Cospirando speranze

Spero per voi che impazzirete. Che vi troverete un destino rumoroso di libertà. Un futuro trasparente quanto il gioco del sogno. Spero non lascerete in eredità dogmi fallibili o rimpianti. Mi auguro avrete un miracolato sfondo di bellezza, una cornucopia di ricordi d’amore, una luna ancora da contemplare. Spero che abbandonerete ogni sciocca saggezza, i finti rimedi sentimentali, la vostra insopportabile voglia di ordine. Spero che perderete la superficialità di ogni cerimonia, che non troverete più differenze tra umani, che non perdonerete questa vita, che vi rivolgerete alla leggerezza lambendola, che ostruirete ogni arteria del pregiudizio. Spero che canterete a memoria la bontà della follia, che conterete i minuti passati in compassionevole benevolenza. Mi auguro di vedervi cadere, inciampare in qualche abbraccio servito ad aprire il paradiso. Spero che sarete notizie di cinema pieni, di controversie cessate, di lucidi insegnamenti da un dolore. Spero che cambierete tutto, spaccherete tutto, sconvolgerete tutto, incontrerete mani, fiorirete rose, ucciderete soluzioni facili, sarete il preludio alla fantasia. Spero vi pioverete poesie, girerete valzer, conoscerete giovinezze, sfonderete lentezze, rallegrerete gli ultimi, avvicenderete progetti, smalizierete entusiasmi, raggiungerete apici di sconcezze. Mi auguro vi masturberete, suonerete jazz, abbatterete muri, tralascerete esigenze, succhierete la polpa dell’estasi. Mi auguro non lascerete indietro un bicchiere, non piangerete inutilmente, non chinerete mai più il capo, non declinerete leccornie, non leggerete Moccia, non riporrete fiducia nei capi-popolo. Spero piscerete all’aperto, proporrete suggestioni, acconcerete ricci di nuvole, vi ricorderete di santificare lo sperma. Spero aprirete le finestre e mangerete moscerini, cucinerete piccante, commetterete peccati, vi affratellerete agli alberi, busserete alla porta della costruzione di un amore. Spero isserete altari di ingenuità, praticherete pantomime alla arlecchino, spero consumerete paradisi artificiali, morderete fragole e panna, farete surf sull’orizzonte, vi distruggerete di incanti. Spero crollerete di meraviglie, goderete di vertigini, intuirete mescolanze, obbligherete il mare come sanno fare le sirene. Spero finirete in abissi d’immensità, frugherete il sangue nelle vene, spargerete saliva di baci, annetterete gli uomini difficili, quelli che hanno personalità affascinante. Spero disobbedirete, spero rientrerete tardi a casa, spero riavrete i venti anni, spero musicherete i tramonti, scuoterete gli allocchi, abbronzerete il sole, terrete con voi il mutismo poetico dei lampioni al molo. Spero cercherete l’introvabile, tratterrete respiri da innamorati, spero vi scapiglierete.

Mi auguro narrerete di rivalse e resilienza, vi incapriccerete, sarete disadattati, sarete evasi, sarete esiliati, sarete rinnegati, sarete pecora nera. Spero sarete oriente ed occidente, nord e sud, vento e immutabilità, baldorie e tenerezze. Spero eviterete le file, spero rinnegherete i numeri, abbasserete le urla, vi ferirete di lussureggianti stelle. Spero chiederete sapere, naufragherete in malinconie di artista, riderete, berrete ve la spasserete, vi perderete. Spero vi darete la mano, non farete cerchi perfetti, diffiderete delle icone plastiche, indottrinerete alla volontà di trasalire, scherzerete ai funerali, caldeggerete l’eros, concluderete cose sconclusionate, conoscerete persone e non gente, sbriciolerete loghi, laverete via i servi di partito, getterete sassi alla finestra dell’innamorata, patrocinerete amicizie, squarcerete aurore boreali, vi ammalerete di perdizioni, non ascolterete razionalità. Spero non nasconderete l’oro della dignità, spero appenderete al chiodo il fregarsi degli altri, vi torcerete di sentimenti, vi corroderete di avventure, vi dimissionerete da voi stessi.

Tutto questo spero, tutto questo essere o non essere, tutto questo utopico deragliare. Tutto questo schiantarsi dentro al cosmo. Tutto questo iniziare per non perire. Un nuovo giorno, dosi di felicità, ossigeno.

Tutto questo ergersi poesia. Perché la poesia è il bondage dell’anima. E se non ti fai male non sei mai stato qui.

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P.

