Domenicale: in diretta dall’Antropocene

(PRIMA PUNTATA). È passata un’altra settimana. Sette giorni di questa era geologica, l’Antropocene. Sfogliamo insieme i momenti salienti di questa ebdomada.

POLITICA:
_ Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nel corso di un incontro con un gruppo di nativi americani, per prendersi gioco della senatrice Elizabeth Warren, che rivendica origini indigene, ha detto, alla delegazione di cui sopra, che la Warren sembra Pocahontas. In questa misera battuta del capo del Congresso, c’è tutta la sua ignoranza razzista e la sua misoginia. Basterebbe ricordare un po’ di Storia: i calcoli dei morti fra gli indiani d’America, dall’arrivo dei colonizzatori, parlano di cifre tra i 50 ed i 100 milioni. Un olocausto. I nativi sono morti per sterminio di massa, per malattie, fame eccetera. Per una cosa del genere (la frase di Trump), per come vorrei andasse il mondo io, in particolare per la rigidità morale che mi aspetto dai politici, il Presidente si sarebbe dovuto dimettere dopo aver chiesto scusa.

_ Berlusconi, chiacchierando con il “maggiordono” Fabio Fazio (chiamarlo giornalista mi sembrerebbe un ossimoro), ha paventato l’idea di candidare alla prossima Presidenza del Consiglio, qualora lui restasse incandidabile per legge, l’ex comandante dei Carabinieri Leonardo Gallitelli. Cosa dire al riguardo? Silvio Berlusconi è un genio. Capovolge tutto il reale in un’iperbole di paradossi. In sostanza, un ottuagenario milionario, condannato in via definitiva per frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita (4 anni di reclusione), quindi un soggetto che per la Giustizia è un disonesto appurato, candida un uomo dello Stato, un carabiniere, alla guida del Paese. Un fuorilegge che tira la volata ad un uomo di legge. E’ un magnifico trucco per abbindolare qualche italiano. Chapeau.

_ Durante l’assemblea plenaria della rete “Como Senza Frontiere”, un gruppo di fascisti ha fatto irruzione ed ha obbligato la platea all’ascolto della lettura di un volantino, scritto da questi esaltati, sul tema della cosiddetta “invasione”. La notizia è la violenza del gesto che preoccupa per il senso di impunità che gli skinead percepiscono. Altrimenti non uscirebbero dai loro covi di svastiche e analfabetismo. Siamo nei pressi del 2018, ed ancora ci tocca vedere, e subire, certe scene. Una noia mortale.

TELEVISIONE
_ Molto seguito ha avuto la telenovela Daniele Bossari – Filippa Lagerback. Il primo, partecipando al grande fratello vip, ha chiesto la mano alla svedese di che tempo che fa. A colorare il tutto, suggestionando milioni di spettatori, le rivelazioni sui due, con lui che ha vissuto una forte depressione e lei che gli è rimasta accanto sostenendo che la rinascita psicologica, di lui, sia dovuta alla partecipazione al reality di mediaset. Una bella favola resa tale dal volto pulito della Filippa che sorride sempre con educazione. La ragazza della porta accanto, insomma.
Io non voglio fare il guastafeste, ma non ci trovo nulla di romantico nel chiedere di sposarsi sotto vigilanza mediatica del gf. E’ la televisione, bellezza. È tutto finto. O quasi. Ci sono dietro contratti, inquadrature concordate, copioni, marketing, obblighi pubblicitari, auditel, business, diritti d’immagine, carriere. Non c’è innocenza in tv. Vi basterebbe andare in uno studio televisivo una volta per rendervene conto. Poi la coppia in questione si sposerà e venderà l’esclusiva a “Chi”: inutile sgranare gli occhi per un fotoromanzo. Ma, d’altronde, la gente ancora mi parla della trasmissione di forum come un momento di verità. Invece recitano attori che ricevono un copione. Attori che ho conosciuto io stesso, tanto per ribadire. Se proprio devo fantasticare d’amore tramite mass media allora, finzione per finzione, lascio alle chiacchiere da parrucchierìa Bossari e Lagerback, e mi vado a rivedere Casablanca o Ufficiale gentiluomo o Love story o Harry ti presento Sally. Nevvero?

