Mala sorte

Augurare la mala sorte a qualcuno è un desiderio del tutto umano, e neppure un reato (naturalmente, solo se si tratta di un augurio figurato, altrimenti saremmo dei killer psicopatici e dovremmo stare in galera). Spesso basta un niente -qualcuno che ci taglia la strada, ci ruba un parcheggio, fa il furbo a nostro discapito- che parte il “vai a morì ‘mmazzato”, o un’altra delle molte espressioni colorite che ogni giorno pronunciamo per scrollarci di dosso la rabbia e  allontanare da noi la sciagura, magari restituendola raddoppiata. Sono così assimilate nel nostro quotidiano che se le sentiamo all’interno di un film o di una canzone ci mettiamo a ridere; le usiamo come intercalare o per apostrofare qualche amico stronzo, ma in realtà non vorremmo certo che gli prendesse un colpo.

C’è stata però una volta, una sola, che ho desiderato veramente la morte di qualcuno. Non era un caso di parcheggio rubato, né qualcuno che mi aveva fatto un torto irreparabile. Ho fortemente desiderato che morisse una persona a cui volevo – e tuttora voglio- molto bene. Ho desiderato, sperato, che mia zia morisse. Che non si risvegliasse mai più dopo essere stata falciata da un’auto in corsa, mentre attraversava le strisce pedonali di fronte casa sua. Un mese e mezzo di coma profondo e respirazione meccanica, occhi serrati che all’improvviso si aprivano per fissare il vuoto e poi si richiudevano, un mese e mezzo d’immobilità totale, trauma cranico, gamba spezzata, aorta addominale tranciata, litri di sangue persi e trasfusi nell’immediato soccorso, quando nessuno sapeva se sarebbe arrivata ancora in vita all’ospedale. Un mese e mezzo di totale sospensione: si sveglierà? E se sì, come? Queste erano le domande che ci facevamo e facevamo ai medici. Il giorno in cui venne trasferita nell’ospedale della nostra città, il primario che la dimetteva da Ancona al telefono ci disse di essere forti e ci fece un  “in bocca al lupo”, perché non era in grado di dirci il se e il come, ma sapeva quali conseguenze avrebbero potuto esserci. E cioè che zia restasse in uno stato vegetativo, non più capace di comunicare, d’interagire con l’esterno, di esprimere una volontà. Un’ipotesi insostenibile. È doloroso vedere un proprio caro in bilico tra la vita e la morte e non poter fare nulla, assolutamente nulla, per evitargli le sofferenze, è angosciante non sapere se tornerà ad essere la persona che era prima. Ed è stato del tutto umano, per me e i miei familiari, preferire a questa eventualità la sua morte. Non certo e non solo per ragioni egoistiche (vederla in questo stato fa soffrire me, ma lei sa di essere così? Ha consapevolezza della sua condizione? Ne soffre oppure no?). Piuttosto perché noi sapevamo che lei non avrebbe mai voluto vivere se si fosse trovata in uno stato permanente di incoscienza, mutilata nel suo essere e nella sua dignità di persona libera. Certo, noi lo sapevamo perché la conoscevamo, ma non sta scritto da nessuna parte. Non esiste alcun testamento biologico in cui mia zia, viva vegeta e nel pieno delle sue facoltà intellettive, abbia dichiarato le sue disposizioni in caso di perdita di coscienza. Se lo avesse fatto, del resto, non sarebbe cambiato alcunché, perché ad oggi nel nostro paese c’è un enorme e vergognoso vuoto legislativo in merito.

Non sarebbe comunque servito perché mia zia dal coma si è svegliata. Dopo un mese e mezzo, a pezzi, ed ora respira e mangia da sola, interagisce con l’esterno ma da una carrozzina, perché non può più camminare. Parla, ma senza cognizione di causa perché non sa chi sia né dove si trova né cosa le sia accaduto. Nella sua testa nomi e memorie si mescolano e formano storie mai esistite. A volte è divertente starla ad ascoltare, nella continua impresa di decifrare le parole monche che pronuncia, anche se resta complicato accettare questa realtà senza perdere il controllo, cercando di dare un senso nuovo alla parola persona, a quello che pensavi fossero la vita e la libertà.

strada pioggia

Ho, sopratutto, desiderato che quel pomeriggio l’incidente non le fosse accaduto. Che zia si fosse trattenuta due minuti in più a casa mia, che avesse ripreso a piovere forte, così sarebbe stata costretta ad aspettare. Sarebbero bastati davvero soltanto due minuti per non incrociare quella macchina che andava troppo veloce -e non avrebbe potuto- guidata da quella persona che avrebbe dovuto guardare avanti- e invece chissà dove: lo schermo del telefono? Fuori dal finestrino? Qualcuno da salutare?- Le mancavano due passi per salire sul marciapiede, poi avrebbe aperto il cancello di casa e il portone, che avrebbe richiuso a doppia mandata. Ma non è andata così, in questo spazio-tempo. Il suo rientro è stato stravolto, il suo corpo oscenamente devastato sull’asfalto dall’incuria di uno sconosciuto a tutta velocità.