C come Civitanova Marche

Ti alzi un mattino e credi ai miracoli nonostante tu sia ateo. Ci credi perché sei ancora vivo. Inaspettatamente, per quel che ricordi. Presumi di esserti rotolato a casa in qualche modo. Ed in qualche modo la chiave è entrata nella fessura della porta ed era quella giusta. Sia la chiave che la porta e, persino, la casa, quindi la via, quindi la città; troppe fortunate combinazioni. Perchè fai così? Perchè hai visto la Bellezza e non ti appartiene più niente. E niente durerà.

Intanto rimembri che qualcuno ti ha fatto compagnia in nottata. Forse era, come sempre, la malinconia, oppure qualche amico, o hai improvvisato (perché a te piace) o sei tramontato, come al solito, rinchiudendo dietro agli occhiali tutto il dolore di esistere. Non ti capiscono in molti, ma una bevuta c’è sempre qualcuno che te la offre, chissà se meritata, ma è così. Ogni volta.

Ti alzi un mattino e sei sul tuo letto sfatto di solitudini e imbarazzanti rientri. Ma le lenzuola accartocciate si mescolano al caffè, ai ricordi struggenti, ai grandi sogni, allo sperma ed alle consapevolezze di essere un pagliaccio depresso ed un arlecchino in gran forma (perché i dispetti alla vita sei, autisticamente, sempre pronto a farli e rifarli). La torturi, la vita, come lei tortuta te.

E quindi ti alzi, per intercessione divina, un mattino, e sei a Civitanova Marche. E allora? E’ un vanto? E’ Parigi? E’ Tokyo? E’ Amsterdam? E’ New York? No. Non lo è. È questo però. Tutto questo. È una storia diversa. È il mare Adriatico scritto in grande sotto casa. È la torre della chiesa di Cristo re, di cui non te ne frega un cazzo, ma è bello saperla svettare lì a vegliare sulle lacrime di tutte le onde che rientrano a riva nel rito pagano della natura. Alla fine sopporti pure le campane, peccato siano amplificate da altoparlanti e fintamente suonate. Civitanova è la tua città che non dorme mai, ma sonnecchia sempre quando tu, invece, vuoi gridare alla vita che sei vivo. E per questo la odi. E bestemmi contro i proprietari dei locali che non stanno aperti per 24 ore. Poi appena ti affacci altrove ti rendi conto che, altrove, chiudono molto prima di quanto chiudino “i tuoi”.

Ti svegli un mattino e sei a Civitanova Marche e metti insieme le ossa ormai malridotte come un naso di un pugile con carriera ventennale, e ti compiaci. Pensi che le mura, nella parte alta della città, sono ancora lì. Pensi a quei vicoli ed alle grotte, ai mattoni, a quelle quattro leggende agresti fatte di fantasmi e streghe. Pensi che sei in collina e hai pure il mare. Pensi alla pescheria e all’odore del pesce, al molo e tutte le volte che lo hai allagato con le salive dei baci che hai scambiato. Pensi aldilà dell’acqua ed all’inganno di cui è fatto l’orizzonte. Pensi all’autostrada di scogli, fatta di granchi e canne da pesca e rifiuti e gatti e olezzi e pomiciate. Pensi alla piazza, stuprata dalle macchine, non più agorà, non più tenero luogo di scontro fra i democristiani che uscivano dalla messa la domenica ed i comunisti che cercavano di appioppare loro L’Unità. Pensi alla sabbia, alla spiaggia ed al fatto che ne hai due; una fatta a ghiaia ed una a granelli sabbiosi. Sembra che hai pure due mari. Uno subito profondo, un altro piatto, pigro, timido. Questa è la tua città. Con il piadinaro e il kebabbaro. Con il dialetto e le bestemmie, col varnelli che cola da ogni infisso. Con l’amore sfiorato, con l’amore che serve, con l’amore inutile, con le ragazze che ti lasciano lì a sognarle mentre passano disegnando enigmi e intuizioni sconce.