Qui pianeta terra. Domenica 3 dicembre 2017. Epoca Antropocene. Si salvi chi può.

FILIPPA LAGERBACK RACCONTA IN ESCLUSIVA A CHI PERCHÈ HA ACCE

P.

Piove

Piove. Sono le 19:30 di sabato sera, credo in settembre, non ricordo il numero. Mi sono messo il pigiama di già. Mi aspetta una lunga notte, ma non mondana bensì casalinga. Una traversata insonne a leggere, scrivere, guardare film, compatirmi, immaginare un amore indimenticabile. Non sono triste, però. Anche se me lo chiedo cosa stia facendo della mia vita; se sono approdato al massimo ottenimento del suo significato o no. Perché quello che sto vivendo mi piace assai. Lo trovo eccitante e spericolato, decisamente sopra le righe. Ed io ci sguazzo. Il sabato sera, invece, lascio la scena agli altri. Li lascio tra le luci, le baldorie, il tirar tardi, le macchinate, gli appuntamenti. Io mi godo il disordine della mia camera, le pile di libri sulle due scrivanie, i fumetti sparsi sul letto e per terra, le compresse di passiflora che dimentico sempre di prendere e che quando le prendo non mi fanno nulla.

E’ sabato e piove. Su di me sono passati millenni di foglie cadute per colorare autunni, dolori d’abbandoni, fallimenti amorosi, sangue per la libertà, ossessioni di poesie, tormenti di perdoni da chiedere o dare.

La pioggia lava l’aria mentre ho accumulato storie sospese, ipotesi di futuro, occasioni sprecate, guai inevitabili. Siamo tutti afflitti dai danni del vivere, tutti stanchi, ingenuamente ottimisti, cocciutamente propensi a sbugiardarci. Forse il destino è una scatola vuota o un’inconsolabile perdita di tempo, ma la pioggia mi ricorda quanto è fondamentale cadere. Va bene così, alla fine. Anche se da qualche parte lei non riesce a sentire il tuo amore, anche se non dormirai mai più, anche se te le fanno pagare tutte,. Paghi ogni briciola di felicità che raccogli da avanzi di sentimenti, paghi a caro prezzo. Paghi ogni gratificazione perché porta con sé una battaglia, paghi ogni complimento perché ti devasta. Ed ogni idea riuscita la devi difendere dalle imboscate. Ogni bacio che lasci in un’altra bocca si trascina dietro catene, imperfezioni, lontananze, rimbombi di solitudine.

Piove con tenerezza, ancora. Fa meno male dei ricordi, però. E’ un acquerellarsi in grigio che ti erode il cuore mentre ti capita di pensare a chi non è qui.

Piove pioggia leggera curvando sui tetti e le grondaie, scolando rimpianti e attimi consumati di speranze malriposte. Piovono lacrime tenuemente come brividi, come sospiri di innamorati in attesa, come un lieve volo di pettirosso, come la sfilza di suggestioni che sai di urlare dagli occhi.

Piove. Cadono spilli di cielo, aghi di vita, gocce di nuvole.

Piove la verità. Piove sopra tutto. Sull’anima. Dice tutto di noi. Scivola smarrendosi in ogni cosa come la vita.

E non serve a niente, ma si rende utile. Un po’.

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P-

Qualcosa

Quindi ripartiamo dal mio precedente post. Sono stato a Roma, lo avete abbastanza capito. Ci sono stato perché amo il cinema e, grazie ad esso, ho conosciuto una ragazza. Non era un appuntamento, ma un ricambiare un bellissimo gesto che lei mi aveva fatto qualche settimana fa. E’ un’attrice e sono andato a vedere il suo nuovo film. Ma prima e dopo la proiezione Roma ha battagliato epicamente col sottoscritto. Per sapere chi ha vinto, leggete qui sotto.