Con la vita si prende confidenza anche così, nella prossimità con la morte. Entrando mascherina e guanti in un reparto di rianimazione. Sentendoti scema a parlare a qualcuno che non sai se ti può ascoltare, se riaprirà mai gli occhi, se sarà capace di muovere anche una sola falange di un suo solo dito. Imparando a leggere l’attività elettrica sul monitor, i termini antipatici della traumatologia neurocerebrale, i gradi di coma e le relative statistiche di risveglio. Ascoltando le storie degli altri familiari in attesa, catapultati come te nel mondo della terapia intensiva. Chiedendoti se è giusto che sia successo a lei- e no, non è giusto, non potrà mai esserlo.

Ho pensato spesso all’uomo che ha causato l’incidente. Abbiamo a lungo atteso una sua telefonata, quell’unico gesto di assunzione di responsabilità che avrebbe dovuto compiere. La telefonata non è mai arrivata, così neppure il nostro perdono. La rabbia si è accumulata a dismisura; nonostante questo, non gli ho mai augurato la mala sorte. Se avessi potuto, lo avrei portato in rianimazione per fargli vedere a quanti tubi e sonde era aggrappata zia, poi lo avrei portato con noi per uffici ed istituti, dall’avvocato, dai dottori, dagli assistenti sociali, gli avrei fatto fare tutte le attese e tutte le trafile che abbiamo dovuto fare noi. Nient’altro. Solo fargli vedere le conseguenze della sua distrazione.

Certo, poteva succedere a chiunque. Certo, non l’hai mica fatto di proposito. Di proposito avresti potuto ammettere l’errore, chiederci scusa, e poi ognuno al suo destino. Ma neanche ciò è accaduto in questo spazio-tempo, pazienza.

Una cosa, però, mi piacerebbe sapere: dormi bene la notte?

Non vorrei mai essere al tuo posto.

F.S.

In morte di Emmanuel Chidi Namdi

Tra un gelato ed un concerto all’aperto, fra una partitella di pallavolo sulla sabbia e un giro a scoparsi una povera ragazza dell’est costretta a battere (magari dopo una gara degli europei di calcio) si può ammazzare una persona. Una persona la cui colpa è quella di aver perso i genitori ed una figlia e di pensare comunque di costruirsi un futuro con la propria compagna. Ah, dimenticavo, i due innamorati hanno pure la colpa di essere africani. Ma in un Paese che ha la più bella Costituzione al mondo, che è stato la patria del Risorgimento, che è fatto di mare, arte e Poesia, che ha dato i natali a geni dell’architettura, del teatro, della letteratura, della cucina… in un paese che nell’evoluzione della Storia ha pesato, forse, come nessuno mai, in un Paese così, una coppia di africani non può godersi una passeggiata. Perché lui deve morire. Deve morire perché agli occhi dell’aggressore è una minaccia. Si, una minaccia al suo ego che si ferisce al pensiero che l’altro, il negro, ha il cazzo più lungo del suo. In questo Paese che ha visto filosofi, navigatori, poeti ammazzati perché raccontavano un nuovo mondo possibile, indivisibile dall’amore e dalle vicende del sogno, poeti che denunciavano; come Pasolini, ad esempio. Ma il nostro è pure il Paese dei segreti di stato, del fascismo inventato da noi italiani, delle stragi di stato, di tangentopoli, di don Camillo e Peppone, dei guelfi e ghibellini, degli eco-mostri e dei potentati massonici. Il nostro è un Paese che offende i disabili ogni giorno, che vomita il nulla in tv, che ha tollerato per vent’anni un farabutto come Silvio Berlusconi. Un Paese in cui si suda il salario senza diritti, ammesso che hai la fortuna di aver trovato un lavoro. Un Paese in cui i femminicidi sono pane quotidiano, un Paese ai primi posti in classifica per il turismo sessuale ed agli ultimi posti per la libertà di stampa. Un Paese dove non c’è mai stata una rivoluzione necessaria. Mai.