Ti aggrappi a questo la mattina in cui hai rinunciato a morire, quando lasci le unghie sulla lavagna del destino, quando vedi le palme, bruttine e noiose, sul litorale, quando realizzi che le palme ce l’hanno tutti e quindi le sostituiresti persino coi cipressi o con dei totem fallici tipo festa dei 50 anni di playboy; basta che ‘ste palme si levino dai coglioni. Però sono sempre lì, rassicuranti, in un certo senso, con una routine seducente. È la tua città che, spesso, ha risposte abitudinarie, che disprezzi perchè si riempie di banche, chiese ed ordinanze. Ma poi ti rendi conto che non te ne frega un cazzo perchè ci sono sempre G di Gossip o Renzetti a farti assaggiare un negroni come quel figlio di puttana di dio comanda, e consolarti. Te ne freghi perchè c’è sempre una Ipa coi controcazzi al Pabbetto su quel bancone che ha benedetto Geppetto in persona se no non si spiega. Te ne fotti perché puoi sempre fare l’alba da Kika con la classe di Silvana o la dolcezza spalancata di Laura. Te ne freghi perché persino il vento, in città, non stende i gambi e gli steli, ma li culla. Te ne freghi perché vai al Cavern e non te ne andresti più via se passano quei voli acrobatici di rondini che sono Martina e Vale, o quel gran figo di Niccolò. Te ne freghi e vivi. Passi oltre. Ma prima vai da Marebello a gustarti un rucolino o porti le chiappe al Veneziano, anche solo per inerzia, ma il Veneziano è sempre il Veneziano. E se non vai a dormire per niente e poi devi pranzare, puoi sempre quietarti da Caracoles. Tanto questa è Civitanova: fughe e ritorni, canne e unz-unz allo Shada, la corona di spine del vivere ed il sangue da lasciare all’Avis. Tu che deponi le armi dell’amore perché hai scelto la paura. Tu che convivi con le negazioni a cui ti costringi, tu che cerchi la neve al sole, tu che una sera hai camminato con me senza motivo, ma forse il motivo è che io so che tu sai e a te serve tradirti con la poesia. Questa è la mia città. Dove mancano le poesie scritte sulle panchine, alla stazione, sui muri esterni di palazzo Sforza. Dove abbiamo teatri e verde, dove vorrei altro verde, un po’ di viola e di rosa, più notte, più vino, pù libertà, meno razzismo. Questa è la mia città, che ha rotto i coglioni a menarcela con Annibal Caro e Sibilla Aleramo e pure con Miss Italia ed altre facezie. Civitanova sei tu. Ti svegli un mattino e sei intatto. Tutto è intatto, tutte le saracinesche e le persiane chiuse, tutte le villette isolate, tutti i palazzi, tutti i condomini. Tutti i quartieri. Siamo vivi per un qualche scherzo, ma siamo vivi. E guardi i muri fatti da Anime di strada e speri che tutto diventi così, pure la tua vita. Sei sfinito di evanescenze e perdi spesso il punto. Cerchi chiarità, ma ti fai male. Buchi il cielo, ma l’azzurro non si sgonfia. Ogni tanto ami anche perché l’amore ti manca sempre addosso.

Questa è la mia città ogni mattino che mi alzo come Lazzaro: è fatta di tutto l’amore che ci manca addosso.

E alla fine vinceremo noi. Passerà la ndrangheta, passeranno le amministrazioni di ogni colore, le stronzate dei coglioni da tastiera, le sagre di questo cazzo, le chiese, le banche, i divieti, i commercianti che non capiscono un cazzo di turismo, i centri commerciali, le file, le luminarie, eccetera. Alla fine vinceremo noi. Perché siamo noi.

Perché ce lo diremo una volta per tutte questo amore. Questo amore che non ci hanno dato e che ci manca addosso. E che ci prenderemo. E che ce lo daranno.

P.

Tutto quello che non puoi lasciarti alle spalle

C’è una canzone che mi risuona spesso in testa. È di Roberto Vecchioni. Titolo: “Mi porterò”. Ogni volta che mi ronza dentro mi accanisco ad immaginare quali momenti, quali cose porterò con me quando finirò al fronte, nella trincea della vecchiaia, un attimo prima dell’oblio dell’ alzheimer. Ho le idee piuttosto chiare, credo. Sono sicuro dei ricordi che spererò di ricordare. Mi porterò tutte le volte in cui ho dimenticato la morte e perdonato la vita ovvero le volte in cui inizio a scrivere una poesia o quando faccio all’amore. Mi porterò il sugo di mia nonna fatto bollire lungamente, Chaplin che sublima il cinema, l’abito di Marilyn Monroe che s’alza per una folata di vento. Mi porterò le volte che ho volutamente passeggiato sotto la pioggia, senza ombrello, per potermi sentire vivo, per avere dei pizzicotti d’acqua dal cielo. Mi porterò le cene mentre nuotavo negli occhi di una donna sospesi lì per me, fissi su di me. Mi porterò i versi di Bukowski e la sofferenza di Pavese e “tutti i poeti che hanno pianto per amore, se ci staranno nel mio cuore.” Mi porterò i goal di Batistuta quando era a Firenze, il mare d’inverno, “you can never hold back spring” di Tom Waits. Mi porterò il sorriso delle nipotine mentre incasinano il letto con giocattoli e cianfrusaglie. Mi porterò i momenti difficili condivisi con le amicizie. Mi porterò l’incanto che mi travolge ogni volta che entro in una libreria. Mi porterò tutte le sbronze finite male, tutte le ferite e le cicatrici, tutte le partite perse immeritatamente. Mi porterò tutte le attese per un bacio immaginato da secoli o le volte che il bacio è arrivato prima che lo potessi immaginare. Mi porterò questo mio modo irresponsabile di vivere, sempre sul filo dei vent’anni, con la rabbia adolescente ed ormai un’esperienza da terza età. Mi porterò le gratificazioni ed i sacrifici nel mio lavoro coi ragazzi diversamente abili che sono così dentro di me, questi ragazzi, da governarmi le vene in nome dell’amore. Mi porterò tutti i maledetti colori della depressione, gli abbandoni, i finali tristi, le cazzate imperdonabili, gli sbagli obbligatori, il mio cane quando vigilava su di me. Mi porterò le trasgressioni che non ho finito di combinare, l’effetto sorpresa, le improvvisazioni, le cadute di stile che svelano le imperfezioni. Mi porterò i rimpianti, che sono sempre meno per fortuna, e la mia infanzia negli ’80. Mi porterò legami nuovi, complicati, strappalacrime, assurdi, necessari, eternabili, romantici, spericolati, aggravati dalla passione, fulminei, inutili, complicati, infelici o folli non importa.

