In mutande

Halloween è passato e ieri sera non ho aperto la porta ai bambini che hanno citofonato per le caramelle. Non potevo interrompere la lettura del fumetto di Crepax. Siamo a novembre ed imperversa un sole micidiale, si squagliano tramonti fluo, la luna si fa notare come il culo di Claudia Koll in “Così fan tutte” di Tinto Brass. In America c’è stato un attentato, e non si capisce quanto sia coinvolto Trump nel “Russiagate” (finirà con l’impeachment?). L’America è grande, staremo a vedere. Intanto la Corea e l’Iran avanzano per il nucleare. La Cina sta per regnare il mondo, l’Europa è vecchia, stanca e piena di ignorantelli nazisti. L’Africa preme e si ribella per essere stata trattata, da noi coloni, come la pattumiera del mondo. Non sono sbarchi; è la rivoluzione nera. E io parteggio con l’Africa, che sia chiaro. Sto con tutti gli ultimi della terra ovunque.

Ma, considerazioni geo-politiche a parte, mi sento un pirata in questi fiumi d’asfalto che sono i marciapiedi della mia città, e non riesco più a stare solo senza la mareggiata che si vede negli occhi dell’amata. Ma non so più neppure stare in compagnia e a volte mi manco tutto per me. Passerà o non passerà mai? Non lo so, comunque per sicurezza mi faccio un pieno di stelle e pazzia e porto avanti quelle quattro scelte sbagliate per avere l’ennesima scusa di vivere le notti più marce, come quelle quando stai così piegato sulla disperazione che persino uno starnuto di vento ti accalda quanto un punch. Tutto questo è vivere o improvvisare? E’ sicuramente il mio unico copione recitato nel teatro della vita. Va bene così: la vita è un gioco che finisce per ucciderti, fatta di esili illusioni e voli d’Icaro per sentire sulla pelle una corsa felice di brividi, per calpestare i sensi fino alla vertigine e passare dal romantico al ridicolo in un attimo. Perché siamo sempre fuori tempo, sovrastati da cenni d’assoluto quando la bellezza ci prevarica.

Me ne sto in mutande, ora. Non mi va neppure di andare a pisciare. Mi piacerebbe all’imbrunire finire dentro il souvenir del mondo e vedere uno sciame di fiocchi di neve sbiancare le strade e gli alberi. Oggi sto così, senza smettere un’immaginazione, senza dimenticare i tuoi baci lasciati come delitti, le rime liliali, l’interminabile lamento del mare, e il più basso inferno in cui hai deposto il mio cuore dopo averlo strappato al sogno di noi. E me ne sto qui in mutande mentre tu te la ridi o ti fai schifo per come sei finita paralizzata dai doveri, chiusa in un circolo vizioso di obblighi e ripetizioni abitudinarie.

Che tramonto stai vedendo adesso? Brulica d’arancione o ha una storia comica? C’è la musica? E il mare li fa i suoi gargarismi con le onde? E lo guardi l’orizzonte che non è un granché come divisorio? Te le ricordi le poesie che intonavo? Ricalcavano il tuo corpo, vaneggiavano di gelsomini e agguati…

Me ne sto in mutande pronto a scrivere gli ultimi inutili versi, pronto a morire, pronto a ricominciare, pronto a scovare un amore nuovo senza ammainare la bandiera della mia libertà. Un amore nuovo in questi avanzi di civiltà, tra Pechino e New York, per perdermi in un trionfo di errori e lingue intrecciate, asserragliate nella trincea del destino. Fino a rendere tutto fenomenale. Fenomenale come il rosa dei fenicotteri, la danza dei cigni, il riverbero dell’ignoto, la squisitezza della tua assenza, le concessioni del cosmo, la tua schiena nuda chinata davanti a me.

