Mala sorte

Augurare la mala sorte a qualcuno è un desiderio del tutto umano, e neppure un reato (naturalmente, solo se si tratta di un augurio figurato, altrimenti saremmo dei killer psicopatici e dovremmo stare in galera). Spesso basta un niente -qualcuno che ci taglia la strada, ci ruba un parcheggio, fa il furbo a nostro discapito- che parte il “vai a morì ‘mmazzato”, o un’altra delle molte espressioni colorite che ogni giorno pronunciamo per scrollarci di dosso la rabbia e  allontanare da noi la sciagura, magari restituendola raddoppiata. Sono così assimilate nel nostro quotidiano che se le sentiamo all’interno di un film o di una canzone ci mettiamo a ridere; le usiamo come intercalare o per apostrofare qualche amico stronzo, ma in realtà non vorremmo certo che gli prendesse un colpo.

C’è stata però una volta, una sola, che ho desiderato veramente la morte di qualcuno. Non era un caso di parcheggio rubato, né qualcuno che mi aveva fatto un torto irreparabile. Ho fortemente desiderato che morisse una persona a cui volevo – e tuttora voglio- molto bene. Ho desiderato, sperato, che mia zia morisse. Che non si risvegliasse mai più dopo essere stata falciata da un’auto in corsa, mentre attraversava le strisce pedonali di fronte casa sua. Un mese e mezzo di coma profondo e respirazione meccanica, occhi serrati che all’improvviso si aprivano per fissare il vuoto e poi si richiudevano, un mese e mezzo d’immobilità totale, trauma cranico, gamba spezzata, aorta addominale tranciata, litri di sangue persi e trasfusi nell’immediato soccorso, quando nessuno sapeva se sarebbe arrivata ancora in vita all’ospedale. Un mese e mezzo di totale sospensione: si sveglierà? E se sì, come? Queste erano le domande che ci facevamo e facevamo ai medici. Il giorno in cui venne trasferita nell’ospedale della nostra città, il primario che la dimetteva da Ancona al telefono ci disse di essere forti e ci fece un  “in bocca al lupo”, perché non era in grado di dirci il se e il come, ma sapeva quali conseguenze avrebbero potuto esserci. E cioè che zia restasse in uno stato vegetativo, non più capace di comunicare, d’interagire con l’esterno, di esprimere una volontà. Un’ipotesi insostenibile. È doloroso vedere un proprio caro in bilico tra la vita e la morte e non poter fare nulla, assolutamente nulla, per evitargli le sofferenze, è angosciante non sapere se tornerà ad essere la persona che era prima. Ed è stato del tutto umano, per me e i miei familiari, preferire a questa eventualità la sua morte. Non certo e non solo per ragioni egoistiche (vederla in questo stato fa soffrire me, ma lei sa di essere così? Ha consapevolezza della sua condizione? Ne soffre oppure no?). Piuttosto perché noi sapevamo che lei non avrebbe mai voluto vivere se si fosse trovata in uno stato permanente di incoscienza, mutilata nel suo essere e nella sua dignità di persona libera. Certo, noi lo sapevamo perché la conoscevamo, ma non sta scritto da nessuna parte. Non esiste alcun testamento biologico in cui mia zia, viva vegeta e nel pieno delle sue facoltà intellettive, abbia dichiarato le sue disposizioni in caso di perdita di coscienza. Se lo avesse fatto, del resto, non sarebbe cambiato alcunché, perché ad oggi nel nostro paese c’è un enorme e vergognoso vuoto legislativo in merito.

