretta, per chi puzza di tavernello dalle nove di mattina, per il kamikaze, per gli innamorati, per i vecchi.

“Andiamo, zio?!” dice la più piccola già pronta all’uscita.

“Adesso andiamo, ma prima ripassiamo quello che zio vi ha insegnato”

“Allora…ehm…se zio Peppe parla con una bella ragazza noi dobbiamo fare finta che tu sei venuto dall’America per stare con noi perché nostro padre è scappato di casa e nostra madre è in comunità. L’hai salvata tu che era in overdose. Adesso sta da Don Mazzi ed una volta è andata in tv con lui”

“Bravissime! Se vi ricordate di dire queste cazzate zio rimorchia sicuramente”

La porta di casa si chiude. Piccole donne crescono e ridono. Zio Peppe, per la cronaca, non userà patetiche scuse per approcciare con le belle donne. Era solo un gioco.

Zio Peppe sta solamente cercando un bel giorno per morire. O il più bel giorno da vivere. Sperando non siano la stessa cosa.

unicorno

P.

Questo passare di tempo

L’unica certezza che abbiamo sono gli attacchi d’ansia, che arrivano come morsi di piranha, persino per chi, come noi, trova inaccettabile sottomettersi all’ebetudine di un’evaporabile felicità. Noi non siamo neppure fatti per l’amore; perché l’amore l’hanno reso un’ortodossia che giudica, ingabbia, detta regole, pretende, che, in altre parole, sviluppa una forma di fascismo. Siamo inadatti a questa idea d’amore dominante, fatta di sottrazioni, rimproveri, corna, insensati perdoni, ritrattazioni per schivare future solitudini, mattinate aggressive, notti a tacere i nodi in gola.

Stanno tutti a cadere lentamente in questo passare di tempo che inghiotte le storie e rende sempre freddi gli scogli. Tutti incappottati nei loro segreti flirt virtuali e non, tutti sul punto di crollare detestando il nome del partner, magari inconsciamente, magari raccontando ai quattro venti quanto sia splendida la loro relazione che invece invecchia veloce. Che si trascina a furia di bugie e “buon viso a cattivo gioco”, a furia di “occhio non vede, cuore non duole.” Invece duole eccome. E si sgretola, va alla guerra con le paure, si contraddice, si spezza.

Ma quelli come noi sanno che va tolto tutto il disonorevole all’amore mescolandosi alla fretta di vivere, sanno che bisogna concedersi con insolenza, con sentimenti che non barino, che occorre dare all’amore una nuova potenza smettendo di accontentarsi. Non va inseguito soltanto un nuovo incanto, ma va trovato un nuovo modo d’amare in cui ogni dovere venga considerato un delitto, in cui si ama senza difese, in cui si è consapevoli che la vita ha facoltà di morire ma la linfa dell’amore, no.

In questo passare di tempo, ad un cielo pixelato ed alle diavolerie tecnologiche per distrarre la massa, si sommano democrazie che sono dittature neanche troppo mascherate e attentati in ogni dove. Tutto questo rende ancora più urgente custodire la nostra libertà mai del tutto libera. Rende indilazionabile portare i nostri sogni a passeggiare scalzi fra le nuvole, rende imperativo morale avere in orrore la caparbietà dell’ignoranza. Abbiamo necessità di transitare nella Poesia anche se per un breve abbraccio che si fa illuminazione e tregua, abbiamo sete di sentire l’influenza epidermica dell’amore. L’assoluta volontà di schiantarci in un’impresa disperata d’affetto, in un temporale di emozioni che deformi le strutture razionali che hanno impostato all’amore.

Pensare a Raqqa, Maiduguri, Sanaa, Parigi, Monaco, Il Cairo, Nizza, Riyadh, Tunisi e tutti i luoghi squartati dal terrorismo e pensare a quanto sia ormai eterea la vita ci suggerisce più di un pianto, ma anche ch’è giunto il momento di eccedenze di versi, di provvigioni di tenerezze, di candore ardente quanto la febbre delle stelle che squaderna certe notti. Che è arrivato il tempo, in questo passare di tempo, di reinventare l’amore, di avvicinarlo al fuoco, di innamorarci delle eccellenti torture della Poesia, di infliggerci irreversibili baci e scovare l’essenza di Cupido senza la paura del cambiamento, ma col coraggio di mollare tutto.

