Il più grande viaggio

E siamo entrati nel 2018. Ci siamo entrati esorcizzando il panico del futuro con qualche trenino a capodanno e sotto gli effetti dell’alcol. Con una gran voglia di non sentire niente di quei dolori che non ci abbandonano. Di quei fardelli che abitano il nostro quotidiano mentre veleggiamo nelle ipocrisie tenendoci le crude verità dentro. A dire il vero io ho imparato ad essere nudo davanti al mondo (merito della Poesia e non solo). Nonostante ciò continuo a stare male, ad inquietarmi di crepacuore, ad ammutinare ogni serenità. La felicità mi sfugge sempre, mi dura il tempo di uno stordimento, di una malinconia leggera, di un rigurgito d’onda.

Poi ci sono gli altri, ci siete voi e vi conosco tutti. Mi arrivano tutte le bugie che avete pianto, tutto il marcio che avete ingoiato o che sopportate ancora, tutte le volte che le ragazze si fanno belle, ma le lacrime subito rovinano il trucco.  Mi arrivano le coppie scoppiate che si reggono per falsità e paura, tutto il malessere dei loro silenzi o delle urla, tutte le difficoltà nel proprio lavoro, tutti i sogni finiti a puttane e i soli spenti. Ovviamente non ogni cosa è buia, ma le salite non finiscono mai ed il vento ulula contro. Ci soffia addosso pure il ricordo di quando si era innamorati che poi è l’unico ricordo che ricordiamo meglio di una storia. Questo io so.

Io so dietro ai vostri occhi le storture dei giorni, so delle famiglie che si spezzano, dei figli di mezzo o le spensieratezze come utopie, le maree da superare, la tristezza lurida di dover fare buon viso a cattivo gioco. Io so della febbre della solitudine, delle depressioni monotone in pigiama alle 7 di sera. Io so delle vite degli altri mentre sollevo l’ennesima pinta. Io so di tutto questo freddo dentro.

Chissà se nel 2018 torneremo a nuotare coi delfini con la fantasia dei bambini, se accenderemo un cielo nuovo, se ci salverà un vecchio amore o uno inatteso o se avanzerà soltanto un po’ d’amore. Di certo ci saranno le incommensurabili amicizie ad aiutarci a potare le parti malate,  a farci coraggio, ci saranno epopee di sorrisi a salire nel cuore, ci saranno canzoni ad avvicinarci di più.

Per quel che mi riguarda continuerò ad avere la responsabilità della mia irresponsabilità, insisterò ad acciuffare demoni e rischiare la tomba. Lascerò agli altri il livido inutile della prudenza per tatuarmi sulla pelle il brivido dell’incoscienza. Mentre altri figlieranno, io continuerò a dire che sono favorevole ad essere contrario alla mia paternità. Cederò volentieri le nausee della compagna, gli ormoni, i pannolini, le mangiate ogni 3 ore, le coliche, la febbre a 40 gradi, il kit per uscire, il kit per restare, il fasciatoio, il cuscino a forma di fagiolo, il pentolino, la farina bio “Senatore Cappelli”, il dondolare. Lascerò tutto agli ostinati. Perché di “figli” ne ho più di un’ape regina: penso alle centinaia e centinaia di poesie, a tutti i miei fantasmi, ai ragazzi disabili che veglio…E perché il più grande viaggio non è diventare genitore o fare una crociera nell’altro capo del mondo o una notte da leoni né farsi un giro nella roulette della droga. Il più grande viaggio è vivere trafiggendosi di vita, è accelerare e non guidarla piano, è divorare e non assaggiare, è amare fino ad odiare e non solamente voler bene, è sublimare non restaurare, è eternare il purgatorio ad un inferno. È sangue dappertutto non una sbucciatura. Il più grande viaggio non è neppure progettare o sperare, ma perdere il senno prima che la giostra smetta di girare.

Non lo so che 2018 sarà per voi e per me. Sicuramente ci saranno piccoli e grandi terremoti personali, aumenterà l’inquinamento, forse arriverà la terza guerra mondiale, forse morirò inciampando sulle scale dopo l’ennesima birra, forse vi innamorerete inaspettatamente. L’importante è che resteremo mossi ed un po’ agitati, ansiosi dell’oggi più che del domani, frenetici nell’eros, abili ad evitare rimpianti. Eccolo il più grande viaggio: cogliere l’attimo.

Prima che finisca il vino.

bott

P.