E ancora: un Paese in cui gente che si vanta di avere valori importanti, e che vota a sinistra, ti dice: “io non sono razzista, però i cinesi…” oppure “io non sono razzista però i venditori ambulanti”…”però i musulmani..” C’è sempre un però. E allora la verità è che questa gente non è razzista però è razzista. E lo è quando parcheggia sul posto riservato ai disabili, lo è nel linguaggio comune quando, anche scherzosamente, dice ad un amico: “ma che sei handicappato?”. Lo è quando offende gli omosessuali, quando dà la caccia agli zingari, quando cade nelle sfumature e nei distinguo, quando parla di razza, quando ha paura della diversità invece di esserne curiosa.

W l’Italia, però, quando sa scivolare oltre l’odio e rispondere ad esso. Ecco cosa dobbiamo fare e continuare a fare; rispondere all’odio. Soccorrerci abbracciandoci, continuare ad essere noi stessi senza negarci le fragilità, innamorarci, ubriacarci, non abdicare mai davanti ad un sogno, farci la nostra ronda di stelle in una notte che viene, essere dei giganti della solidarietà, mostrarci umani. Ecco cosa vuol dire rispondere all’odio: significa uscire ad annusare il vento, avvicendarci emozioni, confrontarci progetti, fare un ditalino alla luna, restare assieme, conoscerci. Perché anche se sei italiano in quanto sei nato in Italia, sei cittadino del mondo, appartieni a Gaia, alla terra, tua madre. La madre di queste maree complici, di questo avvenire, del camaleonte che vive grazie ai colori che mescola, non al razzismo monocromatico. Questa è la risposta al terrorismo, agli sgozzamenti, ai rapimenti, agli stupri, alle guerre inutili, al razzismo.

Aprire una pagina di Neruda è una risposta, aprire la gabbietta dei pappagallini che teniamo in casa è la risposta, guardare il mare è la risposta, stare un’ora in più con gli amici anche se si è stanchi è la risposta. Rischiare un grande amore è la risposta, essere onesti è la risposta, fare qualcosa anche solo dicendo un no è la risposta. Continuare a parlarci è la risposta. Allontanare i bambini dai discorsi degli adulti e farli stare fra coetanei per strada ad infangarsi i vestiti è la risposta. Indignarsi e non arrendersi è la risposta. Custodire la Bellezza è una risposta. L’ironia ed il sarcasmo sono risposte. Ostinarsi a cercarsi per unirsi in sentimenti forse irricevibili è la risposta. Ricordarsi che non sono solo le labbra ad avvicinarci alle parole è una risposta. Non essere altro che la fede verso un amore spavaldo è una risposta. Intonare le possibilità è una risposta. Questo blog è una risposta. Voi che leggete ed io che scrivo siamo una risposta.

L’imbarazzo del primo bacio è una risposta. Se tendi alla pace è una risposta. Fare un sorriso in più è una risposta. Aprire il cuore e succhiarci le vene è una risposta.

Tutta l’angoscia che senti, se la dici a me, è una risposta.

P.

Ore 10.25

Parlare della strage alla stazione di Bologna sarebbe molto semplice, se ci si imageattenesse ai fatti. E i fatti sono lineari: qualcuno ha posizionato una bomba di 25 chili di esplosivo nella sala d’aspetto della stazione, la bomba è esplosa alle 10.25 del mattino di sabato 2 agosto 1980 e ha ucciso 85 persone ferendone gravemente altre 217. Ecco qui.

Il resto, tutto quello che è accaduto dopo quello scoppio, non segue più un andamento lineare: depistaggi, processi, appelli, silenzi. E una sentenza definitiva, pronunciata il 23 novembre 1995, che ha condannato all’ergastolo quelli che vennero considerati gli esecutori materiali. Sui mandanti e sul perché quella strage fu ideata e compiuta, non c’è ancora alcuna certezza.

