Il mio Manifesto Romantico in caso di amore

Sarà questo asfalto rugato di crepe o l’odierno sole che non ha salvato neppure questa mattina, che penso a noi. A quanta fatica faremo se decideremo di non farci bastare niente dell’amore. Sono stato un uomo colpevole, ho passato viali di lividi ed inferto crudeltà. Non sono bravo ad amare senza devastare l’anima. Tutto deve essere rivoluzione per me, un sottosopra onirico, un estremo, lungo, addio.

Sarà l’odore del caffè che fuma dalla tazzina smussata, sarà la gatta che continua a fissarmi, ma penso a noi. A noi che potremo vedere cento lune e andare sui carboni ardenti, a noi che potremo farci jazz e improvvisare tutto senza futuro. Perché l’amore so viverlo solo così; delicato, ma virile, selvaggio e romantico, imbastardito ed erotico, decostruendo e non costruendo, issandoci tronfi di albe, inabissandoci perduti nel bisogno di malinconia. Non ti prometto nulla di vittorioso in questo amore, ma soltanto la purezza di un rovo di parole impiccatesi per la poesia. Ti prometto che ci sembrerà di essere liberi perché saremo la libertà stessa. Non ti prometto disciplina, non giurerò ipocrisie, non mi farò addomesticare e non addomesticherò te. Ti prometto di stentare, di inciampare, di avere strani silenzi creativi, di portarti al mare e di non difenderti da me. Ti prometto mistero, tuffi nelle notti, crepacuori, vino dappertutto, carnalità. Ti prometto irriverenza ed attimi fuggenti che lasceremo passare, prometto sorsi lenti nei miraggi e rabbia ribelle ed incosciente.

Sarà che ho scoperto che non me ne frega niente della saggezza, sarà che mi somigliano gli ideali che lasciamo morire, sarà che i segni mi incurvano le cicatrici, sarà che sei così bella che la guerra nucleare dovrebbero farla per te. Una strage. Un olocausto solo per te. Perché o sei con me o nessuno al mondo dovrebbe sopravvivere. Perché io per te, prima ancora di conoscerti, sono morto tante volte come è morto l’immenso in ogni suo spigolo, come muoiono le campagne sotto i morsi digrignanti del gelo. E morirò per te crepando spiaggiato come una balenottera, creperò come la pioggia quando si arrende e cade. Io c’ero per te e tu manco eri nata ed ho visto le estati prima di te fino ad ora, perché adesso l’ultima mia estate sei tu. E ti berrò fino all’ulcera, fino alla cirrosi, fino alla fine che spazza via ogni maledizione e lascia gli altri a rimuginare su come perdono tempo senza un amore così.

Ecco cosa saremo, quello che ti prometto; bestemmie sane, piene, vanitose, orgogliose di rifiutare dio. Ti prometto nessuna sedazione, ti prometto che ti leccherò come fa il vento con le dune mosse del deserto, che ci consumeremo nella gloria della vita così sbagliata, così avvinghiata all’oro delle nostre ombre, così carica di spasmi, così furoreggiante nelle coincidenze.

Sarà questo incontrario, questa botta d’allegria, questo tacere mondi, questo perpetuo volare, ma io so soltanto amare coi calici in alto, con la pelle tesa al coito, con l’aria che porta scompiglio, con il gusto del pericolo, con mancanza di cautele e mosso da frenesie di baci. Ci faremo pianoforte e quindi musica, perché c’era la musica la prima volta che ti ho vista arrivare, e non importa se non ricordo la canzone, mi resta la memoria che mi ero innamorato e non lo sapevo. Non voglio conoscerti adesso perché ti conosco già. Non è poi così importante sapere chi siamo, conta solo viverci e allontanarci dal mio e dal tuo buio. Dal grande buio.

Questo posso prometterti; che ce ne andremo via, che sarà romantico e guasto, che sarà possibile, che ci solleveremo prima di essere sconfitti.