Gli anni dei ricordi

Ultimamente, rileggendo i miei pezzi recenti, mi sto accorgendo che scrivo dicendo cose come se fossi un vecchio. Comunico pensieri e frasi come se stessi all’ultima spiaggia, alterno sentenze cacate con la pedanteria di una predica da nonno, a lasciti testamentari di vario genere. Ed ho notato, sempre recentemente, di essere più prolifico nello scrivere, come se avessi urgenza di riferire le ultime volontà prima di venire fagocitato. Insomma, vi parlo di continuo della morte e tento, ridicolmente, di concludere una sorta di eredità letteraria. Per dirla più razionalmente: sono diventato patetico. A 38 anni. E nonostante continuo a mettere al letto ventenni piagnucolosi, nonostante corro ancora dietro alle sottane, e nonostante le ossa indolenzite porto la mia carcassa ovunque ci sia caos, baldoria, emozioni. Sono vecchio, ma non lo sono. Solo che il mio cinismo ha al momento il sopravvento e temo che ciò in cui speravo, ovvero di diventare un affascinante sessantenne brizzolato, con barba ieratica e carisma come se piovesse, seduto al bancone, birra in mano e lo sguardo di chi ne ha viste tante, non accadrà. Non ci arriverò ai 60. Me ne andrò altrove in tempi brevi, fatevene una ragione ed iniziate, appunto, a farci il callo. Non che sia così importante per voi la mia dipartita, ma per me lo è. E se potessi scegliere, cari lettori, beh, fra me e voi spero moriate prima voi. Tiè.

Ebbene, qui nella mia stanza s’è depositata la polvere che, nel mio caso, siccome tutto mi duole, è polvere da sparo. Ho cambiato pelle talmente tante volte che la scorza epidermica non si distingue più dalle ecchimosi. Un tutt’uno con l’anima innevata di abrasioni. Non mi è rimasto tanto, ragazze mie, amiche, amanti, fidanzate, ex, porche e santarelline (sempre porche come me), mie donne ricolme di rumori di comete. Non mi è rimasto molto. Sembro la piantina quasi del tutto seccata lasciata incustodita sul terrazzo. Ci siamo divisi il mondo io e voi femmine fino a quando la storia non ci ha superati. Sono stato il vostro poeta preferito, quello a cui avete parlato di voi senza i filtri delle bugie con cui vi difendete dagli altri maschi. Ci siamo divisi la pioggia ed il sale sulle ferite. Ci siamo fidati, preoccupati, ma non troppo, di questo strambo amarci. Era solo poesia, mie muse. Era solo la poesia. E ora che sto per passare a peggior non vita, voglio farvi vedere come stanno bruciando i miei occhi, come un solo minuto in cui resterete in più a fissarmeli, sarà per me un tempo infinito di miracolo, un’altra rapina, un altro bottino da respirare. Un atto d’amore per ruttare in faccia a questo iniziato congedo dall’esistenza. Sono stato uno spermatozoo abile quanto Usain Bolt, determinato a fecondare per nascere, ostinato, e poi sono nato già con idee strane; stavo impiccandomi col cordone ombelicale. È andata così. Un po’ a cazzo di cane, ma è stato folle divertirsi. E noi, ce la siamo sempre spassata.

Quando ti avvicini alla morte ti sovrastano i ricordi. Che cos’è un fine vita, se non gli anni dei ricordi? Io ricordo che all’asilo mi piaceva il minestrone della mensa. Che quando ero piccolino e passavo a trovare mio cugino, zia e zio si baciavano in bocca innamorati ed io giravo la testa timido e imbarazzato. Mi ricordo che, quando abitavo nel quartiere di San Marone, qui a Civitanova Marche, mi piaceva addormentarmi col rumore della lavatrice. Mi ricordo che se avevo la febbre mio padre, tornando dal lavoro, mi portava una macchinina. Mi piacevano le macchinine. Mi piaceva avere la febbre e non andare a scuola. Mi ricordo che di nascosto salivo sui tetti dei palazzi che non conoscevo e camminavo sui coppi rischiando di cadere. Mi piaceva quell’urgenza di sentire la vertigine. Ho sempre cercato la vertigine nelle cose che ho vissuto; negli amori, nella poesia, in tutto. Mi ricordo che al cinema andavo a vedere i western, Bud Spencer e Terence Hill, Et, Pozzetto, Banfi, Benigni, Nuti, Boldi…mi ricordo le seghe che mi sono fatto pensando a Catherine Bach, la Daisy Duke della serie Hazard.