Sono passati trentacinque anni. Sono state scritte oltre seicentomila pagine processuali. Innumerevoli altre sono quelle della carta stampata e della letteratura prodotta in questi tre decenni di ricerche. Perché bisogna cercare ancora la verità, quella che le carte dei processi e le sentenze definitive non hanno stabilito per intero. Perché non si può mettere un punto o la parola fine su una strage del genere: bisogna ricordare, e bisogna continuare. “ Bologna ricorda” è la frase dello striscione alla testa del corteo che tutti gli anni, dal 1981, percorre via Indipendenza fino ad arrivare in Piazza delle Medaglie d’oro, quella antistante la stazione. Quella che il 2 agosto 1980 si trasformò in un deserto di cadaveri, macerie, brandelli di corpi. “ Cominciammo a scavare sotto i detriti, a mani nude, e a togliere i vetri per liberare un corpo che sentivamo nostro. Eravamo tutti tagliati, tutte le mani insanguinate, ma continuavamo a scavare in fretta e a togliere le pietre, io e mio cognato. A un tratto sentimmo una voce, che non scorderò finché vivo: chiedeva aiuto. Alzai gli occhi e, tra le lamiere contorte di un treno, vidi due- tre persone infilate là in mezzo, agonizzanti.” ( da “ I silenzi degli innocenti” di G. Fasanella – A. Grippo, BUR). La potenza dell’esplosivo sventra la sala d’aspetto, provoca il crollo delle strutture sovrastanti e della pensilina, investe anche due vetture del treno Ancona- Chiasso in sosta sul primo binario. E polverizza. C’è un corpo, quello di Maria Fresu – 24 anni, madre della vittima più giovane della strage, Angela Fresu, di 3 anni- che non è mai stato ritrovato, perché Maria Fresu è stata completamente disintegrata dall’esplosione. Polverizzata. Alcuni minuscoli resti vennero identificati come appartenenti alla giovane donna soltanto in dicembre. La vittima più anziana invece è Antonio Montanari, di 86 anni, che al momento dello scoppio si trovava sul marciapiedi davanti alla stazione in attesa dell’autobus. Quella mattina a Bologna c’era gente da tutta Italia: da Palermo, Firenze, Terni, Bolzano, Reggio Calabria, e c’erano anche francesi, inglesi, tedeschi, un giovane giapponese di 20 anni. La reazione dei cittadini bolognesi fu immediata: chiunque era lì nei pressi si mise subito all’opera per attivare la macchina dei soccorsi. Uno dei simboli di questa pronta risposta fu l’autobus numero 37, che per 15 ore continue fece il tragitto dalla stazione all’obitorio dell’ospedale, trasportando corpi senza vita o quel che rimaneva di essi.

Il processo e le indagini furono difficoltosi, intricati, costantemente intralciati da depistaggi per i quali vennero condannati con sentenza definitiva Licio Gelli (Maestro Venerabile della P2), Pietro Musumeci (generale del SISMI), Francesco Pazienza e Giuseppe Belmonte (entrambi ex ufficiali del SISMI). Dopo le indagini preliminari e dopo aver acquisito un’ ampissima documentazione, gli inquirenti inseriscono la strage di Bologna nell’ambito di una complessa strategia terroristica maturata all’interno della destra eversiva, che aveva precedenti in numerosi altri attentati dinamitardi verificatisi in Italia a partire dal 1972. Dopo lo scioglimento, nel 1973, di “Ordine Nuovo” e, nel 1976, di “ Avanguardia Nazionale” si delinea infatti una nuova struttura eversiva nella quale confluirono elementi provenienti dai disciolti movimenti (personaggi ambigui del calibro di Paolo Signorelli, Stefano Delle Chiaie, Adriano Tilgher, soltanto per citarne alcuni). A questi elementi si attribuì “ il conseguimento di un duplice scopo: quello primario di sovvertire gli equilibri politici espressi nelle forme previste dalla Costituzione e quindi di consolidare tutte le forze ostili alla democrazia e quello, secondario e strumentale un tempo, di favorire gli autori di eventuali o possibili imprese terroristiche, se queste imprese si fossero armonizzate con quella primaria ed irrinunciabile finalità” (dalla Sentenza del 23/11/1995). La targa commemorativa che è nella sala d’attesa della stazione di Bologna ricorda proprio la natura dell’attentato, in memoria delle 85 “ vittime del terrorismo fascista”.

Oggi, nel trentacinquesimo anniversario della strage, Bologna si è raccolta ed unita nel ricordo drammatico di uno dei fatti più violenti e scuri della storia della nostra Repubblica. L’associazione dei familiari delle vittime, presieduta da Paolo Bolognesi, da trentacinque anni lotta per arrivare a conoscere i mandanti della strage, ancora ignoti, forse ancora protetti. Perché l’idea che si ha, guardando da una giusta distanza tutta la vicenda, è proprio questa: che ci sia un interesse – una “sragione di stato”, come la definisce Riccardo Bocca nel suo libro inchiesta- ad occultare la verità e a proteggere i mandanti. I pezzi mancanti che potrebbero aiutare a ricostruire e a capire meglio i fatti, forse si trovano celati tra le carte tuttora protette dal vincolo del segreto di Stato.