Non sarebbe comunque servito perché mia zia dal coma si è svegliata. Dopo un mese e mezzo, a pezzi, ed ora respira e mangia da sola, interagisce con l’esterno ma da una carrozzina, perché non può più camminare. Parla, ma senza cognizione di causa perché non sa chi sia né dove si trova né cosa le sia accaduto. Nella sua testa nomi e memorie si mescolano e formano storie mai esistite. A volte è divertente starla ad ascoltare, nella continua impresa di decifrare le parole monche che pronuncia, anche se resta complicato accettare questa realtà senza perdere il controllo, cercando di dare un senso nuovo alla parola persona, a quello che pensavi fossero la vita e la libertà.

strada pioggia

Ho, sopratutto, desiderato che quel pomeriggio l’incidente non le fosse accaduto. Che zia si fosse trattenuta due minuti in più a casa mia, che avesse ripreso a piovere forte, così sarebbe stata costretta ad aspettare. Sarebbero bastati davvero soltanto due minuti per non incrociare quella macchina che andava troppo veloce -e non avrebbe potuto- guidata da quella persona che avrebbe dovuto guardare avanti- e invece chissà dove: lo schermo del telefono? Fuori dal finestrino? Qualcuno da salutare?- Le mancavano due passi per salire sul marciapiede, poi avrebbe aperto il cancello di casa e il portone, che avrebbe richiuso a doppia mandata. Ma non è andata così, in questo spazio-tempo. Il suo rientro è stato stravolto, il suo corpo oscenamente devastato sull’asfalto dall’incuria di uno sconosciuto a tutta velocità.

Con la vita si prende confidenza anche così, nella prossimità con la morte. Entrando mascherina e guanti in un reparto di rianimazione. Sentendoti scema a parlare a qualcuno che non sai se ti può ascoltare, se riaprirà mai gli occhi, se sarà capace di muovere anche una sola falange di un suo solo dito. Imparando a leggere l’attività elettrica sul monitor, i termini antipatici della traumatologia neurocerebrale, i gradi di coma e le relative statistiche di risveglio. Ascoltando le storie degli altri familiari in attesa, catapultati come te nel mondo della terapia intensiva. Chiedendoti se è giusto che sia successo a lei- e no, non è giusto, non potrà mai esserlo.

Ho pensato spesso all’uomo che ha causato l’incidente. Abbiamo a lungo atteso una sua telefonata, quell’unico gesto di assunzione di responsabilità che avrebbe dovuto compiere. La telefonata non è mai arrivata, così neppure il nostro perdono. La rabbia si è accumulata a dismisura; nonostante questo, non gli ho mai augurato la mala sorte. Se avessi potuto, lo avrei portato in rianimazione per fargli vedere a quanti tubi e sonde era aggrappata zia, poi lo avrei portato con noi per uffici ed istituti, dall’avvocato, dai dottori, dagli assistenti sociali, gli avrei fatto fare tutte le attese e tutte le trafile che abbiamo dovuto fare noi. Nient’altro. Solo fargli vedere le conseguenze della sua distrazione.

Certo, poteva succedere a chiunque. Certo, non l’hai mica fatto di proposito. Di proposito avresti potuto ammettere l’errore, chiederci scusa, e poi ognuno al suo destino. Ma neanche ciò è accaduto in questo spazio-tempo, pazienza.

Una cosa, però, mi piacerebbe sapere: dormi bene la notte?

Non vorrei mai essere al tuo posto.

F.S.

Accordi imperfetti

Per circa sei mesi Peppe ed io ci siamo incontrati con regolarità il giovedì pomeriggio, alla solita ora, nel solito bar. Più esattamente, al solito tavolo del solito bar, e vani sono stati i tentativi di Peppe di proporre un altro luogo di incontro. Questo perché io sono una persona abitudinaria e territoriale e quando scelgo un posto che mi piace, quel posto diventa e resta mio.

La regolarità dell’appuntamento è servita non per assecondare le mie ossessioni, ma per lavorare a “Lettere tra (s)conosciuti”, la serata che abbiamo organizzato in nome di questo blog, lo scorso primo aprile.