Sono stato, su questa terra, cristallo e tempesta. Ho mischiato la saliva nei sottoscala bui, parlato coi silenzi nei viali alberati, devastato la coscienza in qualche cantina, immaginato la vita come uno stato apparente e ne ho avuto comunque smania. A volte ho approvato gli orrori in cui mi sono intrappolato, a volte sono fuggito dalla felicità. Sarebbe stata noiosa, alla fine.

Ed eccomi qua, che mi spengo piano, ma bruscamente. Qui è passato l’amore. Mai monodose, mai sigillato, mai rifiutato. E adesso passo io, come altri prima di me. E’ quasi finita, sorridetevi coi sorrisi. C’è ancora tempo per un’ultima poesia. La vostra.

P.

Dopo la fine del mondo

Dedicato alle città colpite dal terremoto nelle Marche – ottobre 2016 – ed a tutti i terremotati del mondo.

Quando guardi la montagna che ti è davanti, che ti porge la sua statura, che ha sentieri di croste e terriccio, la vedi con sudditanza. La ammiri nelle sue recite di silenzi quando fa la finta muta per sembrare senza vita. La osservi e sai che a sua volta quella cima è fissa su di te. E ne ha vista passare di gente come te che le sei un futile pizzicotto sul suo dorso. E te ne stai lì ad un passo dal cielo, sotto lo strusciarsi dello zucchero filato dei nembi, accanto ad occasionali starnuti di vento. Stai lì a cercare cicatrici tra i sassi, erba nuova, una qualche trasmigrazione, il respiro degli alberi, un segno qualsiasi dalla vetta. O ti capita di vedere l’azzurrità prima che vada in brace, così incendiata di tramonto, così vorticosa ed innamorata della giogaia che ti circonda. Uno spettacolo meglio di una serie tv, della tua canzone preferita, della sbornia del sabato, dei selfie al ristorante di sushi, meglio dell’ultima canna che, finalmente, ti concilia un po’ il sonno che hai perso da quando non credi più alle favole. Davanti alla montagna senti in diretta di star vivendo già un ricordo, e quindi uno strappo, una baldoria di malinconie come le cose irrisolte che ti sei portato nello zaino, come la fatica di farcela.

E siccome la ami, la montagna, ci sei tornato. Un anno dopo la fine del mondo. Quando il terremoto decise di ricordarci un sacco di cose e di ricordarcele con la sola espressione a cui è condannato.

Ci sei tornato per un dovere morale, per un richiamo invincibile, per restituire qualcosa dopo aver depredato tanto a questi luoghi. Posti dove da bambino facevi le capriole mentre i tuoi genitori sembravano immortali e gli adulti erano gli adulti e tu avevi fretta di crescere, ma nello stesso tempo non te ne fregava niente perché il buio lo sconfiggevi con la fantasia.

Zone in cui stendersi sui prati con gli amici, fare ottime mangiate, avere un proponimento di libertà. Luoghi dove portavi la fidanzatina perché la pioggia che scende sui monti non la dimentichi più, perché quei baci pieni di futuro di scintillanti speranze, non sono tornati più. Posti dove fare escursioni, recuperare quel battito primordiale incarcerato dalla tecnologia. Località in cui ritrovare un po’ quell’istinto della pietra e del fuoco, quando il mondo era tutto da inventare, quando la storia dell’uomo non era nell’utero dei giorni.

Un anno fa tutto questo è crollato. Venuto giù in un lampo infinito. Le case devastate, pezzi di montagna divelti, ponti sbriciolati, storie uccise, zolle sconquassate, campanili sfregiati di crepe, pensieri giovani funestati di rassegnazione. E un anno dopo, laddove giocavi, amoricchiavi, ti tuffavi in spensieratezze nei lunedì di pasquetta con gli amici, adesso c’è un unico grande cimitero che sembra così uguale al tuo cuore infranto. Così identico alla desolazione che ti porti dentro, così misero e vinto come lo sguardo dei poeti.

Al suolo pietre e membra di abitazioni rotolate nell’oblio. Davanti zone rosse e momenti di un tempo immobilizzato come una Pompei nelle scene di vita a fermo immagine. Fantasmi. E intorno ti volti e sembra ci sia stata la guerra. Invece è stata la fine del mondo. Perché quando a qualcuno gli si uccidono i ricordi ed il proprio posto dell’anima, il mondo finisce.