In questo passare di tempo, che più passa e più ci da confidenza con gli ospedali, le tasse, le pasticche per la pressione, si deve correre infantilmente all’inseguimento di una vicenda sentimentale sconsigliata, di tutto quello che non garantisce sicurezze, della compianta impurità della fantasia. Azzerare tutto, levarsi l’impaccio, montarsi un capriccio, adempiere alla magia della pioggia anche quando è un po’ scortese, scalmanarsi di sesso, eviscerare le notti a colpi di corpi intrecciati e libri vicini al cuscino. Azzerare tutto senza farsi impressionare dall’ignoto, scoprirsi mitridatizzati dai veleni della vita passiva e dalla sua regolarità. Perché è giunto il tempo, in questo passare di tempo, di sigillarci all’amore in modo drastico, di buttare alle ortiche tutte le cazzate e le scuse, tutti i compromessi per un quieto vivere – che poi diventa sempre inquieto – perché è arrivata l’ora di ridiventare altro, di non avere rimpianti, di somigliare all’orgoglio degli alberi, di fondersi in amore con un vero amore.

Perché tu ancora non lo sai, ma sei tutto ciò che è più in là della parola, che non può essere rimosso.

In questo passare di tempo, dove hai innalzato cattedrali di inganni, dove hai dato retta al timore, dove scambi un amore attuale per qualcosa di unico e definitivo senza accettare che è già finito. Finito perché si nutre di un amore obsoleto, di un amore che ti sei fatta trasfondere, di un amore che manovra la tua anima con i fili della ragion di stato. Lo fa con quello che basta, il minimo indispensabile, a trovare un equilibrio fra la tua situazione anagrafica, la preoccupazione della solitudine, l’accontentare i genitori, sentirsi accettata, muoversi fra le persone, il respirare senza temere di soffocare.

E niente… davanti a questo tuo arrenderti, devi incitarti a rifluire, a scoprire il volo, a scappare verso la vigilia di un nuova storia. Perché non basta più l’amore come ce lo hanno confezionato, ma va trasformato, va sporcato fino a farci travolgere.

Perchè chi sa amare in questo modo muore non sapendo di morire.

P.

Domani

Non è questo il problema. Il guaio non è nascere, ma restare. Il problema è trovare un modo di vivere. Ognuno ci prova mettendoci del suo. Quello che è certo è che ci viene chiesto di essere coraggiosi. Fino alle vene. Ci viene domandato di trovare la giusta inclinazione delle cose, cercare di mantenere i vizi ad un livello non patologico, fingere soddisfazione se, come spesso accade, si è insoddisfatti. Di raccontarci la frottola che siamo liberi, che ci dobbiamo far bastare una risata. E così ti aggrappi agli avanzi che la vita ti concede; l’orgasmo, la ribellione, l’amore, la Poesia, l’edonismo, la spericolatezza, l’atrocità della bellezza, il coro musicale dell’amicizia, la sfacciataggine della satira, il perdersi, la droga (quindi pure l’alcol), il cibo, le notti in cui addormenti il dolore fra le pagine di un libro, i tuoi segreti inutili, la volta in cui ti indigni.

Se vuoi tentare una sfida alla vita, vita che non hai chiesto (sottolineo: nessuno nasce per scelta propria), devi osare. Devi spezzarti d’insonnia, devi prendere per il culo l’ordine, la legge, il controllo; che poi, le leggi, sono utili perché vanno infrante. Ci aiutano ad emanciparci moralmente, ci spingono all’evasione dalle regole come è giusto che sia. Perché soltanto chi trasgredisce può suggerire una nuova via, può sfidare dio, può condurci sull’orlo di un’eternità d’amore. Ed in questa vita che scade come lo yogurt, possiamo solo salvarci nel caos, possiamo solamente disobbedire, infierirci di sentimenti. Perché ognuno di noi, nella sua esistenza, darà, ma sarà derubato. La vita è un ergastolo da scontare. Allora meglio avere delle fitte sulle tempie pur di sentire qualcosa e sbeffeggiare questo intricato respirare in attesa della morte. Col petto in fuori e l’anima fragile, con questo disperato tentativo di farci compagnia, con questa patetica verità che la storia continua pure senza il nostro più grande amore.