Fatto sta che arrivo a Roma e mi accoglie la mia amica Chiara che non vedevo da tempo. Soprattutto, finalmente, ho conosciuto suo figlio Michele, il mio nipotino, che se l’è presa subito con la mia barba e mi ha regalato solo sorrisi.

Dopo vado nel mio B&B e la chiave non mi apre il portone. Chiamo il proprietario e mi dice (ore 16) che la stanza non è pronta. Gli faccio gentilmente notare che inizio a scocciarmi e mi dice che entro 20 minuti mi raggiungerà. Nel mentre mi accorgo che ho il telefonino scarico. Penso: bar = presa della corrente = bevuta = sopportazione dell’attesa. Mi reco in un caffè e chiedo al cameriere un bicchiere di vino bianco. Intanto mi siedo cercando una presa. Ma niente. Tra l’altro il telefonino deve restare vivo perché devo organizzarmi con la ragazza/attrice di cui sopra. Che si chiama Rossella.

Secondo bar: “Ciao mi fai un bicchiere di bianco? E, scusa, posso attaccarmi alla corrente per caricare il telefonino?”

_”No perchè poi mi salta l’impianto”

Terzo bar.

_”Ti posso fare caricare il cellulare solo 5 minuti

Quarto bar:

_”Sto chiudendo”

Quinto bar:

_”Se faccio ricaricare a lei poi devo far ricare a tutti”

Nel frattempo mi sono bevuto 3 biccheri di vino e 2 limoncini. Vado nel B&B e la porta stavolta si apre. Il cellulare è ormai scarico quindi lo metto in carica. La presa del B&B non funziona. Vedo una spina, la stacco e uso quest’altra presa funzionante. Disfo lo zaino e mi accorgo che mi sono dimenticato il pigiama a casa. Quando esco, riprendo il telefono (batteria solo al 20%) e mi chiedo se il voltaggio degli impianti elettrici sia minore che a Civitanova; non mi ha caricato quasi nulla. Quando rimetto la spina nella presa funzionante mi accorgo che è la spina del frigorifero. In pratica lo stavo scongelando. Fortunatamente era vuoto.

Sono in strada e vado alla ricerca di un bar vicino al cinema dove vedrò il film, perché ho preso accordi con Rossella per un aperitivo. Mi siedo e vedo il barista italiano e mi fa strano dato che fino a quel momento mi ero chiesto se stessi passeggiando per le vie di Pechino ed avessi sbagliato città. Il tizio mi prepara un calice di bianco ed io scrivo a Rossella per dirle che l’aspetto qui. Finito il bicchiere domando un negroni. Mi si risponde: “Mi manca il bitter.” Ripiego sul bis di vino. E penso: finora ho girato 6 bar e non ce n’è stato uno all’altezza di questo nome. Il bar è una cosa seria; ci passi la vita, le indecisioni, le illusioni. Tra un caffè e l’insegna al neon, fra un amaro ed una sigaretta, il bar è sacro. E’ l’altare dell’amore, la via crucis da percorrere, la casa degli espedienti, il rito profano del sopravvivere.

“Sto chiudendo”

Il barista mi gela. Ma che cazzo succede oggi a Roma? I locali chiudono alle 19? Non ci capisco un cazzo, tranne che devo andarmene e riscrivere a Rossella una nuova destinazione appena trovo il prossimo bar. Mi va bene che ce n’è uno poco distante. Entro munito di una imprevista aureola, perché di solito sclero facilmente, e faccio: “Buonaaaaasera, per caso state chiudendo?”

“Si”

Mi tolgo l’aureola e vado verso il bancone in modalità minacciosa, poi mi ricordo che sono a Roma perché voglio rivedere Rossella e pensare solo a rubarle il rubabile dagli occhi, quindi mi rimetto l’aureola.