La strage di Bologna è un stata un’interruzione della linearità nella democrazia italiana, già fragile per nascita. È una macchia di sangue che continua ad allargarsi, lentamente, tra le generazioni: quella dei miei genitori, i trentenni di ieri, e la mia, quella dei trentenni di oggi. Bologna ci appartiene, ci riguarda tutti, tutti dobbiamo non dimenticare.

N.d.a. Ho scritto questo articolo qualche anno fa per il quotidiano “L’Indiscreto” e lo ripresento qui, in forma aggiornata, perché anche Hai da accendere? non dimentica.

C.

Giorgio Montanini, la satira e le cicale

I comici ed i poeti spesso hanno la stessa esistenza dei clown: si mettono il naso rosso come uno scudo che li difende dalla vita. Ma la vita vince sempre. Oltre e dietro le battute e le risate c’è il trauma dell’esistenza con tutto il suo carico di malinconia, solitudine, fragilià ed inquieta sopravvivenza. I poeti ed i comici sono creature che “riempiono del loro canto cielo e terra” come fa la cicala di Esopo. Giorgio Montanini, segni paricolari comico, è una cicala, un nemico pubblico perchè non si allinea al resto del mondo fatto da formiche disciplinate e di massa integrata. Giorgio Montanini canta fuori dal coro la sua storia. Ha rischiato di non nascere. Fino all’ultimo giorno possibile per abortire i suoi genitori furono incerti se tenerlo, ultimo arrivato di quattro figli. Forse la sua satira parte da lì. Satira è una parola che deriva dal latino “satura lanx”, il vassoio pieno di primizie offerte agli dei. E’ la solita storia: da Aristofane alla poesia orale giullaresca, da Pasquino a Lenny Bruce, da Cervantes a Bukowski, da Baudelaire a Bill Hicks fino a John Belushi. La solita storia in cui la poesia e la comicità hanno camminato parallelamente. Nella buona e nella cattiva sorte. Col nasso rosso come coperta di Linus.

Intervistare Giorgio non è stato facile perchè, appunto, è un comico ed inevitabilmente il miglior rapporto possibile con lui è quando è sul palco e lo si ascolta. Ed è il modo più immediato ed efficace per sentire, attraverso i suoi monologhi, la sua essenza. Lo abbiamo incontrato prima di un suo spettacolo, birre alla mano e basilica di Loreto alle spalle, in compagnia dell’amico e collega Francesco Capodaglio, che ha aperto la serata con un suo divertente ed originale monologo.Montanini

Giorgio racconta se stesso attraverso l’arte della satira e non risparmia nessuno, non ha scrupoli, esercita la sua libertà di espressione come forse pochi comici, al momento in Italia, riescono a fare. Graffia, ragiona e provoca; il suo punto di vista è un invito alla riflessione. Tutto ciò lo fa con onestà intellettuale ammettendo che la satira non vincerà mai, che non cambierà le cose, che è uno sporco lavoro. Che non è, non può essere per tutti, che è anti-sistema sempre. Nel nostro Paese, oggi, c’è un bisogno enorme di far capire che il re è nudo, soffocati come siamo dal Vaticano, da una politica ipocrita e televisiva, piena di squali famelici, da barriere culturali ormai superate dagli eventi, da una guerra fra popoli, da assenze di punti di riferimento, da una militarizzazione bigotta che assedia quel minimo di pensiero critico. C’è bisogno di comici come Montanini, di una satira come la sua che non solo fa ridere molto, ma tenta di aprire gli occhi nel tempo breve e incalzante di una battuta. Dal palco, Giorgio ci dice che si può vivere diversamente, che essere una formica è comodo ma la vita è un’altra cosa. Non è un guru Montanini e non vuole esserlo, non trascina le folle da capo-politico. Anzi, spesso emerge un edonismo che altro non è che un tentativo di ascesi viaggiando sempre al centro della notte, controvento, sublimando in virtù pulp la necessità di riuscire a farcela. Perché questo fa il comico: sceglie di fare ridere per difendere se stesso dagli scherni della vita, cercando di farsi albatros e di salvarsi da quest’esilio in terra.