Nel 2016 abbiamo festeggiato i dieci anni di attività di “Hai da accendere?”, un’avventura nata per caso ed ancora esaltante. Quest’anno non avevamo una ricorrenza particolare, ma ci piaceva l’idea di incontrare di nuovo i nostri amici, i lettori e non. Così ci siamo detti che non servivano particolari pretesti per farlo e abbiamo pensato, di comune accordo (e sottolineo di comune accordo) a “Lettere tra (s)conosciuti”, un viaggio a modo nostro nel mondo delle corrispondenze. Il fatto di essere in accordo non è per nulla scontato tra Peppe e me, perché è davvero molto raro che  lo siamo su qualcosa o su come farla. Ma, quando accade, è un accordo efficiente. Questo non vuol dire che sia stata una passeggiata preparare la serata-blog. Proprio no. Primo, perché il materiale a disposizione era vastissimo e selezionarlo è stata una dura battaglia, tra nobili scarti e sofferte rinunce. Secondo, perché entrambi godiamo nel dar noia all’altro, quindi spesso ci siamo arenati su questioni di lana caprina per il puro gusto di provocare fastidio (ammetto che in questo sono imbattibile). Sarebbe interessante conoscere il punto di vista di Andrea, il barista che ogni giovedì ci ha servito fedelmente i nostri cari Negroni. Perché le riunioni Hai da accendere? sono intrise di campari, martini e gin. Una volta soltanto ho fatto eccezione ordinando un Martini Dry, in ossequio al grande Hemingway e nell’illusione che ci potesse indicare la diritta via, in un momento di stallo creativo.

Uno scontro vero e proprio è però avvenuto riguardo il titolo dell’evento: Lettere tra (s)conosciuti, così come lo vedete scritto, è un docile compromesso tra la mia idea iniziale Lettere tra sconosciuti (senza parentesi) e le terribili proposte di Peppe, tra cui voglio ricordare l’orrendo Letterealmente, il criptico Dìftera ( da una possibile origine greca della parola “lettera”) e lo svenevole  Le corrispondenze dell’essere. Peppe ha questa tendenza all’aulico, al metaforico, al barocco poetico malinconico esistenziale, mentre io sono più diretta, vado all’essenziale, se fossi davvero brava direi minimalista. La mia scrittura è un continuo togliere, quella di Peppe un continuo aggettivare. La esse tra parentesi (s) è stata perciò l’unica proposta di Peppe che ho accolto perché era effettivamente quel dettaglio che mancava al titolo e che era in grado di racchiudere, per quanto possibile, il senso dell’intera serata: raccontare lo scrivere attraverso i carteggi famosi e il gioco delle identità segrete. Che altro non è che l’aver chiesto a sei persone di scriversi tra loro, senza che sapessero chi fossero: A scrive una lettera ad un destinatario immaginario, la manda a Peppe e me che la smistiamo a B, uno qualsiasi degli altri partecipanti, che risponderà al suo mittente sconosciuto, e così per gli altri quattro. Non so se l’ho spiegato bene, ma il gioco è riuscito e ne sono nate tre corrispondenze “al buio” che ci hanno sorpreso per originalità dei contenuti e delle riflessioni. Abbiamo voluto coinvolgere gli altri, com’è nello stile del blog, ed abbiamo voluto metterli alla prova in una pratica forse meno frequentata rispetto al passato: scrivere ad una persona soltanto. Che è molto diverso dalla condivisione di uno stato d’animo, di un pensiero fosse anche profondo, con una comunità virtuale di centinaia di amici, come avviene in questa epoca dei social. Resta sicuramente più “difficile” dire qualcosa di sé ad uno soltanto che ad una platea più vasta.

Per leggere le lettere tra (s)conosciuti cliccate qui: Lettere tra (s)conosciuti

Ma i veri protagonisti della serata sono stati i nostri genitori, quelli di Peppe e i miei, che abbiamo video-intervistato in occasione dell’evento. I miei erano talmente entusiasti della cosa che hanno vinto l’abbiocco post cena e sono venuti alla serata per rivedersi sul grande schermo e riscuotere, giustamente, i loro quindici minuti di celebrità.

Sabato ero tesa, ma una volta salita sul palco mi sono detta “bene, quel che è fatto è fatto” e tutta l’ansia è svanita non appena abbiamo iniziato. Alla fine ero talmente sciolta e comoda, seduta sul mio sgabello-trespolo, che ho fatto salotto col pubblico stile Barbara D’Urso, mentre Peppe tra i tavoli mi lanciava occhiatacce che non riuscivo a decifrare. Poi mi sono accorta che avevo invertito parti della scaletta e dimenticato di mandare musica e fotografie da proiettare sullo schermo. Mentre lui, da grande ansioso qual è, non ha abbassato la tensione ed è stato perciò incredibilmente più preciso (dico incredibilmente perché di solito è lui a dimenticare nomi e cose da fare). Ma la perfezione non è mai stata una nostra pretesa, l’improvvisare ci appartiene sicuramente di più; del resto è ciò che facciamo ogni giorno mentre viviamo.