“Non le posso fare il caffè perché abbiamo spento la macchina, ma se vuole altro la posso servire”

“Grazie, allora un campari.”

Ovviamente butto giù il campari come fosse acqua per sbrigarmi ed andare alla disperata ricerca di un cazzo di posto in cui sedersi e bere qualcosa. Riscrivo a Rossella dei miei spostamenti. Trovo un altro bar e questo non è in chiusura. Prendo il cellulare per avvisare la mia prossima compagna d’aperitivo e mi arriva un suo messaggio: “a questo punto troviamoci direttamente davanti al cinema”. Mi prende un secondo di sconforto ed una voce squillante mi scuote: “Pronto il suo negroni”

8 bar, 4 calici di vino, due limoncini, un campari ed un negroni dopo, sono davanti a Rossella, praticamente ubriaco. Le blatero qualcosa e gentilmente lei mi tratta come se fossi normale. Questa trasferta la sto perdendo con una goleada, cappotto pieno. A pochi passi dal cinema troviamo un’enoteca. Il posto è piccolissimo. Ci danno due sedie e intralciamo a tutti. Per tutti intendo gli altri 4 avventori schiacciati come sardine quanto noi. Rossella si presenta alla proprietaria invitandola alla proiezione. La proprietaria ci guarda e fa: “Bene, quindi abbiamo un’attrice. Pure lei è un attore?”

“No, signora, io sono solo il bevitore”

E qui avrei sperato in una decina di minuti di applausi, invece ho evitato di guardare Rossella temendo stesse imprecando contro tutte le divinità per la sciagura di avermi accanto in quel momento.

[…]

Finito il film bruciavo di emozioni e non ho avuto la forza di fare commenti o padroneggiare la situazione. Sono stato solo in grado di salutare Rossella ed i suoi amici ed andarmene via nella notte romana, cioè cinese. Ma Peppe Barbera non sopporta quando le cose si mettono in quel modo e dopo l’affronto dei bar chiusi, decido che devo cambiare il mio destino. Chiamo un taxi e mi faccio portare al pub. Nel tragitto il taxista fa un monologo contro i cinesi. Raggiungo finalmente il pub irlandese. E mi sento a casa. Comincio a ingollare guinnes una dietro l’altra come non ci fosse un domani. Prendo possesso del bancone e faccio capire a tutti che aria tira. Il vento è cambiato, copritevi! Dopo un po’ entra un uomo con uno scimpanzè. Subito ho pensato che stavo sognando, poi che ero ubriaco. Ma il ragazzo che serve ai tavoli mi conferma che è tutto reale. Prendo il telefonino per fare una foto, ma tanto per cambiare il cellulare è scarico. Mi sono sentito in un film di Fellini. Da qualche parte forse c’è un circo. Ci vuole altra birra. E così vado avanti fino alla chiusura, ed a quel punto, pretendo una foto (nel frattempo si è ricaricato il tel) con uno a caso dello staff. Servono le prove che Roma sta per cedere sotto i miei colpi mortali.

Altro taxi, altro pub, altra gente. Ancora bancone. Ancora birra. E va tutto splendidamente. Altra chiusura di locale. Altra foto col titolare. Roma è in ginocchio. A modo mio. Torno al B&B. Saranno le 5 di mattino. Alle 11 dovrò lasciare la stanza. Alle 9 sto già ricomponendo la carcassa. Mi faccio una doccia, preparo tutto per andarmene. Entro in bagno a prendere spazzolino e dentifricio, esco e mi trovo una puttana davanti a me, nella mia stanza.

“Scusa, ma questa è la mia stanza, la 4”

“Oh mio dio, scusa, scusa no-no no volevo, scusa”

“Fa niente, tranquilla”

“Che vergogna, ho sbagliato”

Si volta e se ne va imbarazzata. Solo dopo che richiudo la porta a chiave mi rendo conto che sto con la sola maglietta della salute addosso. Il pisello è all’aria.