Non bisogna essere buoni nella vita né migliorare il nostro passato rispetto a ciò che ci sembra, ma costruire un futuro nonostante il futuro, assorbire le felicità rubandole ad un sorriso di una barista. Una barista che riesce a sorriderci come se fossimo la migliore cosa che le è capitata nella sua giornata. Ci sorride scaldandoci mentre, lei, ha qualche sgusciato dolore che la tiene a se. E tu sei grato a questa cameriera che lavora nel frattempo che fuori annotta e le stelle ti bisbigliano parole e tu trangugi le birre come non ci fosse un domani. Perché un domani non c’è, infatti. Ma oggi, la barista, è il tuo personale eroe, l’unico stato di grazia che vuoi vivere ignorando le tue sindromi, i tuoi danneggiamenti in amore, le tue avversità determinate.

Intanto la luna si fa albicocca e un po’ ti ci gongoli, ma sai che non è un bene perpetuo e che domattina la doccia non basterà a rimettere in piedi la tua carcassa fatta di retroscena alcolici, malinconie e quell’amore che è ormai troppo tardi da sperare.

Domani, ma un domani non c’è, ancora inchiostrato dalla notte, ti alzerai bestemmiando, pronto ad obbedire alle solite cose, con la consapevolezza di essere un superstite. Con la certezza che insisterai persino ad ostinarti inguaribilmente romantico nonostante l’evidenza della sconfitta, nonostante l’assoluta prevedibile prospettiva di non essere accettato. La tremenda vibrante ossessione che, al solito, non basterà la Poesia a curarti da un abbandono e non sarà la Poesia a farti trattenere un amore. Sarai semplicemente messo da parte e vagherai con l’anima in ruggine, sparlando di occasioni e delle pericolose abitudini della scrittura. Continuerai a non saperti difendere né dalla compagnia né dalla solitudine. Né dal bene né dal male. Continuerai perciò ad uscire di notte come gli scarafaggi, a scappartene a casa appena l’alba fa d’oro la sua criniera, a tirare avanti senza avanzare. A restare impigliato alla passione fra una birra di troppo, una baristamalinconica, acclamazioni ridicole e saltuarie, vita che scorre senza un perché.

Vita che scorre senza un perché…

P.

In morte di Emmanuel Chidi Namdi

Tra un gelato ed un concerto all’aperto, fra una partitella di pallavolo sulla sabbia e un giro a scoparsi una povera ragazza dell’est costretta a battere (magari dopo una gara degli europei di calcio) si può ammazzare una persona. Una persona la cui colpa è quella di aver perso i genitori ed una figlia e di pensare comunque di costruirsi un futuro con la propria compagna. Ah, dimenticavo, i due innamorati hanno pure la colpa di essere africani. Ma in un Paese che ha la più bella Costituzione al mondo, che è stato la patria del Risorgimento, che è fatto di mare, arte e Poesia, che ha dato i natali a geni dell’architettura, del teatro, della letteratura, della cucina… in un paese che nell’evoluzione della Storia ha pesato, forse, come nessuno mai, in un Paese così, una coppia di africani non può godersi una passeggiata. Perché lui deve morire. Deve morire perché agli occhi dell’aggressore è una minaccia. Si, una minaccia al suo ego che si ferisce al pensiero che l’altro, il negro, ha il cazzo più lungo del suo. In questo Paese che ha visto filosofi, navigatori, poeti ammazzati perché raccontavano un nuovo mondo possibile, indivisibile dall’amore e dalle vicende del sogno, poeti che denunciavano; come Pasolini, ad esempio. Ma il nostro è pure il Paese dei segreti di stato, del fascismo inventato da noi italiani, delle stragi di stato, di tangentopoli, di don Camillo e Peppone, dei guelfi e ghibellini, degli eco-mostri e dei potentati massonici. Il nostro è un Paese che offende i disabili ogni giorno, che vomita il nulla in tv, che ha tollerato per vent’anni un farabutto come Silvio Berlusconi. Un Paese in cui si suda il salario senza diritti, ammesso che hai la fortuna di aver trovato un lavoro. Un Paese in cui i femminicidi sono pane quotidiano, un Paese ai primi posti in classifica per il turismo sessuale ed agli ultimi posti per la libertà di stampa. Un Paese dove non c’è mai stata una rivoluzione necessaria. Mai.

E ancora: un Paese in cui gente che si vanta di avere valori importanti, e che vota a sinistra, ti dice: “io non sono razzista, però i cinesi…” oppure “io non sono razzista però i venditori ambulanti”…”però i musulmani..” C’è sempre un però. E allora la verità è che questa gente non è razzista però è razzista. E lo è quando parcheggia sul posto riservato ai disabili, lo è nel linguaggio comune quando, anche scherzosamente, dice ad un amico: “ma che sei handicappato?”. Lo è quando offende gli omosessuali, quando dà la caccia agli zingari, quando cade nelle sfumature e nei distinguo, quando parla di razza, quando ha paura della diversità invece di esserne curiosa.