Insomma, noi ci siamo divertiti,  le corrispondenze hanno fatto incontrare persone e gli aneddoti che abbiamo raccontato hanno forse svegliato la curiosità in qualcuno a saperne di più. Con un bilancio positivo e tutto il lavoro che c’è stato dietro, litigi inclusi, la domanda è: lo rifaremo il prossimo anno? Non lo so, è troppo presto per dirlo. Ma la risposta, qualunque essa sarà, arriverà certamente insieme ad un buon Negroni.

 

C.

La strada*

La strada non è solo un’impressione di asfalto né una stanza del mondo. La strada non finge la felicità né fomenta audaci vanaglorie. Però senza che ce ne accorgiamo ci protegge da frivole consapevolezze, ci indirizza verso incolumi sogni, ci avvicina agli altri. La strada è una chiesa spalancata ai vizi ed alle virtù, un lido che ospita un insonne cemento, le voci di chi ha scelto il dubbio, il vento quando barcolla stanco. La strada si fa bastare il silenzio di amori clandestini, di amori platonici, di amori piccoli ed immensi. E se la giri prima dell’alba, tra i lampioni che sembrano nèi della notte e, se per gioco o per davvero, la strada ti fa la faccia dura, sai che comunque le spiegazioni passano di qua. Che se ti volti lei c’è. Se guardi avanti, pure.

Le strade che si spargono tra edifici, che depositano ronzii inutili e sanno il bene perpetuo del pane che fanno i fornai, che annusano kebab e conoscono tutte le ombre di tutte le creature, le strade dove atterrano disegni di luci, dove certi marciapiedi coccolano quanto un cuscino, dove certa pioggia si spalma lieve, sono le tue. Lì hai visto gente ballare per un bacio irregolare, hai guardato un ricordo prendere una curva piena di vita, hai osservato il catrame appiccicare impronte di distratti, hai visto gatti sbucare dal nulla e annunciare un miracolo, hai veduto il suo sorriso rotolare come le nuvole quando schiumano il cielo. Hai visto come la strada sia fatta per ribaltare i pronostici, per convertire anonimi rettilinei in espressioni erotiche, per spogliare i momenti dalla schiavitù delle certezze, per riconoscere la sincerità dell’altro dai suoi colpi di tosse stanca di sigarette.

La strada va scoperta, seguita, deviata, sbagliata. Dimenticate gli indirizzi e le scorciatoie, masticate salsedine attraversando metri di bitume e latitudini grigie. La strada è un imbattersi, un eden offeso dai cartelloni pubblicitari, un’impegnativa fede dalle verità sbilenche, un meraviglioso teatro sotto il tintinnìo delle stelle. La strada è un destino di resilienza, un affondo nel soave, un consegnarsi alla realtà obbedendo alle cose che iniziano. La strada è l’inizio. E’ avvenire. E’ la nostalgia di cominciare, è la terra scorticata, linciata dalla bellezza quando fa solo capricci. La strada è la dottrina della Poesia, fatta di azzardi e sangue, di cortili e ladri, di puttane e barboni, di panchine scarabocchiate dall’amore e dalla ruggine dei giorni. La strada non finge la pazzia dei mestieri, ha solchi di gelosie, antifurti che suonano, monnezza che attende paziente i netturbini, paturnie delle innamorate, innocenze in disuso, fiori sgozzati, posti d’approdo, memorie, epilessie, piscio di cani, sfregi urbani. La strada fa sempre la spia, farfuglia amianto, ma sa scavalcare le sere. La strada è il cinema quando smette di agognare liberandosi dall’inchiostro degli sceneggiatori, è inzaccherata dai grumi della solitudine, ma l’abbraccia tutta. E’ l’esodo, è il pavimento del tributo a vivere, è il mantello dei cattivi che cattivi non lo saranno mai. E’ un logo pieno di grinze che, come i tuoi zigomi, fanno interdetta la natura. La strada conosce gli incantesimi dei tuoi occhi quando cercano i colori dell’amore, quando si danno un metodo per non piangere un dolore, quando saccheggiano opere di mare, quando esitano vibrando.