Fatto lo 063570 sono di nuovo in taxi a scambiar due chiacchiere col mio autista il quale mi ha preso subito in simpatia e si sfoga lamentandosi della moglie che non sa cucinare e non lo accompagna mai a mangiare fuori. Poi mi dice che verrebbe volentieri a “mangna’ er pesce” con me. Temo sia un approccio omosessuale. Arrivo in zona tiburtina e rimedio un ristorante. Mangio e bevo da solo una bottiglia di vino. Poi passo agli amari fino alla partenza del pullman, ore 16. Puzzo di alcol da fare schifo, ma sto bene. Provato, commosso, vincitore, compiaciuto della gita fuori porta, gonfio di ricordi.

Quando mi avvicino a casa mi arriva l’odore del mare. Sento la salsedine che mi viene a cercare sulla pelle. Sento uno strano abbraccio di luce, un ingenuo, romantico, bisogno d’amare. Sento che ho lasciato qualcosa a Roma. L’ho lasciato nel B&B di via Principe Amedeo, 331. Lo ho lasciato in macchina con la mia amica Chiara, l’ho lasciato nel cinema Apollo quando Neve, sullo schermo, mostra la sua fragilità. L’ho lasciato in tutti i bicchieri che ho svuotato. L’ho lasciato nella bottiglia di Varnelli regalata a Rossella. Non so esattamente cosa è questa cosa che ho lasciato. E’ arcana.

Ma è mia.

P.

(qui sotto le immagini alla chiusura dei due pub di Roma)

La fantasia è una fenice

Esigere pezzi di insignificanza pare sia divenuta la moda del momento. Mi sembra di essere sprofondato in un luogo in cui la bellezza non viene più celebrata e dove, se si parla degli astri, l’unica volta che si attende l’intervento delle stelle è quando, egoisticamente, si esprimono desideri nella notte di San Lorenzo. Io non sono cresciuto in un mondo così, ma sono stato un bambino carico di immaginazione, goloso dell’incanto, col cuore loquace a correre nei cortili. Anche adesso, quando mi va, alle quattro di notte, suono i campanelli di sconosciuti e scappo via. Tuttora, prima di andare a dormire, controllo i sogni restati nei cassetti, spazio con l’inventiva, mi strofino sull’arcobaleno della vita addormentandomi coi colori per svegliarmi con una memoria di luce. Sono stato bambino negli anni ottanta, e non è per nostalgia che ciancio, ma sono fermamente convinto che in effetti, all’epoca, la magia aveva la geometria estesa della fantasia, era un groviglio di possibilità, tutto s’intarsiava di un immaginario gaudioso. Per esempio, a casa, te ne stavi a gozzovigliarti con pane e nutella o con pane, olio e sale che la nonna ti brandiva come adesso Jon Snow brandisce la sua spada. E mangiavi in preda all’estasi per la visione dei cartoni animati che ti portavano ad una trepidante partecipazione. Se andavi al cinema ti districavi tra I goonies, ET, Stand by me, Ghostbusters, La storia infinita, ed essere bambino significava imbucarsi alla festa del vivere. Significava andare a dormire la sera