La contempli, la montagna assolata, pettinata da fiori e fogliame, la segui nella centellinata corsa per bucare l’etra. E ti arrendi. Perché è la sola cosa più nobile da fare. Ti arrendi definitivamente. Per sentire ancora un po’ di vita, per toglierti dalla testa l’acufene quotidiano che riproduce il ghigno di Trump, la malattia di Kim Jong-un, la topaia di questa Italia, la Siria che si squaglia sotto le bombe, l’Africa ridotta a pattumiera. Questo acufene che resta, impertinente, come un sabba, una festa del male che sopprime le voci, gli amori che saranno, quelli che erano, i sogni, e noi. Resta mentre la natura è qui. C’è sempre stata, ci sarà quando l’uomo si estinguerà. La terra è viva, è pettegola, è allergica alla staticità, è fatta di afflati e coinvolgimenti, è frastornata dai colori, è pazza, misteriosa, mamma premurosa e matrigna omicida. La vedi, te ne immergi, ma vedi anche lo Stato. Vedi che un anno dopo il fallimento di democrazie, governi, burocrazie, capitalismi tutto è contro. Non contro l’evoluzione, ma l’elevazione. Elevarsi è una possibilità che ci resta di ribellione e speranza. Ma la speranza è giusto lasciarla agli illusi. Il mondo ha fatto la sua parte. L’hai fatta pure tu con quattro versi del cazzo e tanto egoismo. Ti sei fatto fottere e stai cominciando a marcire perchè sei all’ultimo stadio. Ti è rimasto qualche trasporto d’amore, qualche stramba coincidenza che ti porta a giustificare l’autolesionismo. Ti è rimasto un ultimo atto d’amore fra i tuoi imbarazzanti tentativi di farti amare. Ti è rimasto scrivere. Ti è rimasto il tempo di un addio perché la festa è finita. Non doveva andare così. Non in questo modo. Non in questo mondo.

Guardi la montagna probabilmente per l’ultima volta, per l’ultima giovane estate. Ti consoli nella dignità di questa gente delle Marche che nelle avversità, con fatalismo e forza d’animo, è ancora in piedi. Guardi la Martina ed Andrea, che ti hanno accompagnato, e ti viene voglia di domandargli scusa. Di tutto. Di quello che sei. Di come sei. E invece ti limiti ad un doveroso grazie. Martina ti dice che, qui dove siete ora, la prima attività a riaprire dopo il terremoto è stata il pub. Sembra uno scherzo del destino. Tu ci hai sempre creduto nei pub. Sono stati la tua vera casa e adesso, a breve, la tua tomba. Ma le coincidenze sono stupefacenti per questo.

La vita, se riesci a viverla, è solo un bellissimo modo di morire.

montagna

P.

Tutto quello che non puoi lasciarti alle spalle

C’è una canzone che mi risuona spesso in testa. È di Roberto Vecchioni. Titolo: “Mi porterò”. Ogni volta che mi ronza dentro mi accanisco ad immaginare quali momenti, quali cose porterò con me quando finirò al fronte, nella trincea della vecchiaia, un attimo prima dell’oblio dell’ alzheimer. Ho le idee piuttosto chiare, credo. Sono sicuro dei ricordi che spererò di ricordare. Mi porterò tutte le volte in cui ho dimenticato la morte e perdonato la vita ovvero le volte in cui inizio a scrivere una poesia o quando faccio all’amore. Mi porterò il sugo di mia nonna fatto bollire lungamente, Chaplin che sublima il cinema, l’abito di Marilyn Monroe che s’alza per una folata di vento. Mi porterò le volte che ho volutamente passeggiato sotto la pioggia, senza ombrello, per potermi sentire vivo, per avere dei pizzicotti d’acqua dal cielo. Mi porterò le cene mentre nuotavo negli occhi di una donna sospesi lì per me, fissi su di me. Mi porterò i versi di Bukowski e la sofferenza di Pavese e “tutti i poeti che hanno pianto per amore, se ci staranno nel mio cuore.” Mi porterò i goal di Batistuta quando era a Firenze, il mare d’inverno, “you can never hold back spring” di Tom Waits. Mi porterò il sorriso delle nipotine mentre incasinano il letto con giocattoli e cianfrusaglie. Mi porterò i momenti difficili condivisi con le amicizie. Mi porterò l’incanto che mi travolge ogni volta che entro in una libreria. Mi porterò tutte le sbronze finite male, tutte le ferite e le cicatrici, tutte le partite perse immeritatamente. Mi porterò tutte le attese per un bacio immaginato da secoli o le volte che il bacio è arrivato prima che lo potessi immaginare. Mi porterò questo mio modo irresponsabile di vivere, sempre sul filo dei vent’anni, con la rabbia adolescente ed ormai un’esperienza da terza età. Mi porterò le gratificazioni ed i sacrifici nel mio lavoro coi ragazzi diversamente abili che sono così dentro di me, questi ragazzi, da governarmi le vene in nome dell’amore. Mi porterò tutti i maledetti colori della depressione, gli abbandoni, i finali tristi, le cazzate imperdonabili, gli sbagli obbligatori, il mio cane quando vigilava su di me. Mi porterò le trasgressioni che non ho finito di combinare, l’effetto sorpresa, le improvvisazioni, le cadute di stile che svelano le imperfezioni. Mi porterò i rimpianti, che sono sempre meno per fortuna, e la mia infanzia negli ’80. Mi porterò legami nuovi, complicati, strappalacrime, assurdi, necessari, eternabili, romantici, spericolati, aggravati dalla passione, fulminei, inutili, complicati, infelici o folli non importa.