La strada distribuisce assoluzioni, regala febbre, incorona emozioni, scuote il viaggio, fa crescere gli uomini, si fa vetrina del mondo, offre resti di borghi, trasognanti vicoli, giochi di mistero, proprietà feline, sipari di accadimenti, connessioni civiche, percorsi di sovversione, naturali processi di idee inadatte alle banalità.

La strada è una storia d’amore, l’esclamazione commovente di un ubriaco, le labbra che si mordono di desiderio, una mascalzonata di Arlecchino, il fallimento della paura, l’indulgenza romantica dell’adolescente, un tempo che non invecchia, la colonna sonora dell’indignazione, la polaroid dimenticata in soffitta, il peccato più bello da commettere, la polvere ed il furore.

Tra fantasie e contusioni, la strada sembra te che sei così aggrappata ai tentativi, così forte di tenerezze ed esitazioni, così maledettamente donna mentre muovi i fianchi e governi l’universo. Tu con i tuoi brividi in direzioni sbagliate per intravedere qualcosa. Qualcosa per cui tutto valga la pena. Qualcosa come te, anima di strada.

*dedico questo pezzo ai ragazzi di “Anime Di Strada”

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P.

Estate 2016 e le mie ragazze.

Guardo l’estate dalla finestra. Se allungo la mano le dita mi s’imperlano di mare. Vedo le palme, sempre più fradice, costrette a far da sentinelle ad un viavai frenetico di un esercito di disorientati. Nell’aria arrivano vampate di melone e vocii di bimbi ancora ignari che questo non è il paese dei balocchi. Ignari pure che i loro genitori non sono invincibili né perfetti.

La guardo quest’estate 2016 da questo spicchio di costa adriatica, sotto sotto ben vivibile, ma decisamente devota ad una certa staticità.

Le ragazze intanto sono in spiaggia a riempire di sorrisi ed eresie le pantomime che le famiglie depresse mettono in atto fra gli ombrelloni. Le ragazze, le ragazze, sempre le ragazze; così isole potenti, così orlate di futuro, così spigliate con quegli sguardi che paiono quelli del falco un attimo prima dell’assalto. Così belle, vivaci, colme di distinto lirismo, simili alla perfidia esclusiva di certune allegrie. Così dondolanti, scampate a destini, coi corpi tesi a scavalcare il cielo in collisione coi sogni. Le ragazze, ad ogni estate, sono sempre lì. Anche le mie. Quelle che si sono fatte donne, quelle che sono scese nelle piazze quando c’era da fare la storia, quelle che sono diventate insegnanti, educatrici, mamme, zie. E quelle che non sono ancora diventate niente, che stanno a combattere con le unghie, che aspettano, che sono state avversate da piccoli uomini, che hanno fatto un giro di troppo in ospedale o sprecato un matrimonio. E quelle che, invece, l’unione coniugale l’hanno proprio sbagliata, illuse di sposare un cammino di garanzie e serenità dando le spalle però al vero grande amore della vita. Le mie ragazze sono ancora in spiaggia, come ogni estate. Non hanno più vent’anni e si maledicono la cellulite. Si guardano le occhiaie e s’immalinconiscono un po’. A loro adesso la confusione mondana piace di meno e la sera cercano la luna con nostalgia. Sono ancora incerte, esitanti sul da farsi, aggrovigliate nei timori e col cuore che le riporta spesso indietro. Ma le mie donne stanche, con sulle spalle uno scialle di dolori, che non esagerano più con il rossetto, che sono state cigno, fenice, tramonti di linee confuse, sono tuttora le più eretiche, le più dissolte nella bellezza, le più rapide di pensiero, le più travagliate poesie. Sono loro, in questa estate 2016, ad essere ancora le più sexy del bagnasciuga mentre passano sulla battigia con le loro cosce che raccontano i batticuori avuti dentro una fiat panda 750. Sono loro che da qualche fenditura dell’universo hanno rubato primule, freschezza, sconfitte epiche, illimitato fascino, curve della dinastia di Venere, sentieri di proclami. Le mie ragazze non le batte nessuna ventenne. E non perché sono le donne del mio tempo, ma perché non hanno età; prima erano giovani, ma adesso hanno la giovinezza. Perché sono state e continuano ad essere tutto il fragore di questa nostra vita assieme, così tòrta nella vicendevole ricerca di sentimenti eternabili, così tumefatta di coraggio e voluttà.