W l’Italia, però, quando sa scivolare oltre l’odio e rispondere ad esso. Ecco cosa dobbiamo fare e continuare a fare; rispondere all’odio. Soccorrerci abbracciandoci, continuare ad essere noi stessi senza negarci le fragilità, innamorarci, ubriacarci, non abdicare mai davanti ad un sogno, farci la nostra ronda di stelle in una notte che viene, essere dei giganti della solidarietà, mostrarci umani. Ecco cosa vuol dire rispondere all’odio: significa uscire ad annusare il vento, avvicendarci emozioni, confrontarci progetti, fare un ditalino alla luna, restare assieme, conoscerci. Perché anche se sei italiano in quanto sei nato in Italia, sei cittadino del mondo, appartieni a Gaia, alla terra, tua madre. La madre di queste maree complici, di questo avvenire, del camaleonte che vive grazie ai colori che mescola, non al razzismo monocromatico. Questa è la risposta al terrorismo, agli sgozzamenti, ai rapimenti, agli stupri, alle guerre inutili, al razzismo.

Aprire una pagina di Neruda è una risposta, aprire la gabbietta dei pappagallini che teniamo in casa è la risposta, guardare il mare è la risposta, stare un’ora in più con gli amici anche se si è stanchi è la risposta. Rischiare un grande amore è la risposta, essere onesti è la risposta, fare qualcosa anche solo dicendo un no è la risposta. Continuare a parlarci è la risposta. Allontanare i bambini dai discorsi degli adulti e farli stare fra coetanei per strada ad infangarsi i vestiti è la risposta. Indignarsi e non arrendersi è la risposta. Custodire la Bellezza è una risposta. L’ironia ed il sarcasmo sono risposte. Ostinarsi a cercarsi per unirsi in sentimenti forse irricevibili è la risposta. Ricordarsi che non sono solo le labbra ad avvicinarci alle parole è una risposta. Non essere altro che la fede verso un amore spavaldo è una risposta. Intonare le possibilità è una risposta. Questo blog è una risposta. Voi che leggete ed io che scrivo siamo una risposta.

L’imbarazzo del primo bacio è una risposta. Se tendi alla pace è una risposta. Fare un sorriso in più è una risposta. Aprire il cuore e succhiarci le vene è una risposta.

Tutta l’angoscia che senti, se la dici a me, è una risposta.

P.

Quello che il sole dimentica

Se c’è un mestiere di grande responsabilità, che non prevede la pensione e che non è remunerato, è quello del sole. La nostra stella si conserva astro di fuoco fino a spegnimento. Senza di lui non ci sarà più niente. Non avranno più senso i cimiteri o l’aria sottile quando si prepara la pioggia o i matrimoni o le piramidi o il becco di un tucano. Il sole se ne sta lì da un’eternità a tenere la vita su questa terra in condizioni stazionarie. Ogni tanto gli esplode un brufolo e ci schizza addosso una tempesta solare, ma si fa tranquillamente perdonare. E’ un bel tipetto: maestoso, fiero, uno dei migliori errori di dio (questo sconosciuto). Ci avvolge di bagliori e lambisce le piante e fa risplendere il verde per spegnere le interminabili notti in cui vendiamo il sonno all’incubo. Il sole contribuisce all’alba dei nuovi giorni ai quali ci aggrappiamo presi dai nostri segreti o incazzati con chi abbiamo scacciato dal letto per una notte o per sempre.

Ma il sole se ne fotte della felicità e del suo contrario, non sa neanche cosa siamo e non ne ha bisogno. Mentre a noi non basta immaginarla, la felicità, ma la cerchiamo, nonostante l’indifferenza della luce. Nonostante dio si sia preso il monopolio dell’insignificanza. E ci ha abbandonati qui ad inseguirci di amori che appaiono e si fanno miraggi, da stomaci crepati d’ansie e orgasmi che c’illudono di una precisa via possibile, di una possibiltà di farcela fino alla tomba.