Mi porterò il libero arbitrio, le croci che ho trascinato, la polvere sui libri, tu che ti sposti i capelli, i giri in tre sul motorino, i compleanni malinconici, mio nonno ubriaco fradicio paralizzato su una sedia a rotelle. L’altro nonno mai conosciuto. Mi porterò le volte che mi sono buttato perché la vita lo esigeva, giusto o sbagliato, lo esigeva. Mi porterò angoli della mia città sudici di notti balorde, pregni di tormentati passanti. Mi porterò le meravigliose violazioni di domicilio, le ribellioni ad ordinanze comunali patetiche, le tenerezze dei cattivi, il male di vivere di Wolverine e Daredevil, l’irresistibile pazzia di Harley Quinn, il caratteraccio di Kit Carson, il senso etico di Dylan Dog.

Mi porterò gli schiamazzi dei bambini che si rincorrono nei giardini, un nudo di Modigliani, gli oratori quando erano oratori, le feste dell’unità quando erano feste dell’unità. Mi porterò le maialate fatte con le donne, ma anche le grandi complicità quando le prendi alla testa prima che fisicamente. Mi porterò questo complicarmi, la margherita che sbuca dall’asfalto, un pezzo di Charlie Parker, le nostre storie incerte, quello sporcaccione di Mozart, i piedi delle ballerine, lo spaesamento degli attori, il cinema vuoto e quello pieno. Mi porterò la maglietta numero 10, le sere del mondiale di Italia ’90, i gettoni per le cabine telefoniche, gioie e dolori degli anni della scuola, la scoperta che le favole non esistono e la bellezza della loro morale (quella non ufficiale). Mi porterò le rughe stupende, le occhiaie meritate, la leggerezza occasionale, un morso di babà, il dialetto, la tua camminata quando si mescola al sogno, la solitudine che ci fotte tutti, il negroni, le saracinesche dei pub.

Mi porterò lo sguardo dei gatti che ti fissano sapendo già tutto, il mio laboratorio di cinema con i ragazzi psichiatrici, la neve, le volte che sono stato il peggiore di tutti.

Mi porterò l’attimo preciso in cui una donna decide di sceglierti ed il lampo finale di un addio sulle sue pupille. Mi porterò tutte le volte che ne è valsa la pena.

P.