Estate 2016. Le mie donne lo sanno quanto distrugge la consapevolezza di un finale; il sapere che chi vuoi davvero t’ha lasciato indietro e non ti pensa più. E si passano la protezione solare quasi a coprire la pelle d’oca dei ricordi, quasi ad ammansire i brividi. Le mie donne sono state bimbe col grembiule rosa, ragazzine spensierate, fanciulle in stato di grazia, formichine che hanno messo da parte un sorriso al giorno. Hanno avuto addosso partenze, rimpianti narrati, l’anima che si scortica fra le pagine de “Il giovane Holden” e/o  di “Sulla strada” di Kerouac. Hanno letto “Siddharta” e “Porci con le ali”, hanno realizzato nuove consapevolezze con Simone De Beauvoir. Queste sono le mie ragazze che, col cuore in gola, sono traballate nelle stagioni, hanno bucato le nuvole per sfidare il mondo, hanno ancora nell’armadio le minigonne mozzafiato che indossavano e le facevano più belle e misteriose di un messaggio dentro una bottiglia a galla nell’oceano.

Estate 2016. Io l’ho sempre saputo che ci saremmo amati di attimi io e le mie ragazze. Che avremmo attraversato abbandoni, confetti e bomboniere, esperienze, ansie, perdite, tradimenti. Che avremmo attraversato lodi, arti, strette di mano, reazioni, abbracci a sigillarci, segreti da custodire per difenderci a vicenda. E poi oscillazioni, pianti, sbornie, viaggi, giochi, ironie. Io tutto questo lo sapevo da quando non eravamo quelli che siamo diventati. Lo sapevo dal primo giorno che ho pescato le mie pupille nelle loro e le loro nelle mie.

Estate 2016.

Le mie ragazze non appartengono a nessuno. O forse lo posso dire: appartengono a me. Ed io appartengo a loro. Lo sapevano tutti. Lo sanno tutti. Lo sa questa estate di lividi e speranze. Lo sa la vita. Lo sa l’ultimo bicchiere. Lo sa il mare complice. Lo sanno le parole.

E adesso lo sapete pure voi.

ragazze

P.

Quello che il sole dimentica

Se c’è un mestiere di grande responsabilità, che non prevede la pensione e che non è remunerato, è quello del sole. La nostra stella si conserva astro di fuoco fino a spegnimento. Senza di lui non ci sarà più niente. Non avranno più senso i cimiteri o l’aria sottile quando si prepara la pioggia o i matrimoni o le piramidi o il becco di un tucano. Il sole se ne sta lì da un’eternità a tenere la vita su questa terra in condizioni stazionarie. Ogni tanto gli esplode un brufolo e ci schizza addosso una tempesta solare, ma si fa tranquillamente perdonare. E’ un bel tipetto: maestoso, fiero, uno dei migliori errori di dio (questo sconosciuto). Ci avvolge di bagliori e lambisce le piante e fa risplendere il verde per spegnere le interminabili notti in cui vendiamo il sonno all’incubo. Il sole contribuisce all’alba dei nuovi giorni ai quali ci aggrappiamo presi dai nostri segreti o incazzati con chi abbiamo scacciato dal letto per una notte o per sempre.