Adesso, però, “vattene che mi manca la tua assenza”

il_340x270.581588956_g7sj

P.

Gli anni dei ricordi

Ultimamente, rileggendo i miei pezzi recenti, mi sto accorgendo che scrivo dicendo cose come se fossi un vecchio. Comunico pensieri e frasi come se stessi all’ultima spiaggia, alterno sentenze cacate con la pedanteria di una predica da nonno, a lasciti testamentari di vario genere. Ed ho notato, sempre recentemente, di essere più prolifico nello scrivere, come se avessi urgenza di riferire le ultime volontà prima di venire fagocitato. Insomma, vi parlo di continuo della morte e tento, ridicolmente, di concludere una sorta di eredità letteraria. Per dirla più razionalmente: sono diventato patetico. A 38 anni. E nonostante continuo a mettere al letto ventenni piagnucolosi, nonostante corro ancora dietro alle sottane, e nonostante le ossa indolenzite porto la mia carcassa ovunque ci sia caos, baldoria, emozioni. Sono vecchio, ma non lo sono. Solo che il mio cinismo ha al momento il sopravvento e temo che ciò in cui speravo, ovvero di diventare un affascinante sessantenne brizzolato, con barba ieratica e carisma come se piovesse, seduto al bancone, birra in mano e lo sguardo di chi ne ha viste tante, non accadrà. Non ci arriverò ai 60. Me ne andrò altrove in tempi brevi, fatevene una ragione ed iniziate, appunto, a farci il callo. Non che sia così importante per voi la mia dipartita, ma per me lo è. E se potessi scegliere, cari lettori, beh, fra me e voi spero moriate prima voi. Tiè.

Ebbene, qui nella mia stanza s’è depositata la polvere che, nel mio caso, siccome tutto mi duole, è polvere da sparo. Ho cambiato pelle talmente tante volte che la scorza epidermica non si distingue più dalle ecchimosi. Un tutt’uno con l’anima innevata di abrasioni. Non mi è rimasto tanto, ragazze mie, amiche, amanti, fidanzate, ex, porche e santarelline (sempre porche come me), mie donne ricolme di rumori di comete. Non mi è rimasto molto. Sembro la piantina quasi del tutto seccata lasciata incustodita sul terrazzo. Ci siamo divisi il mondo io e voi femmine fino a quando la storia non ci ha superati. Sono stato il vostro poeta preferito, quello a cui avete parlato di voi senza i filtri delle bugie con cui vi difendete dagli altri maschi. Ci siamo divisi la pioggia ed il sale sulle ferite. Ci siamo fidati, preoccupati, ma non troppo, di questo strambo amarci. Era solo poesia, mie muse. Era solo la poesia. E ora che sto per passare a peggior non vita, voglio farvi vedere come stanno bruciando i miei occhi, come un solo minuto in cui resterete in più a fissarmeli, sarà per me un tempo infinito di miracolo, un’altra rapina, un altro bottino da respirare. Un atto d’amore per ruttare in faccia a questo iniziato congedo dall’esistenza. Sono stato uno spermatozoo abile quanto Usain Bolt, determinato a fecondare per nascere, ostinato, e poi sono nato già con idee strane; stavo impiccandomi col cordone ombelicale. È andata così. Un po’ a cazzo di cane, ma è stato folle divertirsi. E noi, ce la siamo sempre spassata.