nella propria cameretta ed avere la forte sensazione di non essere sicuro se la mattina dopo ti saresti risvegliato nella tua stanza o in un mondo di fantasia o se saresti finito in qualche pazzesca avventura. Sembrava tutto realmente possibile perché la fantasia era una sposa fedele. Quei bambini che nei film avevano d’improvviso l’occasione di sfuggire ai pirati, volare in groppa ad un cane gigante o di affratellarsi con un alieno, eravamo noi. Potevamo tranquillamente essere noi. Giocare era irrinunciabile, sognare era irrinunciabile, architettare futuri fantascientifici o sperare di incontrare folletti o gnomi erano cose irrinunciabili. Il lampadario della nostra camera, in un attimo, era il sole di un altro pianeta ed il letto su cui stavamo stravaccati, era un’astronave madre e Capitan Harlock un compagno di missione. Ci piacevano i segreti, la chiarezza dei ruoli tra bene e male, i mantelli, i castelli, le buffonerie, le canzonette immediate, le formule magiche, le favole di eroi e draghi. Ci piaceva il buio anche quando ci spaventava il suo silenzio o quel suo fare di nascondimenti. Ci piacevano certe storie di streghe, certe leggende di fantasmi, le trame horror. Ci piaceva l’invenzione, il fascino del soprannaturale, certe ombre indecifrabili e quelle simili a giganti di mondi lontani. Ci piaceva credere in un impossibile possibile. Ed era bellissimo il confine netto tra gli adulti e noi, quel nostro non appartenere alle cose dei grandi, quel nostro codice unico, quel nostro linguaggio speciale. Ci piaceva la primavera quando si rovesciava dalla giara delle stagioni e portava ai nostri sguardi colonie di insetti, lucertole stese al sole, un’invasione di margherite, possenti ronzii dei bombi. La primavera ci liberava dei troppi ingombranti vestiti invernali e facevamo la sua conoscenza sbucciandoci i ginocchi in qualche baruffa ai giardini. Abbracciavamo gli alberi e cercavamo quelli grossi per andarci ad abitare. Li toccavamo gli alberi. E toccavamo la terra. E toccavamo gli insetti. Come toccavamo sul serio la fantasia. Era sempre con noi, scintillante, gravida di tentazioni, custode di imprese strambe, gonfia di inediti conforti, granitica nel suo difenderci dalle regole e dagli schemi. C’è stato persino un tempo in cui si voleva dare il potere alla fantasia, ma la fantasia il potere lo combatte da sempre. Perché il potere impone un ordine, esercita un controllo, usa tutti i mezzi per uniformare e non diversificare. La fantasia fa l’opposto. La fantasia annovera intelligenza, caos e dimensioni, scompagina, nutre di azione i momenti statici, sfugge alle costrizioni, è allergica alla banalità, non accetta compromessi. La fantasia è sorella alla curiosità, è il diamante puro dell’essere umano, è la vetta dei sogni, la dimora dove i venti s’addestrano a soffiare.