Lettera al sindaco che verrà

Civitanova Marche, li 22/06/17

Caro Sindaco,

salto i convenevoli ed i saluti di rito. So che ha molto lavoro da fare, cose importanti, più grandi di me. So anche che non sono l’unico a scriverle letterine per tirarle la giacchetta. Ma io, semplicemente, ho sentito il bisogno e, presuntuosamente, la responsabilità, di parlarle. Da lunedì prossimo coprirà questo ruolo di rappresentante ed amministratore della mia città. L’impegno che le chiedo è di metterci carnalità in quello che farà, di usare il sangue, di porre al centro della sua attività il coraggio dell’utopia. Non ci tedi con le solite questioni burocratiche che sì, ammetto, sono fondamentali, ma più importante sarà nutrire i suoi concittadini con lo zucchero filato dell’utopia. Non si fermi al possibile, non tema di sembrare stralunato, si butti, si tuffi nel sogno di una città oltre l’ordinario. Cerchi di avere un pensiero sbilenco, uno sguardo incantato, un’idea visionaria del vivere, un approccio romantico nel gestire le cose e nel farle gestire. La prego di osare, di non vergognarsi mai nel parlare d’amore. La invito a ridere, a metterci ironia, a fare pernacchie utili all’occorrenza, ad uscire dagli schemi, ad essere in movimento, ad educarci alla ribellione. Questa città ha voglia di Bellezza. Ne vogliamo ancora di più. Dovrà perderci il sonno per essa, dovrà smarrirsi e guidarci. Facciamo diventare Civitanova un posto un po’ Christiania, un po’ Berlino, un po’ New York, un po’ Cartoonia. Un luogo altro, insomma, un altrove dove tutto è magicamente realizzabile, dove la Poesia s’annusi ovunque, dove un pensiero felice sia immaginabile, dove la concretezza della cultura sia una domanda di senso. Sfruttiamola l’arte, la sua freschezza, il suo stare al passo coi tempi o anticiparli, il suo senso critico, i suoi mutabili umori, il suo essere baluardo di libertà. Senza la cultura, tra l’altro, caro Sindaco, non ci sarà sicurezza. Perché la cultura è conoscenza e la conoscenza fa la coscienza. E più c’è coscienza e più c’è sicurezza. Ci serve un sindaco-clown che rilegga Calvino, Kerouac, Federico Tavan, Piero Ciampi. Occorre un amministratore col naso rosso che ci regali libri, che pensi in grande, che non si unisca al coro, che tiri fuori la femmina che è in lui cosicché da sentire con sensibilità muliebre, quindi colmo di vibrazioni, la sintonia con l’universo.

Caro Sindaco, mi raccomando, esca, faccia nottata al pub, stia fra i tavoli coi ragazzi ad ascoltarli, si riempia gli occhi di gioventù e spericolatezza, si faccia una birra e parli di pittura, si unisca alla notte e si soffermi a guardare se ci sono troppe persiane chiuse che rinchiudono depressioni. Faccia le conferenze stampa fuori dal palazzo, cambi il linguaggio, non abbia timore del ridicolo, esca ad abbracciare gli alberi, insista nella ricerca dell’incanto. Sia un saltimbanco, un arlecchino fuori dal politichese, ci obblighi alla curiosità, ci dica dell’erotismo, del sesso, della scienza, della follia, dei fumetti, della musica. Faccia in modo di dirupare, come direbbe Annibal Caro, nella letteratura.

Forse lei si precipiterà a dirmi che dovrà far quadrare i conti, che ci sono atti da fare che nulla hanno a che vedere con questa mia lettera, ma io rilancio e le chiedo di esagerare, di essere esuberante. La esorto a spazzar via le ipocrisie altrui, ad avere il coraggio delle emozioni. Ci faccia sentire privilegiati. Apra i teatri pure di mattina, tolga le muffe istituzionali dai luoghi dell’arte, spalanchi le finestre della promiscuità creativa. Li sorprenda tutti, tolga i divieti, si diverta.

Caro Sindaco non voglio darle l’ansia della nostra felicità, che poi la felicità neppure esiste, ma ci difenda dalla mediocrità, sia il nostro Poeta, il nostro capitano (“O capitano, mio capitano…”) e per dirla sempre alla Walt Whitman, ci canti il corpo elettrico. Ci canti la democrazia, ci canti la rivoluzione artistica. Lo faccia per la dignità, per migliorare la qualità della nostra vita. Si faccia proprio male pur di difenderci. Ci dia le piazze, i vicoli, i prati, le spiagge. Imprechi pure qualche volta, sia normale nella straordinarietà.

E soprattutto non si dimentichi che dobbiamo reinventare la realtà.

Per farci tutti più bene.

Cordiali saluti con illogica, sconveniente, allegria,

Peppe Barbera.

Venere-di-Milo-Louvre

Qualcosa

Quindi ripartiamo dal mio precedente post. Sono stato a Roma, lo avete abbastanza capito. Ci sono stato perché amo il cinema e, grazie ad esso, ho conosciuto una ragazza. Non era un appuntamento, ma un ricambiare un bellissimo gesto che lei mi aveva fatto qualche settimana fa. E’ un’attrice e sono andato a vedere il suo nuovo film. Ma prima e dopo la proiezione Roma ha battagliato epicamente col sottoscritto. Per sapere chi ha vinto, leggete qui sotto.

Fatto sta che arrivo a Roma e mi accoglie la mia amica Chiara che non vedevo da tempo. Soprattutto, finalmente, ho conosciuto suo figlio Michele, il mio nipotino, che se l’è presa subito con la mia barba e mi ha regalato solo sorrisi.