Giorgio si divide tra Fermo, sua città natale, Roma, dove lavora alle puntate di “Nemico Pubblico” e le molte città in cui va in tour. E’ marchigiano, come noi. E’ vissuto nei quartieri più malfamati crescendo tra bulli, tossici, ladruncoli e amici che non ce l’hanno fatta. Conosce la strada e l’effetto che fa. La sua gavetta sono state le sagre e le piazze di provincia che, puntualmente, vuotava e che giustamente ricorda e giustamente massacra scherzandoci su nei suoi spettacoli. Parla di sesso, religione, razzismo, di vizi e tabù, cioè degli argomenti che, sin dalle sue origini, la satira plasma e piega rivelandone le contraddizioni.

Giorgio ha avuto il talento e la fortuna di approdare in televisione, da dove può raggiungere un bacino di pubblico che, altrimenti, non avrebbe mai raggiunto facendo stand-up comedy unicamente nei locali e nei club, come nella tipica tradizione anglosassone. Ma è proprio lì, sui palchi stretti e spesso improvvisati che lo ospitano, a pochi metri dagli spettatori, mentre suda e beve e non stacca mai la presa dal microfono, che Montanini è veramente formidabile. È questa la dimensione per conoscerlo ed apprezzarlo al meglio.

In cantiere ha però anche altri progetti, che spaziano dalla scrittura di un libro (del quale siamo molto curiosi) al mondo del cinema, di cui si dice molto appassionato. Ecco, la sensazione è che Montanini abbia ormai un suo stile definito e che nonostante ciò non abbia finito né di crescere né di stupirci. I suoi 38 anni sono lì a testimoniare quanto ancora potrà migliorare, pur essendo già tra i più bravi.

Giorgio è un guerriero e il palco è il campo di battaglia dove lotta fino all’ultima offensiva, dove schiera le sue ossessioni ed i suoi valori, dove loda Van Gogh, Charlie Hebdo, Charlie Parker, Piero Ciampi, Kurt Cobain e tutti quegli angeli maledetti che hanno pagato su se stessi l’arte di non saper vivere. Che è, forse, la vera arte del vivere.

tucano'sChica e Peppe

Renzi gira la ruota

Quando una buona maggioranza esalta le virtù di un politico, soprattutto in questi nostri tempi moderni, a me si drizzano le orecchie e sento subito la puzza di marcio. La maggioranza ha sempre torto. E pure la minoranza non ci azzecca quasi mai. Così va il mondo ed è ora che cresciate e vi mettiate il cuore in pace. Veniamo al dunque: c’è in atto un’infatuazione collettiva per Matteo Renzi. Avviene un infatuamento sempre più crebro. In pratica molti italiani si fidano dell’ex sindaco di Firenze e son lieti di averlo presidente del consiglio. Sono contenti di avere come capo del governo uno che fece il concorrente a La ruota della fortuna del fu Mike Bongiorno. Sono contenti di avere come capo del governo uno che è andato a sdoganare (non è il primo) C’è posta per te: una delle trasmissioni più ripugnanti della storia della televisione. Sono contenti di avere come capo del governo uno che diceva che avrebbe sostenuto Letta ed invece lo ha pugnalato alle spalle. Sono contenti di avere come capo del governo uno che sosteneva non sarebbe mai salito al potere se non tramite elezioni. Invece sappiamo come è andata. Sono contenti di avere come capo del governo uno che ha nominato ministri impresentabili (vedi Alfano) e sottosegretari inaccettabili e sotto indagine. Sono contenti di avere come capo del governo uno che diceva di voler rottamare tutti invece ha rimesso al governo parte dei governanti che lo hanno preceduto. Sono contenti di avere come capo del governo uno che disse che entro febbraio si sarebbe fatta la legge elettorale ed ora mentre scrivo, il 7 marzo, la legge è ancora in divenire. Sono contenti di avere come capo del governo uno che quand’era sindaco di Firenze andava a cena ad Arcore e quando è diventato premier ha ricevuto con tutti gli onori Berlusconi (cioè un senatore decaduto, cacciato dal senato a seguito di una condanna definitiva per frode fiscale).

Ecco, mi fermo qui su Renzi, E dico altro sugli italiani. Su certi italiani. Sui numerosi allocchi che sostengono il nuovo presidente del Consiglio a bocca aperta, con uno sbalordimento da beota. E penso alle maestre che hanno soggiogato dei bimbi per far loro cantare una canzoncina al presidente…questo educare all’obbedienza, alla riverenza dovuta, è un atto diseducativo. E’ stato un triste spettacolo, ma ancora più avvilente è vedere la caricatura mal riuscita di Pieraccioni sedersi sullo scranno del primo ministro. E gli italiani compiacenti.

P.