Qui si vive a quanto sembra, si tira avanti tra un herpes e le convulsioni dell’ansia, tra un’insonnia e quel qualcosa che ti mette il capriccio del sesso. Qui si vive, ci si battaglia dentro, si divampa come redivive galassie, si è superstiti di quotidianità nodose, di disseminate mancanze.

Qui si vive ancora e ci si incrocia gli sguardi per estorcerci affetto, per calibrare pozioni d’amore, per un itinerario di rampe di baci e malintesi di poesia.

Qui si vive a quanto sembra. Mentre me ne sto in mutande. Pronto a tutto. Al gran finale. All’autenticità più violenta. A me e a te. A te senza me. A me che deturpo preghiere e non guarisco dall’innocenza.

A me che sono la tua giovinezza nonostante me.

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P.

Cospirando speranze

Spero per voi che impazzirete. Che vi troverete un destino rumoroso di libertà. Un futuro trasparente quanto il gioco del sogno. Spero non lascerete in eredità dogmi fallibili o rimpianti. Mi auguro avrete un miracolato sfondo di bellezza, una cornucopia di ricordi d’amore, una luna ancora da contemplare. Spero che abbandonerete ogni sciocca saggezza, i finti rimedi sentimentali, la vostra insopportabile voglia di ordine. Spero che perderete la superficialità di ogni cerimonia, che non troverete più differenze tra umani, che non perdonerete questa vita, che vi rivolgerete alla leggerezza lambendola, che ostruirete ogni arteria del pregiudizio. Spero che canterete a memoria la bontà della follia, che conterete i minuti passati in compassionevole benevolenza. Mi auguro di vedervi cadere, inciampare in qualche abbraccio servito ad aprire il paradiso. Spero che sarete notizie di cinema pieni, di controversie cessate, di lucidi insegnamenti da un dolore. Spero che cambierete tutto, spaccherete tutto, sconvolgerete tutto, incontrerete mani, fiorirete rose, ucciderete soluzioni facili, sarete il preludio alla fantasia. Spero vi pioverete poesie, girerete valzer, conoscerete giovinezze, sfonderete lentezze, rallegrerete gli ultimi, avvicenderete progetti, smalizierete entusiasmi, raggiungerete apici di sconcezze. Mi auguro vi masturberete, suonerete jazz, abbatterete muri, tralascerete esigenze, succhierete la polpa dell’estasi. Mi auguro non lascerete indietro un bicchiere, non piangerete inutilmente, non chinerete mai più il capo, non declinerete leccornie, non leggerete Moccia, non riporrete fiducia nei capi-popolo. Spero piscerete all’aperto, proporrete suggestioni, acconcerete ricci di nuvole, vi ricorderete di santificare lo sperma. Spero aprirete le finestre e mangerete moscerini, cucinerete piccante, commetterete peccati, vi affratellerete agli alberi, busserete alla porta della costruzione di un amore. Spero isserete altari di ingenuità, praticherete pantomime alla arlecchino, spero consumerete paradisi artificiali, morderete fragole e panna, farete surf sull’orizzonte, vi distruggerete di incanti. Spero crollerete di meraviglie, goderete di vertigini, intuirete mescolanze, obbligherete il mare come sanno fare le sirene. Spero finirete in abissi d’immensità, frugherete il sangue nelle vene, spargerete saliva di baci, annetterete gli uomini difficili, quelli che hanno personalità affascinante. Spero disobbedirete, spero rientrerete tardi a casa, spero riavrete i venti anni, spero musicherete i tramonti, scuoterete gli allocchi, abbronzerete il sole, terrete con voi il mutismo poetico dei lampioni al molo. Spero cercherete l’introvabile, tratterrete respiri da innamorati, spero vi scapiglierete.