Quando ti avvicini alla morte ti sovrastano i ricordi. Che cos’è un fine vita, se non gli anni dei ricordi? Io ricordo che all’asilo mi piaceva il minestrone della mensa. Che quando ero piccolino e passavo a trovare mio cugino, zia e zio si baciavano in bocca innamorati ed io giravo la testa timido e imbarazzato. Mi ricordo che, quando abitavo nel quartiere di San Marone, qui a Civitanova Marche, mi piaceva addormentarmi col rumore della lavatrice. Mi ricordo che se avevo la febbre mio padre, tornando dal lavoro, mi portava una macchinina. Mi piacevano le macchinine. Mi piaceva avere la febbre e non andare a scuola. Mi ricordo che di nascosto salivo sui tetti dei palazzi che non conoscevo e camminavo sui coppi rischiando di cadere. Mi piaceva quell’urgenza di sentire la vertigine. Ho sempre cercato la vertigine nelle cose che ho vissuto; negli amori, nella poesia, in tutto. Mi ricordo che al cinema andavo a vedere i western, Bud Spencer e Terence Hill, Et, Pozzetto, Banfi, Benigni, Nuti, Boldi…mi ricordo le seghe che mi sono fatto pensando a Catherine Bach, la Daisy Duke della serie Hazard.

Sono stato, su questa terra, cristallo e tempesta. Ho mischiato la saliva nei sottoscala bui, parlato coi silenzi nei viali alberati, devastato la coscienza in qualche cantina, immaginato la vita come uno stato apparente e ne ho avuto comunque smania. A volte ho approvato gli orrori in cui mi sono intrappolato, a volte sono fuggito dalla felicità. Sarebbe stata noiosa, alla fine.

Ed eccomi qua, che mi spengo piano, ma bruscamente. Qui è passato l’amore. Mai monodose, mai sigillato, mai rifiutato. E adesso passo io, come altri prima di me. E’ quasi finita, sorridetevi coi sorrisi. C’è ancora tempo per un’ultima poesia. La vostra.

P.

Il primo giorno del resto della nostra vita

Supponiamo che non ci sarà la terza guerra mondiale. Supponiamo, per fortuna (?), che resteremo semplicemente a leccarci le ferite solite; il dover lavorare per sopravvivere, un matrimonio fallito, il grande amore perduto, piccoli pentimenti, la dieta mai portata a termine, qualche lutto, l’infarto del vicino che ci disturba la domenica, l’indignazione che dura il tempo di un servizio al tg mentre il sugo ci cola sul lato destro della bocca. Supponiamo che tutto resterà com’è: tra l’ultimo iphone e una ruga in più ogni mattina allo specchio, tra la cena con gli amici e la solita influenza virale, tra la giostra dei problemi sentimentali dell’amica troietta e la bolletta della luce, tra l’occasione persa sabato sera con la tipa e la crema per le mani. Tra la fatica di farsi accettare per ciò che si è e la puntata finale di x-factor, se l’ego di Manuel Agnelli si scansa in tempo. Tutti i santi giorni una fotografia di noia, di ripetizioni, di calamità mediocri della nostra mediocre vita in cui passiamo il tempo a fuggire ovunque senza seminarci. Che poi tutto è più complicato perché voler bene a se stessi è un rancio puzzolente da ingoiare, non è mica semplice. E poi la crisi, il natale triste alle porte, i vestiti da lavare, il rumore insopportabile di tutti quelli che hanno sempre voglia di avere ragione. E il cliente da sfanculare, le nostre patologiche manie, le impalcature dei pregiudizi da continuare a montare, la carne sul tagliere, i blandi eufemismi di Salvini, le discussioni sui Radiohead. Insomma, la solita solfa che s’incastra nel nostro agire telecomandato, nel nostro stile abitudinario, nel nostro autistico modus operandi, nella nostra criticabilissima ansia del controllo.

Ma signore e signori, l’ordine ha fallito. Le dittature hanno fallito. Le democrazie hanno fallito. Le guerre pure. La pace anche. L’anarchia altrettanto. Baggio ha fallito il rigore ad Usa ’94. Gli addetti del comune sbagliano a fare le strisce pedonali. Benigni ha sbagliato a vendersi come un’ancella di regime. Sì, d’accordo, ogni tanto facciamo furore. Rinunciamo alla minestra, provvediamo a liberarci delle zavorre, facciamo quelli intellettualmente apolidi, ci pare persino che ci stia facendo bene andare in terapia. Ciononostante il mondo resta così come non lo vogliamo. Rotola nella sua stessa merda, in un avvenire che pretendono di spiegarci. Perciò timbriamo il cartellino dei respiri e non distinguiamo più la primavera, la nasa gioca coi meteoriti, gli oceani si incazzano, la luna se la tira, Malgioglio dorme su lenzuola in morbido raso e dettagli di paillettes.