Gli anni ottanta sono finiti da trent’anni ormai. E alcuni di noi, troppi, hanno messo la testa a posto. Ma il posto giusto per la testa è fra le nuvole. Può ancora accadere. La fantasia è una fenice; sa tornare. E’ un augurio, ma soprattutto un sollecito, il mio. Tutte le strade che vi portano ad un adagio, che vi avviano all’ordine, non sceglietele. Alzate la testa tra le nubi: potreste vedere passare un cane gigante in volo che plana con una faccia divertita. Potreste ritrovarvi, se no, dentro cent’anni di solitudine, fra alambicchi e pozioni. Potreste dover avere a che fare con la pietra filosofale. Sarà la fantasia a salvarci se saremo capaci di salvarla. Per riuscirci c’è da intraprendere un viaggio. La mappa è in soffitta, tra polvere e ragnatele. E indica il luogo di un tesoro di pirati.

In molti non hanno fatto ritorno nel cercarlo. Ma noi ce la faremo. Che l’avventura incominci e, soprattutto, che non abbia mai fine.

P.

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La tenerezza degli attori

Le tempie pulsano. Il rubinetto del lavandino continua a gocciolare con lenta, scientifica, frenesìa. Ma l’attore adesso è nel suo dirupo, ha scavalcato le azzurrità del cielo fino all’ultima stazione d’oblìo ed ha un’altra faccia; fatta di ben altre scintille, persino di rughe mai avute. Ha le mani che gesticolano come per lui non hanno gesticolato mai. Mentre le tapparelle restano giù, quasi a voler intrappolare eventuali intuizioni, rinchiudere quegli attimi esatti in cui un’idea del personaggio s’arresta tangibile, concreta, afferrabile, credibile. Ed ecco che l’attore si plasma e si fa plasmare. La salivazione cambia, il silenzio della casa è una confluenza di poesie scoperchiate e pulviscolo, di tic di palpebre e fantasia. L’attore ride, si muove, si cerca allo specchio, stringe le spalle, scuote la testa, medita un colpo d’accelerazione, immagina il plauso del pubblico, sogna sopra ad altri suoi sogni, fa una miscela di lacrime per drappeggiarsi l’anima. Poi si ferma, riprende la posizione, rilegge il copione, si annichilisce per un dubbio. Cerca del vino, percepisce vibrazioni mentre fuori il mondo gira il suo solito ciak, mentre il milionario si fuma il suo sigaro raro e gioca col martini. L’attore non controlla più l’ansia e tutto il carico di brividi che l’arte si porta via coi suoi giorni. Fa una prova di trucco casalingo, tenta una via, ricalca dei ricordi, fa in modo di copiare con eccellenza, subisce una pugnalata ad ogni movenza riuscita. Si sente bene ma si sente male. Riconosce la magia di una bellezza ch’è un privilegio però resta a domandarsi chi glielo fa fare. Poi si tocca il corpo, gestisce la respirazione, sa che il diaframma fa il suo dovere ormai in automatico, si rimpolpa del sangue dell’esperienza, di tutti i provini disastrosi e quelli emblematici, di tutti i film visti, di tutte le parti lasciate per strada nei pochi euro dentro ad un cappello, delle stelle viste scoppiettare in qualche notte poco innocente.

Poi scaglia il copione contro la finestra, urla inferocito, ha moti rabbiosi e teme d’aver perso la concentrazione. Non è convinto del costume o della camminata. La voce, poi, forse non è all’altezza. E allora ci vuole un’altra sigaretta nell’attesa d’essere morso da un barbaglio creativo per evitare di riempirsi di ubbie, per non saltare in groppa alla sempre presente malinconia.

Ed eccolo lì l’attore, sempre dalla stessa parte, quella della solitudine, del proliferare di sacrifici, dei nudi che non imbarazzano perché la vera nudità è l’invadenza dell’arte che gli esplode nell’anima. Eccolo lì l’attore, eremita fra assi di legno o in bilico su vecchie pellicole, mentre somiglia a tanti ed a nessuno, mentre si fa strumento per le avventure che vivrà gelosamente, così simili e dissimili alla tristezza ed all’estasi. Ed eccolo lì l’attore che non ha amor proprio e ruba ogni fibra dai paradisi artificiali, che rincorre emozioni coi nodi in gola e la follia iperbolica e ci grida aiuto. Che si recinta di nuvole tra un camerino ed un altro, che fa piovere intingoli d’amore e meraviglie, neve estiva, intrusioni di tempo e deserti d’alfabeti. Che si veste di linguaggi, che asciuga pianti e s’infligge sovversivi colori, che medica i desideri ed ammala gli sguardi, che ha in custodia tutto il dolore del mondo, ogni granello di sabbia, ogni gargarismo del mare, ogni sveltezza di vento.

Bisogna amarle le attrici, occorre amare gli attori. E’ necessario difenderli. Anche quando con la loro indole sensibile fanno la faccia dura e inveiscono fuori dai denti schiumando ostili. Bisogna saperla cogliere tutta quella tenerezza che li avvolge, tutta quella resina che li brucia di facili malinconie e li ammalia di paure e inattesi eroismi. Perché hanno i sentimenti dei vecchi e le esplosioni dei bambini. Bisogna amare le attrici quando sono stanche, quando titubano, quando si fanno volutamente odiare. Bisogna amarli gli attori quando coniano scortesie, quando non mostrano tutto il loro mosaico, quando dondolano indecifrabili.

L’attore è fatto di corticircuiti, di sporgenze, di giravolte e macerie, di sfavillanti sereni e chiarori inesauribili.