Ma il sole se ne fotte della felicità e del suo contrario, non sa neanche cosa siamo e non ne ha bisogno. Mentre a noi non basta immaginarla, la felicità, ma la cerchiamo, nonostante l’indifferenza della luce. Nonostante dio si sia preso il monopolio dell’insignificanza. E ci ha abbandonati qui ad inseguirci di amori che appaiono e si fanno miraggi, da stomaci crepati d’ansie e orgasmi che c’illudono di una precisa via possibile, di una possibiltà di farcela fino alla tomba.

Ci sono cascato anch’io e ci ricaderò ogni tanto, ma sempre meno. Io che mi sono annegato nel mare delle parole della letteratura, del romanticismo, dell’intendersela coi sensi. Ma ogni giorno il sole domina questi incidenti ed accidenti che siamo, trattiene esplosioni o gioca con gli archi elettrici. Ogni giorno una porta ce la chiudiamo alle spalle e…quién sabe? Ogni ambulanza che passa e non è per te tiri un sospiro e ti incupisci al pensiero che lo spray ai propoli non ti eviterà un tumore che ti si conficcherà in gola proprio quando non te l’aspettavi. Ma ti butti sui film, sui grandi poeti, su una stupida partita della Nazionale e finisci che combini qualche bravata perché sai vivere solo così. Sai esorcizzare le traiettorie schizofreniche della morte provando ad accarezzare il cielo sputandogli. Te la cavi soltanto così, smarcandoti dalle finte verità e dai luoghi comuni, ricominciando dalla nostalgia di certi errori passati, ubriacandoti fino a non sapere più se stai mettendo la chiave sulla fessura di casa tua o hai sbagliato indirizzo. E quello che il sole dimentica non è soltanto tutta l’illogicità del nostro esistere, non è soltanto la beffa di una gioventù troppo breve e troppo ferita, ma si scorda pure delle banalità quotidiane del male. Dimentica che è terrorismo e massacro dover sapere obbligatoriamente che farne di un cud, del modulo 740, dover compilare bollettini e far la fila alla posta per le tasse. Doversi ricordare i giorni della monnezza differenziata, conoscere i regolamenti di un condominio, gestire un mutuo, prenotare una visita, schivare equitalia, rispondere al citofono, aprire la pagina facebook e scoprire che sono tutti spaventati dalla solitudine. E’ tremendo cercare lavoro, trovarlo e tenerselo. E’ terrificante dover lavorare per giustificare un tetto o una multa. Sono raccapriccianti le privazioni alla libertà che fondano anche un sistema democratico. Io non appartengo a tutto questo e sono impaurito fino alla catatonia. Il sole si dimentica che vivo ancora coi miei perché non saprei gestire una casa; non so come si accendono i riscaldamenti nè usare la lavatrice. Non so aggiustare un lavandino e mi prenderebbe la depressione all’idea di chiamare un idraulico; meglio un libro. Ho una camera con due scrivanie, pile di libri sparsi per terra, letto sempre sfatto, dischi musicali, carta e penna ed un cielo in questa stanza. Insomma, non so gestire una camera, come farò, dopo, a gestire una mia casa? Il sole tutto ciò se lo dimentica. Ma la vera solitudine è questa, il vero disagio è questo e non il non sapersi allacciare una scarpa. Io che non so la differenza fra lino e cotone, che non andrei a perdere tempo in una riunione di condominio se non perché vorrei scoparmi l’inquilina del piano di sotto, io che vivo nel bunker, nella trincea a cui ci costringe il sole. Sono clandestino nella mia città, ricattato da ogni volto, preso di mira dalle storie sotto i tetti e dietro le tapparelle chiuse. Io che per difendermi da me non so più che cosa fare. Che riesco soltanto a scrivere. Che so dimenticarmi soltanto scrivendo. Che non posso sentire le costrizioni e le barriere, che ho chiuso con la sottomissione alla speranza. Che combino arlecchinate.

Quello che il sole dimentica è la sofferenza quotidiana di un abbandono, la scapestrata follia dei sogni avvinghiati alle attese macabre fatte di devastazioni alcoliche, chiacchiere con gli amici, qualche occasionale resurrezione e macerie d’amore rubate. E domani, poi?! Domani chissà. Non lo sa neppure il sole. Ci inventeremo qualcosa, qualche parola, qualunque amore per il gusto di insistere con questo nostro accanimento terapeutico e non dargliela vinta. Tanto il tempo di una vita dura un lampo di sole, ma, pure questo, il sole, dimentica.