Mi porterò il libero arbitrio, le croci che ho trascinato, la polvere sui libri, tu che ti sposti i capelli, i giri in tre sul motorino, i compleanni malinconici, mio nonno ubriaco fradicio paralizzato su una sedia a rotelle. L’altro nonno mai conosciuto. Mi porterò le volte che mi sono buttato perché la vita lo esigeva, giusto o sbagliato, lo esigeva. Mi porterò angoli della mia città sudici di notti balorde, pregni di tormentati passanti. Mi porterò le meravigliose violazioni di domicilio, le ribellioni ad ordinanze comunali patetiche, le tenerezze dei cattivi, il male di vivere di Wolverine e Daredevil, l’irresistibile pazzia di Harley Quinn, il caratteraccio di Kit Carson, il senso etico di Dylan Dog.

Mi porterò gli schiamazzi dei bambini che si rincorrono nei giardini, un nudo di Modigliani, gli oratori quando erano oratori, le feste dell’unità quando erano feste dell’unità. Mi porterò le maialate fatte con le donne, ma anche le grandi complicità quando le prendi alla testa prima che fisicamente. Mi porterò questo complicarmi, la margherita che sbuca dall’asfalto, un pezzo di Charlie Parker, le nostre storie incerte, quello sporcaccione di Mozart, i piedi delle ballerine, lo spaesamento degli attori, il cinema vuoto e quello pieno. Mi porterò la maglietta numero 10, le sere del mondiale di Italia ’90, i gettoni per le cabine telefoniche, gioie e dolori degli anni della scuola, la scoperta che le favole non esistono e la bellezza della loro morale (quella non ufficiale). Mi porterò le rughe stupende, le occhiaie meritate, la leggerezza occasionale, un morso di babà, il dialetto, la tua camminata quando si mescola al sogno, la solitudine che ci fotte tutti, il negroni, le saracinesche dei pub.

Mi porterò lo sguardo dei gatti che ti fissano sapendo già tutto, il mio laboratorio di cinema con i ragazzi psichiatrici, la neve, le volte che sono stato il peggiore di tutti.

Mi porterò l’attimo preciso in cui una donna decide di sceglierti ed il lampo finale di un addio sulle sue pupille. Mi porterò tutte le volte che ne è valsa la pena.

P.

Qualcosa

Quindi ripartiamo dal mio precedente post. Sono stato a Roma, lo avete abbastanza capito. Ci sono stato perché amo il cinema e, grazie ad esso, ho conosciuto una ragazza. Non era un appuntamento, ma un ricambiare un bellissimo gesto che lei mi aveva fatto qualche settimana fa. E’ un’attrice e sono andato a vedere il suo nuovo film. Ma prima e dopo la proiezione Roma ha battagliato epicamente col sottoscritto. Per sapere chi ha vinto, leggete qui sotto.

Fatto sta che arrivo a Roma e mi accoglie la mia amica Chiara che non vedevo da tempo. Soprattutto, finalmente, ho conosciuto suo figlio Michele, il mio nipotino, che se l’è presa subito con la mia barba e mi ha regalato solo sorrisi.

Dopo vado nel mio B&B e la chiave non mi apre il portone. Chiamo il proprietario e mi dice (ore 16) che la stanza non è pronta. Gli faccio gentilmente notare che inizio a scocciarmi e mi dice che entro 20 minuti mi raggiungerà. Nel mentre mi accorgo che ho il telefonino scarico. Penso: bar = presa della corrente = bevuta = sopportazione dell’attesa. Mi reco in un caffè e chiedo al cameriere un bicchiere di vino bianco. Intanto mi siedo cercando una presa. Ma niente. Tra l’altro il telefonino deve restare vivo perché devo organizzarmi con la ragazza/attrice di cui sopra. Che si chiama Rossella.