Dopo vado nel mio B&B e la chiave non mi apre il portone. Chiamo il proprietario e mi dice (ore 16) che la stanza non è pronta. Gli faccio gentilmente notare che inizio a scocciarmi e mi dice che entro 20 minuti mi raggiungerà. Nel mentre mi accorgo che ho il telefonino scarico. Penso: bar = presa della corrente = bevuta = sopportazione dell’attesa. Mi reco in un caffè e chiedo al cameriere un bicchiere di vino bianco. Intanto mi siedo cercando una presa. Ma niente. Tra l’altro il telefonino deve restare vivo perché devo organizzarmi con la ragazza/attrice di cui sopra. Che si chiama Rossella.

Secondo bar: “Ciao mi fai un bicchiere di bianco? E, scusa, posso attaccarmi alla corrente per caricare il telefonino?”

_”No perchè poi mi salta l’impianto”

Terzo bar.

_”Ti posso fare caricare il cellulare solo 5 minuti

Quarto bar:

_”Sto chiudendo”

Quinto bar:

_”Se faccio ricaricare a lei poi devo far ricare a tutti”

Nel frattempo mi sono bevuto 3 biccheri di vino e 2 limoncini. Vado nel B&B e la porta stavolta si apre. Il cellulare è ormai scarico quindi lo metto in carica. La presa del B&B non funziona. Vedo una spina, la stacco e uso quest’altra presa funzionante. Disfo lo zaino e mi accorgo che mi sono dimenticato il pigiama a casa. Quando esco, riprendo il telefono (batteria solo al 20%) e mi chiedo se il voltaggio degli impianti elettrici sia minore che a Civitanova; non mi ha caricato quasi nulla. Quando rimetto la spina nella presa funzionante mi accorgo che è la spina del frigorifero. In pratica lo stavo scongelando. Fortunatamente era vuoto.

Sono in strada e vado alla ricerca di un bar vicino al cinema dove vedrò il film, perché ho preso accordi con Rossella per un aperitivo. Mi siedo e vedo il barista italiano e mi fa strano dato che fino a quel momento mi ero chiesto se stessi passeggiando per le vie di Pechino ed avessi sbagliato città. Il tizio mi prepara un calice di bianco ed io scrivo a Rossella per dirle che l’aspetto qui. Finito il bicchiere domando un negroni. Mi si risponde: “Mi manca il bitter.” Ripiego sul bis di vino. E penso: finora ho girato 6 bar e non ce n’è stato uno all’altezza di questo nome. Il bar è una cosa seria; ci passi la vita, le indecisioni, le illusioni. Tra un caffè e l’insegna al neon, fra un amaro ed una sigaretta, il bar è sacro. E’ l’altare dell’amore, la via crucis da percorrere, la casa degli espedienti, il rito profano del sopravvivere.

“Sto chiudendo”

Il barista mi gela. Ma che cazzo succede oggi a Roma? I locali chiudono alle 19? Non ci capisco un cazzo, tranne che devo andarmene e riscrivere a Rossella una nuova destinazione appena trovo il prossimo bar. Mi va bene che ce n’è uno poco distante. Entro munito di una imprevista aureola, perché di solito sclero facilmente, e faccio: “Buonaaaaasera, per caso state chiudendo?”

“Si”

Mi tolgo l’aureola e vado verso il bancone in modalità minacciosa, poi mi ricordo che sono a Roma perché voglio rivedere Rossella e pensare solo a rubarle il rubabile dagli occhi, quindi mi rimetto l’aureola.

“Non le posso fare il caffè perché abbiamo spento la macchina, ma se vuole altro la posso servire”

“Grazie, allora un campari.”

Ovviamente butto giù il campari come fosse acqua per sbrigarmi ed andare alla disperata ricerca di un cazzo di posto in cui sedersi e bere qualcosa. Riscrivo a Rossella dei miei spostamenti. Trovo un altro bar e questo non è in chiusura. Prendo il cellulare per avvisare la mia prossima compagna d’aperitivo e mi arriva un suo messaggio: “a questo punto troviamoci direttamente davanti al cinema”. Mi prende un secondo di sconforto ed una voce squillante mi scuote: “Pronto il suo negroni”

8 bar, 4 calici di vino, due limoncini, un campari ed un negroni dopo, sono davanti a Rossella, praticamente ubriaco. Le blatero qualcosa e gentilmente lei mi tratta come se fossi normale. Questa trasferta la sto perdendo con una goleada, cappotto pieno. A pochi passi dal cinema troviamo un’enoteca. Il posto è piccolissimo. Ci danno due sedie e intralciamo a tutti. Per tutti intendo gli altri 4 avventori schiacciati come sardine quanto noi. Rossella si presenta alla proprietaria invitandola alla proiezione. La proprietaria ci guarda e fa: “Bene, quindi abbiamo un’attrice. Pure lei è un attore?”