Mi auguro narrerete di rivalse e resilienza, vi incapriccerete, sarete disadattati, sarete evasi, sarete esiliati, sarete rinnegati, sarete pecora nera. Spero sarete oriente ed occidente, nord e sud, vento e immutabilità, baldorie e tenerezze. Spero eviterete le file, spero rinnegherete i numeri, abbasserete le urla, vi ferirete di lussureggianti stelle. Spero chiederete sapere, naufragherete in malinconie di artista, riderete, berrete ve la spasserete, vi perderete. Spero vi darete la mano, non farete cerchi perfetti, diffiderete delle icone plastiche, indottrinerete alla volontà di trasalire, scherzerete ai funerali, caldeggerete l’eros, concluderete cose sconclusionate, conoscerete persone e non gente, sbriciolerete loghi, laverete via i servi di partito, getterete sassi alla finestra dell’innamorata, patrocinerete amicizie, squarcerete aurore boreali, vi ammalerete di perdizioni, non ascolterete razionalità. Spero non nasconderete l’oro della dignità, spero appenderete al chiodo il fregarsi degli altri, vi torcerete di sentimenti, vi corroderete di avventure, vi dimissionerete da voi stessi.

Tutto questo spero, tutto questo essere o non essere, tutto questo utopico deragliare. Tutto questo schiantarsi dentro al cosmo. Tutto questo iniziare per non perire. Un nuovo giorno, dosi di felicità, ossigeno.

Tutto questo ergersi poesia. Perché la poesia è il bondage dell’anima. E se non ti fai male non sei mai stato qui.

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P.

Per non sentire freddo

Sarebbe bello dirci che non moriremo più, o che creperemo e torneremo per sfottere la vita con un giro di tango. Invece siamo ancora qui a sceglierci per sbaglio. Un po’ tappezzandoci d’illogico azzurro, un po’ tremando di eternità.

E quindi? Quindi un cazzo!

Andiamo avanti: patetici, scivolando negli errori, esplodendo di sogni arrugginiti, così claustrofobici chiusi nell’ascensore delle incertezze.

Io sono al pub stasera. A non inventarmi nulla tranne un inverno attuabile, tranne un segno possibile di amore che passi sopra i marciapiedi e non si degradi alla prima pioggia.

Sono al pub perché la ragione non è strettamente fondamentale.

La ragazzina al lavoro, da dietro il bancone, mi chiede cosa sto scrivendo ed ho pudore a dirle che sono un poeta. Le faccio un ghigno e le dico che ho un blog da 11 anni e che non è poi così importante. E lei mi domanda, quasi a leggermi negli occhi, se mi piace la poesia. Ancora una volta le nego parte della verità e non le spiego che la poesia è tutta la mia vita. Le mormoro un semplice “mi piace”.

Ma stasera non è aria, non sono intenzionato a conversare. Voglio solo scrivere. Scrivere, ad esempio, che per me dio non può più nulla, non è più necessario ormai. Scrivere di come eravamo, di come siamo sfortunati in gioco ed in amore, di come cerchiamo distrazioni per congelare il dolore che rovesciamo di continuo. Ho voglia di scrivere le nostre storie appese a un filo, degli operai che si chiudono alle spalle la porta di casa alle sei del mattino. Io desidero scrivere i bagni di birra in cui vedo nuotare quei poveri cristi quali siamo. Scriverò delle tue rughe che sono canzoni, delle volte che nascondi un brufolo sotto il fondotinta, di quando senti che il tempo passa e la nutella non è più nella credenza. Di come lecchi il cucchiaino per il dolce al ristorante. Voglio scrivere delle svolte rimandate, delle sere che vale la pena tirar mattino, del caffè che non hai mai imparato a fare bene, del tuo compagno che non si ricorda di dirti che sei bella. Voglio scrivere della fiducia verso l’istinto e della sfiducia nei riguardi della saggezza. Voglio scrivere di te e riempire quella tua valigia vuota, che pesa proprio perché non ci metti mai nulla anche se dici che vorresti partire. Voglio scrivere di quello che so di te e che nessuno capisce. Voglio sgranare le parole per assisterti ad ogni sosta, ogni volta che t’arresti e tieni a stento un equilibrio. Voglio scrivere di quando ti tocchi, dei tuoi capelli che riposano nel miele, delle tue cosce aperte per rimandare di un giorno il senso di fine. Voglio scrivere di cortei e rivoluzioni, ma senza armi o slogan di partito. Voglio elogiare lo scarafaggio e il topo, la risata dietro al boccale, tu quando perdi il sonno e guardi fuori da dietro la persiana accendendoti una sigaretta. Voglio scrivere dei fallimenti, dei cilindri truccati dei maghi, degli abracadabra del destino, delle estemporanee carezze o le abitudinarie pacche sulle spalle. Di quando stiamo insieme in un principio di energia che sembra buono, che sembra bello, che è erotico. Voglio scrivere degli anziani abbandonati, dei disabili, delle fenditure dell’anima dei cattivi e di come i più cattivi siano i bravi. Voglio scrivere di amori involuti, traditi, rimasti platonici e potenti, dei pregiudizi infondati, della luna sopra i coppi quando ci viene più vicina per lasciarci più indecisi.