E domani, noi? Io? La mia vita a casa da solo? Finirò sicuramente in galera e sotto processo per evasione fiscale e negligenze varie, solo perché incapace di stare al mondo come tutti. Forse la mia è una colpa. O forse è colpa del sole. In fondo è solo pure lui. E non ce la farà.

Io, neppure. Io contornato dal dolore e dall’incurabile malattia di poetare. Tutto il peggio di me in quattro mura…

A voi, fuori, come va? Come state a corna? Ancora giocate con le religioni? Siete attivi in qualche percorso confuso?

Io non me lo perdono questo stare qua. E, dopo, tra un po’, assai prima del sole, mi brucerò inghiottito nel buco nero della mia inidoneità ad esistere. Si, domani, nessuno mi sottrarrà al dover stare al mondo e neppure io, da solo, ci riuscirò.

Che si sappia, non ho vergogna di dirlo: vorrei essere salvato.

P.

Persone silenziose

Quando muore qualcuno penso alle piccole cose. Non ai grandi progetti di vita, ai traguardi che aveva raggiunto o ai sogni ancora da portare a termine, a quanto poteva sentirsi realizzato e felice, o incompleto e disilluso.

Penso al pigiama sotto il cuscino che lo aspetta, allo spazzolino ormai da cambiare, a tutte le paia di scarpe, di calzini e di mutande che possedeva, ai vestiti -quelli che aveva indossato il giorno prima e quelli che avrebbe indossato il giorno dopo- ai capelli impigliati sulla spazzola, al reggiseno sulla spalliera del letto, alle medicine da prendere, a quale ora e per quale disturbo. Alla finestra lasciata aperta per cambiare aria, alla penna con cui segnava gli orari e gli appuntamenti, alla sua personale disposizione dei libri sulle mensole della libreria e degli alimenti nella dispensa in cucina, ai bicchieri messi a scolare sul lavello, alla lista della spesa per il pranzo di domani, all’ultima chiamata effettuata, al messaggio ancora da visualizzare. Alla sensazione di sospensione che dev’esserci in questi casi, quando sembra che la giornata stia per riprendere il suo corso abituale, e invece no, non più. Non più per chi resta.

E poi ai piccoli segreti, agli insospettabili peccati e alle maniacali, innocue compulsioni che tutti abbiamo. Quel genere di cose che non si confessano neppure al migliore amico, per vergogna o per orgoglio, quelle affidate alla privatissima abitudine di un diario che nessuno ha letto; si spera, almeno. Ai rancori mai estinti, ai piccoli ma sentitissimi odi coltivati di nascosto verso certi amici, certi parenti, certi colleghi. Alle vendette pianificate per infangare qualcuno, ai tiri mancini giocati per ottenere un vantaggio. A tutto quel genere di cose che non avresti mai detto di lui o di lei, cioè a tutte quelle cose che la rendevano una persona imperfetta, umana, proprio come te, con pregi, difetti, meriti e colpe. Che, come te, aveva una vita senza grosse vette ma tutto sommato soddisfacente. Una vita onesta, portata avanti con dignità, a destreggiarsi tra imprevisti, fugaci glorie e molte, inconfessate paure. Quel tipo di vita che conducono le persone silenziose, che fanno la fila alla cassa, che arrivano cinque minuti prima a lavoro, che parcheggiano negli appositi spazi, che chiedono sempre permesso, che sanno consigliarti bene se glielo domandi e sanno farti ridere se ne hai bisogno.

Quelle che con discrezione e in silenzio hanno lasciato piccole cose anche nella tua vita, e il messaggio ancora da visualizzare era proprio il suo. Il punto, per quante spiegazioni possiamo trovare, è che non riceveremo risposta. Che tutti quegli oggetti resteranno inutilizzati, il pigiama non servirà più e quella persona, probabilmente, non saprà mai che eri al suo funerale per l’ultimo saluto.

Crudele, no?

C.