“No, signora, io sono solo il bevitore”

E qui avrei sperato in una decina di minuti di applausi, invece ho evitato di guardare Rossella temendo stesse imprecando contro tutte le divinità per la sciagura di avermi accanto in quel momento.

[…]

Finito il film bruciavo di emozioni e non ho avuto la forza di fare commenti o padroneggiare la situazione. Sono stato solo in grado di salutare Rossella ed i suoi amici ed andarmene via nella notte romana, cioè cinese. Ma Peppe Barbera non sopporta quando le cose si mettono in quel modo e dopo l’affronto dei bar chiusi, decido che devo cambiare il mio destino. Chiamo un taxi e mi faccio portare al pub. Nel tragitto il taxista fa un monologo contro i cinesi. Raggiungo finalmente il pub irlandese. E mi sento a casa. Comincio a ingollare guinnes una dietro l’altra come non ci fosse un domani. Prendo possesso del bancone e faccio capire a tutti che aria tira. Il vento è cambiato, copritevi! Dopo un po’ entra un uomo con uno scimpanzè. Subito ho pensato che stavo sognando, poi che ero ubriaco. Ma il ragazzo che serve ai tavoli mi conferma che è tutto reale. Prendo il telefonino per fare una foto, ma tanto per cambiare il cellulare è scarico. Mi sono sentito in un film di Fellini. Da qualche parte forse c’è un circo. Ci vuole altra birra. E così vado avanti fino alla chiusura, ed a quel punto, pretendo una foto (nel frattempo si è ricaricato il tel) con uno a caso dello staff. Servono le prove che Roma sta per cedere sotto i miei colpi mortali.

Altro taxi, altro pub, altra gente. Ancora bancone. Ancora birra. E va tutto splendidamente. Altra chiusura di locale. Altra foto col titolare. Roma è in ginocchio. A modo mio. Torno al B&B. Saranno le 5 di mattino. Alle 11 dovrò lasciare la stanza. Alle 9 sto già ricomponendo la carcassa. Mi faccio una doccia, preparo tutto per andarmene. Entro in bagno a prendere spazzolino e dentifricio, esco e mi trovo una puttana davanti a me, nella mia stanza.

“Scusa, ma questa è la mia stanza, la 4”

“Oh mio dio, scusa, scusa no-no no volevo, scusa”

“Fa niente, tranquilla”

“Che vergogna, ho sbagliato”

Si volta e se ne va imbarazzata. Solo dopo che richiudo la porta a chiave mi rendo conto che sto con la sola maglietta della salute addosso. Il pisello è all’aria.

Fatto lo 063570 sono di nuovo in taxi a scambiar due chiacchiere col mio autista il quale mi ha preso subito in simpatia e si sfoga lamentandosi della moglie che non sa cucinare e non lo accompagna mai a mangiare fuori. Poi mi dice che verrebbe volentieri a “mangna’ er pesce” con me. Temo sia un approccio omosessuale. Arrivo in zona tiburtina e rimedio un ristorante. Mangio e bevo da solo una bottiglia di vino. Poi passo agli amari fino alla partenza del pullman, ore 16. Puzzo di alcol da fare schifo, ma sto bene. Provato, commosso, vincitore, compiaciuto della gita fuori porta, gonfio di ricordi.

Quando mi avvicino a casa mi arriva l’odore del mare. Sento la salsedine che mi viene a cercare sulla pelle. Sento uno strano abbraccio di luce, un ingenuo, romantico, bisogno d’amare. Sento che ho lasciato qualcosa a Roma. L’ho lasciato nel B&B di via Principe Amedeo, 331. Lo ho lasciato in macchina con la mia amica Chiara, l’ho lasciato nel cinema Apollo quando Neve, sullo schermo, mostra la sua fragilità. L’ho lasciato in tutti i bicchieri che ho svuotato. L’ho lasciato nella bottiglia di Varnelli regalata a Rossella. Non so esattamente cosa è questa cosa che ho lasciato. E’ arcana.

Ma è mia.

P.

(qui sotto le immagini alla chiusura dei due pub di Roma)

Da Civitanova a Roma. Adesso.

Sono in pullman. Destinazione Roma. Voi direte: “e a noi che cazzo ce ne frega?” Giusta osservazione. Siccome questo potrebbe essere il mio ultimo post, considerando i vari sintomi preoccupanti che sto avendo, sintomi che vanno dal pre-infarto alle stigmate, vi deve interessare quello che scrivo adesso, in diretta.