Secondo bar: “Ciao mi fai un bicchiere di bianco? E, scusa, posso attaccarmi alla corrente per caricare il telefonino?”

_”No perchè poi mi salta l’impianto”

Terzo bar.

_”Ti posso fare caricare il cellulare solo 5 minuti

Quarto bar:

_”Sto chiudendo”

Quinto bar:

_”Se faccio ricaricare a lei poi devo far ricare a tutti”

Nel frattempo mi sono bevuto 3 biccheri di vino e 2 limoncini. Vado nel B&B e la porta stavolta si apre. Il cellulare è ormai scarico quindi lo metto in carica. La presa del B&B non funziona. Vedo una spina, la stacco e uso quest’altra presa funzionante. Disfo lo zaino e mi accorgo che mi sono dimenticato il pigiama a casa. Quando esco, riprendo il telefono (batteria solo al 20%) e mi chiedo se il voltaggio degli impianti elettrici sia minore che a Civitanova; non mi ha caricato quasi nulla. Quando rimetto la spina nella presa funzionante mi accorgo che è la spina del frigorifero. In pratica lo stavo scongelando. Fortunatamente era vuoto.

Sono in strada e vado alla ricerca di un bar vicino al cinema dove vedrò il film, perché ho preso accordi con Rossella per un aperitivo. Mi siedo e vedo il barista italiano e mi fa strano dato che fino a quel momento mi ero chiesto se stessi passeggiando per le vie di Pechino ed avessi sbagliato città. Il tizio mi prepara un calice di bianco ed io scrivo a Rossella per dirle che l’aspetto qui. Finito il bicchiere domando un negroni. Mi si risponde: “Mi manca il bitter.” Ripiego sul bis di vino. E penso: finora ho girato 6 bar e non ce n’è stato uno all’altezza di questo nome. Il bar è una cosa seria; ci passi la vita, le indecisioni, le illusioni. Tra un caffè e l’insegna al neon, fra un amaro ed una sigaretta, il bar è sacro. E’ l’altare dell’amore, la via crucis da percorrere, la casa degli espedienti, il rito profano del sopravvivere.

“Sto chiudendo”

Il barista mi gela. Ma che cazzo succede oggi a Roma? I locali chiudono alle 19? Non ci capisco un cazzo, tranne che devo andarmene e riscrivere a Rossella una nuova destinazione appena trovo il prossimo bar. Mi va bene che ce n’è uno poco distante. Entro munito di una imprevista aureola, perché di solito sclero facilmente, e faccio: “Buonaaaaasera, per caso state chiudendo?”

“Si”

Mi tolgo l’aureola e vado verso il bancone in modalità minacciosa, poi mi ricordo che sono a Roma perché voglio rivedere Rossella e pensare solo a rubarle il rubabile dagli occhi, quindi mi rimetto l’aureola.

“Non le posso fare il caffè perché abbiamo spento la macchina, ma se vuole altro la posso servire”

“Grazie, allora un campari.”

Ovviamente butto giù il campari come fosse acqua per sbrigarmi ed andare alla disperata ricerca di un cazzo di posto in cui sedersi e bere qualcosa. Riscrivo a Rossella dei miei spostamenti. Trovo un altro bar e questo non è in chiusura. Prendo il cellulare per avvisare la mia prossima compagna d’aperitivo e mi arriva un suo messaggio: “a questo punto troviamoci direttamente davanti al cinema”. Mi prende un secondo di sconforto ed una voce squillante mi scuote: “Pronto il suo negroni”

8 bar, 4 calici di vino, due limoncini, un campari ed un negroni dopo, sono davanti a Rossella, praticamente ubriaco. Le blatero qualcosa e gentilmente lei mi tratta come se fossi normale. Questa trasferta la sto perdendo con una goleada, cappotto pieno. A pochi passi dal cinema troviamo un’enoteca. Il posto è piccolissimo. Ci danno due sedie e intralciamo a tutti. Per tutti intendo gli altri 4 avventori schiacciati come sardine quanto noi. Rossella si presenta alla proprietaria invitandola alla proiezione. La proprietaria ci guarda e fa: “Bene, quindi abbiamo un’attrice. Pure lei è un attore?”