Voglio scrivere dell’umanità che siamo, delle nostre miserie ed epicità, delle vigliaccherie e dei riscatti, dei finali aperti e dei lutti annunciati, dell’orizzonte quando sfiora il crollo, del ricominciare con l’ostinazione di una tartaruga che vuole guadagnare il mare.

Voglio scrivere di questa follia che ci macera,ma nello stesso tempo ci tiene in piedi. Non ci sono altre vie per tenere botta, non ci sono altre opzioni se non la malattia. L’idea non è guarire, ma ammalarsi. Con la poesia è un po’ più facile, ma più crudele. Saresti la benvenuta, saresti il benvenuto.

Di questo scriverò. Per smetterla di sentire freddo.

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P.

Il mio Manifesto Romantico in caso di amore

Sarà questo asfalto rugato di crepe o l’odierno sole che non ha salvato neppure questa mattina, che penso a noi. A quanta fatica faremo se decideremo di non farci bastare niente dell’amore. Sono stato un uomo colpevole, ho passato viali di lividi ed inferto crudeltà. Non sono bravo ad amare senza devastare l’anima. Tutto deve essere rivoluzione per me, un sottosopra onirico, un estremo, lungo, addio.

Sarà l’odore del caffè che fuma dalla tazzina smussata, sarà la gatta che continua a fissarmi, ma penso a noi. A noi che potremo vedere cento lune e andare sui carboni ardenti, a noi che potremo farci jazz e improvvisare tutto senza futuro. Perché l’amore so viverlo solo così; delicato, ma virile, selvaggio e romantico, imbastardito ed erotico, decostruendo e non costruendo, issandoci tronfi di albe, inabissandoci perduti nel bisogno di malinconia. Non ti prometto nulla di vittorioso in questo amore, ma soltanto la purezza di un rovo di parole impiccatesi per la poesia. Ti prometto che ci sembrerà di essere liberi perché saremo la libertà stessa. Non ti prometto disciplina, non giurerò ipocrisie, non mi farò addomesticare e non addomesticherò te. Ti prometto di stentare, di inciampare, di avere strani silenzi creativi, di portarti al mare e di non difenderti da me. Ti prometto mistero, tuffi nelle notti, crepacuori, vino dappertutto, carnalità. Ti prometto irriverenza ed attimi fuggenti che lasceremo passare, prometto sorsi lenti nei miraggi e rabbia ribelle ed incosciente.

Sarà che ho scoperto che non me ne frega niente della saggezza, sarà che mi somigliano gli ideali che lasciamo morire, sarà che i segni mi incurvano le cicatrici, sarà che sei così bella che la guerra nucleare dovrebbero farla per te. Una strage. Un olocausto solo per te. Perché o sei con me o nessuno al mondo dovrebbe sopravvivere. Perché io per te, prima ancora di conoscerti, sono morto tante volte come è morto l’immenso in ogni suo spigolo, come muoiono le campagne sotto i morsi digrignanti del gelo. E morirò per te crepando spiaggiato come una balenottera, creperò come la pioggia quando si arrende e cade. Io c’ero per te e tu manco eri nata ed ho visto le estati prima di te fino ad ora, perché adesso l’ultima mia estate sei tu. E ti berrò fino all’ulcera, fino alla cirrosi, fino alla fine che spazza via ogni maledizione e lascia gli altri a rimuginare su come perdono tempo senza un amore così.