L’attore si deve soltanto accettare radicalmente perché è un prodigio guasto che sublima la sua inconsolabilità reclamando amore.

P.

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Contro il muro

Ci sono lei e lui. Sono sporchi, sconnessi, autolesionisti, non amano se stessi, entrambi sono arrabbiati con gli altri e col mondo. Lei si taglia le vene per reclamare libertà, lui si schianta contro un muro per ribadire che è deluso. Si ritrovano nella stessa clinica che ha ricucito i polsi a lei e ingessato il collo a lui. Non si conoscono, ma si riconoscono, allora lei azzarda: “Mi sposeresti?”.

Lui non è convinto di questo finto matrimonio ma accetta, perché ha capito che lei le vene potrebbe tagliarsele all’infinito e per qualche ragione non vuole che lo faccia ancora. Lei, così, è finalmente affrancata dalla patria podestà e può viversi la libertà che tanto cercava. Lui continua con la sua vita: si ubriaca, scopa per vuotarsi, sviene, non le chiede niente, dove va con chi, e non vuole che lei gli chieda niente.

Poi lei ripulisce il bilocale dove coabitano, compra dei fiori, lo rende accogliente e vivibile. Lui si stupisce del fatto che il suo bilocale, ripulito, effettivamente gli piace, ci si sta meglio che prima. Poi lei prepara una cena da consumare insieme, come fossero davvero marito e moglie; è una cena di ricette turche, preparata da una sposa turca non convenzionale, con cura e lentezza. Il confine tra le loro individualità è ormai talmente sottile che arrivano a toccarsi, ma si fermano prima di arrivare in fondo. Per paura, perché è meglio così, perché semplicemente sono increduli che stia accadendo proprio a loro, gli stessi di sempre, forse meno sporchi, ma comunque oscuri, sofferenti.

Non se ne accorgono subito, ma qualcosa è successo, singolarmente e ad entrambi. E un giorno lui al bancone disintegra un bicchiere e grida che è innamorato, perdendo felicemente sangue da una mano. Lei, nello stesso pomeriggio, gira per Amburgo col sorriso sulle labbra, ha dormito fuori ma sta tornando a casa, sente che il mondo a lei ostile in verità la contiene, compra un cuore di zucchero dove c’è scritto Ich liebe dich e lo lascia sul cuscino di lui.

Le cose però precipitano nel peggiore dei modi, lei e lui sono costretti alla lontananza, proprio quando hanno capito che sono innamorati, che si aspetteranno, che si prenderanno cura l’uno dell’altra.

Gli anni passano e lei tocca il fondo più buio, finché si rifugia nella normalità che la illude e protegge. Lui torna. La cerca, la trova, la penetra, dice la aspetterà a quell’ora in quel luogo. Lei non andrà. Lui partirà comunque.

Genen die wand (La sposa turca, nella distribuzione italiana) è uno dei miei film preferiti. Perché racconta l’amore in modo spietato, violento, veritiero, e racconta pure il fatto elementare che l’amore non salva. Migliora, se ti fai migliorare. Ma non salva, non riscatta, non garantisce il lieto fine. È un film che mi piace anche perché penso sempre che il muro contro cui ci scontriamo, spesso è quello di cinta attorno al nostro cuore, non quello al di fuori di noi. È quello innalzato per prevenzione, per riduzione del danno, o peggio ancora, per retaggio del passato. Ma niente può reggere ad un nuovo impatto: l’amore è scontro, non incontro. È schiantarsi contro il muro dentro di noi, quello costruito mattone dopo mattone, dolore dopo dolore, che pure si frantuma con un solo gesto della mano, con quel bacio desiderato, con l’odore delle lenzuola dove dormi abbracciato stretto all’altro, perché siete in due ad avere paura, e in due certe faccende diventano bellissime.

Ho contato i miei mattoni: qualcuno è mancante, e so dove l’ho lasciato.

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C.