“No, signora, io sono solo il bevitore”

E qui avrei sperato in una decina di minuti di applausi, invece ho evitato di guardare Rossella temendo stesse imprecando contro tutte le divinità per la sciagura di avermi accanto in quel momento.

[…]

Finito il film bruciavo di emozioni e non ho avuto la forza di fare commenti o padroneggiare la situazione. Sono stato solo in grado di salutare Rossella ed i suoi amici ed andarmene via nella notte romana, cioè cinese. Ma Peppe Barbera non sopporta quando le cose si mettono in quel modo e dopo l’affronto dei bar chiusi, decido che devo cambiare il mio destino. Chiamo un taxi e mi faccio portare al pub. Nel tragitto il taxista fa un monologo contro i cinesi. Raggiungo finalmente il pub irlandese. E mi sento a casa. Comincio a ingollare guinnes una dietro l’altra come non ci fosse un domani. Prendo possesso del bancone e faccio capire a tutti che aria tira. Il vento è cambiato, copritevi! Dopo un po’ entra un uomo con uno scimpanzè. Subito ho pensato che stavo sognando, poi che ero ubriaco. Ma il ragazzo che serve ai tavoli mi conferma che è tutto reale. Prendo il telefonino per fare una foto, ma tanto per cambiare il cellulare è scarico. Mi sono sentito in un film di Fellini. Da qualche parte forse c’è un circo. Ci vuole altra birra. E così vado avanti fino alla chiusura, ed a quel punto, pretendo una foto (nel frattempo si è ricaricato il tel) con uno a caso dello staff. Servono le prove che Roma sta per cedere sotto i miei colpi mortali.

Altro taxi, altro pub, altra gente. Ancora bancone. Ancora birra. E va tutto splendidamente. Altra chiusura di locale. Altra foto col titolare. Roma è in ginocchio. A modo mio. Torno al B&B. Saranno le 5 di mattino. Alle 11 dovrò lasciare la stanza. Alle 9 sto già ricomponendo la carcassa. Mi faccio una doccia, preparo tutto per andarmene. Entro in bagno a prendere spazzolino e dentifricio, esco e mi trovo una puttana davanti a me, nella mia stanza.

“Scusa, ma questa è la mia stanza, la 4”

“Oh mio dio, scusa, scusa no-no no volevo, scusa”

“Fa niente, tranquilla”

“Che vergogna, ho sbagliato”

Si volta e se ne va imbarazzata. Solo dopo che richiudo la porta a chiave mi rendo conto che sto con la sola maglietta della salute addosso. Il pisello è all’aria.

Fatto lo 063570 sono di nuovo in taxi a scambiar due chiacchiere col mio autista il quale mi ha preso subito in simpatia e si sfoga lamentandosi della moglie che non sa cucinare e non lo accompagna mai a mangiare fuori. Poi mi dice che verrebbe volentieri a “mangna’ er pesce” con me. Temo sia un approccio omosessuale. Arrivo in zona tiburtina e rimedio un ristorante. Mangio e bevo da solo una bottiglia di vino. Poi passo agli amari fino alla partenza del pullman, ore 16. Puzzo di alcol da fare schifo, ma sto bene. Provato, commosso, vincitore, compiaciuto della gita fuori porta, gonfio di ricordi.

Quando mi avvicino a casa mi arriva l’odore del mare. Sento la salsedine che mi viene a cercare sulla pelle. Sento uno strano abbraccio di luce, un ingenuo, romantico, bisogno d’amare. Sento che ho lasciato qualcosa a Roma. L’ho lasciato nel B&B di via Principe Amedeo, 331. Lo ho lasciato in macchina con la mia amica Chiara, l’ho lasciato nel cinema Apollo quando Neve, sullo schermo, mostra la sua fragilità. L’ho lasciato in tutti i bicchieri che ho svuotato. L’ho lasciato nella bottiglia di Varnelli regalata a Rossella. Non so esattamente cosa è questa cosa che ho lasciato. E’ arcana.

Ma è mia.

P.

(qui sotto le immagini alla chiusura dei due pub di Roma)

Da Civitanova a Roma. Adesso.

Sono in pullman. Destinazione Roma. Voi direte: “e a noi che cazzo ce ne frega?” Giusta osservazione. Siccome questo potrebbe essere il mio ultimo post, considerando i vari sintomi preoccupanti che sto avendo, sintomi che vanno dal pre-infarto alle stigmate, vi deve interessare quello che scrivo adesso, in diretta.