Ecco cosa saremo, quello che ti prometto; bestemmie sane, piene, vanitose, orgogliose di rifiutare dio. Ti prometto nessuna sedazione, ti prometto che ti leccherò come fa il vento con le dune mosse del deserto, che ci consumeremo nella gloria della vita così sbagliata, così avvinghiata all’oro delle nostre ombre, così carica di spasmi, così furoreggiante nelle coincidenze.

Sarà questo incontrario, questa botta d’allegria, questo tacere mondi, questo perpetuo volare, ma io so soltanto amare coi calici in alto, con la pelle tesa al coito, con l’aria che porta scompiglio, con il gusto del pericolo, con mancanza di cautele e mosso da frenesie di baci. Ci faremo pianoforte e quindi musica, perché c’era la musica la prima volta che ti ho vista arrivare, e non importa se non ricordo la canzone, mi resta la memoria che mi ero innamorato e non lo sapevo. Non voglio conoscerti adesso perché ti conosco già. Non è poi così importante sapere chi siamo, conta solo viverci e allontanarci dal mio e dal tuo buio. Dal grande buio.

Questo posso prometterti; che ce ne andremo via, che sarà romantico e guasto, che sarà possibile, che ci solleveremo prima di essere sconfitti.

Adesso, però, “vattene che mi manca la tua assenza”

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P.

Gli anni dei ricordi

Ultimamente, rileggendo i miei pezzi recenti, mi sto accorgendo che scrivo dicendo cose come se fossi un vecchio. Comunico pensieri e frasi come se stessi all’ultima spiaggia, alterno sentenze cacate con la pedanteria di una predica da nonno, a lasciti testamentari di vario genere. Ed ho notato, sempre recentemente, di essere più prolifico nello scrivere, come se avessi urgenza di riferire le ultime volontà prima di venire fagocitato. Insomma, vi parlo di continuo della morte e tento, ridicolmente, di concludere una sorta di eredità letteraria. Per dirla più razionalmente: sono diventato patetico. A 38 anni. E nonostante continuo a mettere al letto ventenni piagnucolosi, nonostante corro ancora dietro alle sottane, e nonostante le ossa indolenzite porto la mia carcassa ovunque ci sia caos, baldoria, emozioni. Sono vecchio, ma non lo sono. Solo che il mio cinismo ha al momento il sopravvento e temo che ciò in cui speravo, ovvero di diventare un affascinante sessantenne brizzolato, con barba ieratica e carisma come se piovesse, seduto al bancone, birra in mano e lo sguardo di chi ne ha viste tante, non accadrà. Non ci arriverò ai 60. Me ne andrò altrove in tempi brevi, fatevene una ragione ed iniziate, appunto, a farci il callo. Non che sia così importante per voi la mia dipartita, ma per me lo è. E se potessi scegliere, cari lettori, beh, fra me e voi spero moriate prima voi. Tiè.