Dopo quattro ore di dormita mal assortita (ad un certo punto ho sognato un rospo) mi sono incamminato verso la fermata del pullman. Era freddo, molto. Talmente freddo che il mio uccello aveva assunto la formula chimica del calippo. Ovviamente il pullman ha fatto alcuni minuti di ritardo, e già mi giravano le palle (che ancora non avevano raggiunto la glaciazione). Salito nel mezzo, mi accascio sul sedile. Davanti a me c’è seduta una signora che parla al telefono con la figlia riguardo ad un prolasso emorroidale. Non ho capito se il suo o della figlia. Ma usando un tono di voce alto, tutti i passeggeri sono ora al corrente dell’utilità delle pasticche di daflon, di quelle voltaren come antidolorifico e dell’alimentazione da seguire. Ho preso appunti perché l’argomento mi tocca da vicino.

Tornando a noi, sono in viaggio. Non sono un tipo da vacanza, non sono un buon turista, non ho gran dimestichezza con le gite. Non è che sono contro il viaggiare, contro i luoghi, contro la conoscenza. E’ che non mi aggrada nessun mezzo di locomozione e nessuno dei compitini da fare per partire. Non mi piace il treno, perché le stazioni, seppur piene di fascino urbano, mi mettono tristezza in quanto credo siano fatte apposta per gli addii. Ed io odio gli addii. E per me anche dentro un arrivederci c’è già un addio. Non mi piacciono gli aerei perché, nonostante statisticamente siano i più sicuri, non posso tollerare il fatto che io non sia seduto col paracadute allacciato. Inoltre se dovessi finire in mare non mi salverei perché non so nuotare. E per questo non mi piacciono le navi ed i traghetti; perché non mi tengo a galla. Le automobili non sono di mio gradimento, soprattutto di notte ed in autostrada. Non mi piace neppure guidare. Le strade da tre corsie in su mi agitano. Addirittura quando mi reco ad Ancona mi perdo come un rondinotto caduto dal nido. Non ho simpatia per il pullman perché la piccola comunità di passeggeri mi angoscia proprio per la comunanza. E poi a volte non è munito di bagno ed io sono uno che la vescica la vuole libera.

Se inventassero il teletrasporto probabilmente non avrei da lamentarmi, tranne, immagino, per i costi elevati per usufruirne.

Poi non mi piacciono le stanze degli hotel e qualsiasi letto che non è il mio, perché il mio letto ha ormai assunto una struttura ed una trasformazione idonea al mio corpo, al mio peso, ai miei scatti insonni, alle mie posizioni. Il mio letto strofina le lenzuola in zone indicate persino in base alle mie erezioni; sa perfettamente amalgamarsi alle mie piroette da scarso dormiglione. Altra cosa che non mi garba è la metropolitana: troppa gente, troppa velocità, troppa claustrofobia. E non mi piacciono i turisti, quelli che fanno le file, che ti chiedono una foto, che intasano i ristoranti quando io ho bisogno di cibo e di bere vino. Inoltre sono totalmente contro ai viaggi della speranza, per non parlare di quelli spirituali tipo Santiago ed altro. Non che la cosa non sia un’esperienza. Pure fare il militare è un’esperienza (ed io sono radicalmente contro). Ma perché, poi, l’esperienza serve solo ad un mestiere o a vincere al gioco delle carte. Su tutto il resto l’esperienza viene confusa con la saggezza, ed a me non piace manco la saggezza. Nella vita bisogna fare cazzate su cazzate ed ignorare i consigli. Altrimenti l’esistenza diventa un esercizio di copia e incolla della merda altrui.

Sto andando a Roma, dicevo. E non certo per ammaliarmi di tutta la Storia di cui è avvolta. Non perché ne sono insensibile, anzi, ma perché la fontana di Trevi, che ha più di trecento anni, ci sarà pure fra altri tre secoli, mentre a me, la biologia, il destino, dio o quel che cazzo vi pare, mi ha dato le ore contate. Al massimo gli anni contati. Quindi vado nella capitale per attraversare qualche anima e farmi attraversare, con l’egoismo del poeta, che va a rubare sensazioni, bellezza, emozioni, idee, inciampi, malinconie, solo per poterne poi fare poesia. Perché non so imparare a vivere, quindi necessito di scrivere. Perché scrivere è il mio modo di sopravvivere. Come amare è il mio modo di fare, bere il mio modo di sopportare.

A me piace esistere. Esageratamente. Inutilmente. Provocatoriamente. Quindi oggi, Roma, nun fa la stupida, perché non vengo a sporcarti, ma a celebrarti.

P.Roma-3