Dopo quattro ore di dormita mal assortita (ad un certo punto ho sognato un rospo) mi sono incamminato verso la fermata del pullman. Era freddo, molto. Talmente freddo che il mio uccello aveva assunto la formula chimica del calippo. Ovviamente il pullman ha fatto alcuni minuti di ritardo, e già mi giravano le palle (che ancora non avevano raggiunto la glaciazione). Salito nel mezzo, mi accascio sul sedile. Davanti a me c’è seduta una signora che parla al telefono con la figlia riguardo ad un prolasso emorroidale. Non ho capito se il suo o della figlia. Ma usando un tono di voce alto, tutti i passeggeri sono ora al corrente dell’utilità delle pasticche di daflon, di quelle voltaren come antidolorifico e dell’alimentazione da seguire. Ho preso appunti perché l’argomento mi tocca da vicino.

Tornando a noi, sono in viaggio. Non sono un tipo da vacanza, non sono un buon turista, non ho gran dimestichezza con le gite. Non è che sono contro il viaggiare, contro i luoghi, contro la conoscenza. E’ che non mi aggrada nessun mezzo di locomozione e nessuno dei compitini da fare per partire. Non mi piace il treno, perché le stazioni, seppur piene di fascino urbano, mi mettono tristezza in quanto credo siano fatte apposta per gli addii. Ed io odio gli addii. E per me anche dentro un arrivederci c’è già un addio. Non mi piacciono gli aerei perché, nonostante statisticamente siano i più sicuri, non posso tollerare il fatto che io non sia seduto col paracadute allacciato. Inoltre se dovessi finire in mare non mi salverei perché non so nuotare. E per questo non mi piacciono le navi ed i traghetti; perché non mi tengo a galla. Le automobili non sono di mio gradimento, soprattutto di notte ed in autostrada. Non mi piace neppure guidare. Le strade da tre corsie in su mi agitano. Addirittura quando mi reco ad Ancona mi perdo come un rondinotto caduto dal nido. Non ho simpatia per il pullman perché la piccola comunità di passeggeri mi angoscia proprio per la comunanza. E poi a volte non è munito di bagno ed io sono uno che la vescica la vuole libera.

Se inventassero il teletrasporto probabilmente non avrei da lamentarmi, tranne, immagino, per i costi elevati per usufruirne.

Poi non mi piacciono le stanze degli hotel e qualsiasi letto che non è il mio, perché il mio letto ha ormai assunto una struttura ed una trasformazione idonea al mio corpo, al mio peso, ai miei scatti insonni, alle mie posizioni. Il mio letto strofina le lenzuola in zone indicate persino in base alle mie erezioni; sa perfettamente amalgamarsi alle mie piroette da scarso dormiglione. Altra cosa che non mi garba è la metropolitana: troppa gente, troppa velocità, troppa claustrofobia. E non mi piacciono i turisti, quelli che fanno le file, che ti chiedono una foto, che intasano i ristoranti quando io ho bisogno di cibo e di bere vino. Inoltre sono totalmente contro ai viaggi della speranza, per non parlare di quelli spirituali tipo Santiago ed altro. Non che la cosa non sia un’esperienza. Pure fare il militare è un’esperienza (ed io sono radicalmente contro). Ma perché, poi, l’esperienza serve solo ad un mestiere o a vincere al gioco delle carte. Su tutto il resto l’esperienza viene confusa con la saggezza, ed a me non piace manco la saggezza. Nella vita bisogna fare cazzate su cazzate ed ignorare i consigli. Altrimenti l’esistenza diventa un esercizio di copia e incolla della merda altrui.

Sto andando a Roma, dicevo. E non certo per ammaliarmi di tutta la Storia di cui è avvolta. Non perché ne sono insensibile, anzi, ma perché la fontana di Trevi, che ha più di trecento anni, ci sarà pure fra altri tre secoli, mentre a me, la biologia, il destino, dio o quel che cazzo vi pare, mi ha dato le ore contate. Al massimo gli anni contati. Quindi vado nella capitale per attraversare qualche anima e farmi attraversare, con l’egoismo del poeta, che va a rubare sensazioni, bellezza, emozioni, idee, inciampi, malinconie, solo per poterne poi fare poesia. Perché non so imparare a vivere, quindi necessito di scrivere. Perché scrivere è il mio modo di sopravvivere. Come amare è il mio modo di fare, bere il mio modo di sopportare.

A me piace esistere. Esageratamente. Inutilmente. Provocatoriamente. Quindi oggi, Roma, nun fa la stupida, perché non vengo a sporcarti, ma a celebrarti.

P.Roma-3