Ebbene, qui nella mia stanza s’è depositata la polvere che, nel mio caso, siccome tutto mi duole, è polvere da sparo. Ho cambiato pelle talmente tante volte che la scorza epidermica non si distingue più dalle ecchimosi. Un tutt’uno con l’anima innevata di abrasioni. Non mi è rimasto tanto, ragazze mie, amiche, amanti, fidanzate, ex, porche e santarelline (sempre porche come me), mie donne ricolme di rumori di comete. Non mi è rimasto molto. Sembro la piantina quasi del tutto seccata lasciata incustodita sul terrazzo. Ci siamo divisi il mondo io e voi femmine fino a quando la storia non ci ha superati. Sono stato il vostro poeta preferito, quello a cui avete parlato di voi senza i filtri delle bugie con cui vi difendete dagli altri maschi. Ci siamo divisi la pioggia ed il sale sulle ferite. Ci siamo fidati, preoccupati, ma non troppo, di questo strambo amarci. Era solo poesia, mie muse. Era solo la poesia. E ora che sto per passare a peggior non vita, voglio farvi vedere come stanno bruciando i miei occhi, come un solo minuto in cui resterete in più a fissarmeli, sarà per me un tempo infinito di miracolo, un’altra rapina, un altro bottino da respirare. Un atto d’amore per ruttare in faccia a questo iniziato congedo dall’esistenza. Sono stato uno spermatozoo abile quanto Usain Bolt, determinato a fecondare per nascere, ostinato, e poi sono nato già con idee strane; stavo impiccandomi col cordone ombelicale. È andata così. Un po’ a cazzo di cane, ma è stato folle divertirsi. E noi, ce la siamo sempre spassata.

Quando ti avvicini alla morte ti sovrastano i ricordi. Che cos’è un fine vita, se non gli anni dei ricordi? Io ricordo che all’asilo mi piaceva il minestrone della mensa. Che quando ero piccolino e passavo a trovare mio cugino, zia e zio si baciavano in bocca innamorati ed io giravo la testa timido e imbarazzato. Mi ricordo che, quando abitavo nel quartiere di San Marone, qui a Civitanova Marche, mi piaceva addormentarmi col rumore della lavatrice. Mi ricordo che se avevo la febbre mio padre, tornando dal lavoro, mi portava una macchinina. Mi piacevano le macchinine. Mi piaceva avere la febbre e non andare a scuola. Mi ricordo che di nascosto salivo sui tetti dei palazzi che non conoscevo e camminavo sui coppi rischiando di cadere. Mi piaceva quell’urgenza di sentire la vertigine. Ho sempre cercato la vertigine nelle cose che ho vissuto; negli amori, nella poesia, in tutto. Mi ricordo che al cinema andavo a vedere i western, Bud Spencer e Terence Hill, Et, Pozzetto, Banfi, Benigni, Nuti, Boldi…mi ricordo le seghe che mi sono fatto pensando a Catherine Bach, la Daisy Duke della serie Hazard.

Sono stato, su questa terra, cristallo e tempesta. Ho mischiato la saliva nei sottoscala bui, parlato coi silenzi nei viali alberati, devastato la coscienza in qualche cantina, immaginato la vita come uno stato apparente e ne ho avuto comunque smania. A volte ho approvato gli orrori in cui mi sono intrappolato, a volte sono fuggito dalla felicità. Sarebbe stata noiosa, alla fine.

Ed eccomi qua, che mi spengo piano, ma bruscamente. Qui è passato l’amore. Mai monodose, mai sigillato, mai rifiutato. E adesso passo io, come altri prima di me. E’ quasi finita, sorridetevi coi sorrisi. C’è ancora tempo per un’ultima poesia. La vostra.

P.