Ci sono cascato anch’io e ci ricaderò ogni tanto, ma sempre meno. Io che mi sono annegato nel mare delle parole della letteratura, del romanticismo, dell’intendersela coi sensi. Ma ogni giorno il sole domina questi incidenti ed accidenti che siamo, trattiene esplosioni o gioca con gli archi elettrici. Ogni giorno una porta ce la chiudiamo alle spalle e…quién sabe? Ogni ambulanza che passa e non è per te tiri un sospiro e ti incupisci al pensiero che lo spray ai propoli non ti eviterà un tumore che ti si conficcherà in gola proprio quando non te l’aspettavi. Ma ti butti sui film, sui grandi poeti, su una stupida partita della Nazionale e finisci che combini qualche bravata perché sai vivere solo così. Sai esorcizzare le traiettorie schizofreniche della morte provando ad accarezzare il cielo sputandogli. Te la cavi soltanto così, smarcandoti dalle finte verità e dai luoghi comuni, ricominciando dalla nostalgia di certi errori passati, ubriacandoti fino a non sapere più se stai mettendo la chiave sulla fessura di casa tua o hai sbagliato indirizzo. E quello che il sole dimentica non è soltanto tutta l’illogicità del nostro esistere, non è soltanto la beffa di una gioventù troppo breve e troppo ferita, ma si scorda pure delle banalità quotidiane del male. Dimentica che è terrorismo e massacro dover sapere obbligatoriamente che farne di un cud, del modulo 740, dover compilare bollettini e far la fila alla posta per le tasse. Doversi ricordare i giorni della monnezza differenziata, conoscere i regolamenti di un condominio, gestire un mutuo, prenotare una visita, schivare equitalia, rispondere al citofono, aprire la pagina facebook e scoprire che sono tutti spaventati dalla solitudine. E’ tremendo cercare lavoro, trovarlo e tenerselo. E’ terrificante dover lavorare per giustificare un tetto o una multa. Sono raccapriccianti le privazioni alla libertà che fondano anche un sistema democratico. Io non appartengo a tutto questo e sono impaurito fino alla catatonia. Il sole si dimentica che vivo ancora coi miei perché non saprei gestire una casa; non so come si accendono i riscaldamenti nè usare la lavatrice. Non so aggiustare un lavandino e mi prenderebbe la depressione all’idea di chiamare un idraulico; meglio un libro. Ho una camera con due scrivanie, pile di libri sparsi per terra, letto sempre sfatto, dischi musicali, carta e penna ed un cielo in questa stanza. Insomma, non so gestire una camera, come farò, dopo, a gestire una mia casa? Il sole tutto ciò se lo dimentica. Ma la vera solitudine è questa, il vero disagio è questo e non il non sapersi allacciare una scarpa. Io che non so la differenza fra lino e cotone, che non andrei a perdere tempo in una riunione di condominio se non perché vorrei scoparmi l’inquilina del piano di sotto, io che vivo nel bunker, nella trincea a cui ci costringe il sole. Sono clandestino nella mia città, ricattato da ogni volto, preso di mira dalle storie sotto i tetti e dietro le tapparelle chiuse. Io che per difendermi da me non so più che cosa fare. Che riesco soltanto a scrivere. Che so dimenticarmi soltanto scrivendo. Che non posso sentire le costrizioni e le barriere, che ho chiuso con la sottomissione alla speranza. Che combino arlecchinate.

Quello che il sole dimentica è la sofferenza quotidiana di un abbandono, la scapestrata follia dei sogni avvinghiati alle attese macabre fatte di devastazioni alcoliche, chiacchiere con gli amici, qualche occasionale resurrezione e macerie d’amore rubate. E domani, poi?! Domani chissà. Non lo sa neppure il sole. Ci inventeremo qualcosa, qualche parola, qualunque amore per il gusto di insistere con questo nostro accanimento terapeutico e non dargliela vinta. Tanto il tempo di una vita dura un lampo di sole, ma, pure questo, il sole, dimentica.

E domani, noi? Io? La mia vita a casa da solo? Finirò sicuramente in galera e sotto processo per evasione fiscale e negligenze varie, solo perché incapace di stare al mondo come tutti. Forse la mia è una colpa. O forse è colpa del sole. In fondo è solo pure lui. E non ce la farà.

Io, neppure. Io contornato dal dolore e dall’incurabile malattia di poetare. Tutto il peggio di me in quattro mura…

A voi, fuori, come va? Come state a corna? Ancora giocate con le religioni? Siete attivi in qualche percorso confuso?

Io non me lo perdono questo stare qua. E, dopo, tra un po’, assai prima del sole, mi brucerò inghiottito nel buco nero della mia inidoneità ad esistere. Si, domani, nessuno mi sottrarrà al dover stare al mondo e neppure io, da solo, ci riuscirò.

Che si sappia, non ho vergogna di dirlo: vorrei essere salvato.

P.