Il primo giorno del resto della nostra vita

Supponiamo che non ci sarà la terza guerra mondiale. Supponiamo, per fortuna (?), che resteremo semplicemente a leccarci le ferite solite; il dover lavorare per sopravvivere, un matrimonio fallito, il grande amore perduto, piccoli pentimenti, la dieta mai portata a termine, qualche lutto, l’infarto del vicino che ci disturba la domenica, l’indignazione che dura il tempo di un servizio al tg mentre il sugo ci cola sul lato destro della bocca. Supponiamo che tutto resterà com’è: tra l’ultimo iphone e una ruga in più ogni mattina allo specchio, tra la cena con gli amici e la solita influenza virale, tra la giostra dei problemi sentimentali dell’amica troietta e la bolletta della luce, tra l’occasione persa sabato sera con la tipa e la crema per le mani. Tra la fatica di farsi accettare per ciò che si è e la puntata finale di x-factor, se l’ego di Manuel Agnelli si scansa in tempo. Tutti i santi giorni una fotografia di noia, di ripetizioni, di calamità mediocri della nostra mediocre vita in cui passiamo il tempo a fuggire ovunque senza seminarci. Che poi tutto è più complicato perché voler bene a se stessi è un rancio puzzolente da ingoiare, non è mica semplice. E poi la crisi, il natale triste alle porte, i vestiti da lavare, il rumore insopportabile di tutti quelli che hanno sempre voglia di avere ragione. E il cliente da sfanculare, le nostre patologiche manie, le impalcature dei pregiudizi da continuare a montare, la carne sul tagliere, i blandi eufemismi di Salvini, le discussioni sui Radiohead. Insomma, la solita solfa che s’incastra nel nostro agire telecomandato, nel nostro stile abitudinario, nel nostro autistico modus operandi, nella nostra criticabilissima ansia del controllo.

Ma signore e signori, l’ordine ha fallito. Le dittature hanno fallito. Le democrazie hanno fallito. Le guerre pure. La pace anche. L’anarchia altrettanto. Baggio ha fallito il rigore ad Usa ’94. Gli addetti del comune sbagliano a fare le strisce pedonali. Benigni ha sbagliato a vendersi come un’ancella di regime. Sì, d’accordo, ogni tanto facciamo furore. Rinunciamo alla minestra, provvediamo a liberarci delle zavorre, facciamo quelli intellettualmente apolidi, ci pare persino che ci stia facendo bene andare in terapia. Ciononostante il mondo resta così come non lo vogliamo. Rotola nella sua stessa merda, in un avvenire che pretendono di spiegarci. Perciò timbriamo il cartellino dei respiri e non distinguiamo più la primavera, la nasa gioca coi meteoriti, gli oceani si incazzano, la luna se la tira, Malgioglio dorme su lenzuola in morbido raso e dettagli di paillettes.

Ma sarà bello continuare ad onorare quel che ci rimane da onorare, capire come sia stupido negare un abbraccio in più. Smetterla di girare la lama e dissanguarci. Credere che possiamo raggiungere certi orli di cielo dove si annodano gli arcobaleni per non cadere giù, tramutare il dolore in amore, in un amore miniera di vita, eversivo, demonio sexy. In un amore che sappia di inizio e costruzione, che possa cambiare le cose, che rimproveri gli angeli se si son fatti servi di dio. Di un amore che ci faccia uscire, che colori la sera, ma in punta di piedi, che sembri sbagliato ed assurdo ed invece conosce tutti i mari di ieri. Un amore che ci ricordi la necessaria violenza della poesia. Che se la giochi ai dadi. Che sia pamphlet contro quest’ignoranza assillante, che renda disoccupati i medici, che rimuova il fango che c’intorbida.

Supponiamo un amore, quindi. Più che altro un’altra idea di amore; più dispersa, meno saggia, più inquieta, meno scontata, più in fermento dei fermenti sociali, meno gabbia, più felina, meno serra, più fiore di campo.

Come altro dovremmo guardarci se non sfiorandoci così?! Di un amore che non ci salverà se non per il tempo di andare oltre il tempo. Di una storia di destrezze in volo ed espiazioni, di concomitanze ed eresie, di pane e scanzonati attimi.

Fatevi venire a prendere con quegli occhi vividi dei bambini quando la parola prova a spiegarsi. Fatevi venire a prendere perché stiamo tutti cercando una maniera per non aver paura, un senso al continuo restare, un parziale risarcimento per essere nati qui.

Perché ogni giorno è il primo giorno del resto della nostra vita. Dobbiamo non attenerci al copione.

Significhiamoci tutto. Tu per me. Io per te.

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P.