Ma sarà bello continuare ad onorare quel che ci rimane da onorare, capire come sia stupido negare un abbraccio in più. Smetterla di girare la lama e dissanguarci. Credere che possiamo raggiungere certi orli di cielo dove si annodano gli arcobaleni per non cadere giù, tramutare il dolore in amore, in un amore miniera di vita, eversivo, demonio sexy. In un amore che sappia di inizio e costruzione, che possa cambiare le cose, che rimproveri gli angeli se si son fatti servi di dio. Di un amore che ci faccia uscire, che colori la sera, ma in punta di piedi, che sembri sbagliato ed assurdo ed invece conosce tutti i mari di ieri. Un amore che ci ricordi la necessaria violenza della poesia. Che se la giochi ai dadi. Che sia pamphlet contro quest’ignoranza assillante, che renda disoccupati i medici, che rimuova il fango che c’intorbida.

Supponiamo un amore, quindi. Più che altro un’altra idea di amore; più dispersa, meno saggia, più inquieta, meno scontata, più in fermento dei fermenti sociali, meno gabbia, più felina, meno serra, più fiore di campo.

Come altro dovremmo guardarci se non sfiorandoci così?! Di un amore che non ci salverà se non per il tempo di andare oltre il tempo. Di una storia di destrezze in volo ed espiazioni, di concomitanze ed eresie, di pane e scanzonati attimi.

Fatevi venire a prendere con quegli occhi vividi dei bambini quando la parola prova a spiegarsi. Fatevi venire a prendere perché stiamo tutti cercando una maniera per non aver paura, un senso al continuo restare, un parziale risarcimento per essere nati qui.

Perché ogni giorno è il primo giorno del resto della nostra vita. Dobbiamo non attenerci al copione.

Significhiamoci tutto. Tu per me. Io per te.

20110520234246!Restless_2011

P.

Chiedimi dei demoni

“Nessun uomo è un’isola”, ma ogni uomo è un abisso. Lo sa bene la psicoanalisi ed iniziamo a capirlo un po’ tutti. La vita è già ardua percorrerla da illesi, figuriamoci confrontarci coi mostri che abbiamo dentro; e non parlo di quelli sani, ma di quelli oscuri. Quelli che ci avvelenano, che intossicano le nostre scelte o le nostre deviazioni per non scegliere. Non è l’amianto, non è l’alcol, non sono le radiazioni ad infettarci, ma gli strapiombi dell’anima. E per non sentirne l’eco, il ghigno stridulo, ci aggrappiamo a qualsiasi parvenza di ingenua speranza, all’illusione che ci sia una possibilità di liberarcene: una volta è l’amore, un’altra l’amicizia, per alcuni lo stakanovismo lavorativo, per altri il denaro o il volontariato o la droga. Ma i demoni che abbiamo dentro non possono essere scacciati. Li puoi allontanare per il periodo di un sospiro, per il lasso di tempo di un innamoramento, per lo spazio di una risata piena, per la distrazione da intontimento avvinazzato, ma restano lì. A volte cambiano forma, possono organizzarsi in ricordi o in angosce, in attacchi di panico o insonnie, in feroci depressioni o tentacolari malinconie. A volte si fanno voci che ronzano in testa per farti impazzire. Ma possono anche farsi incubi, manifestarsi in allucinazioni, percuoterti in improvvisi indefiniti turbamenti. Oppure si rendono sensazioni, pelle d’oca, spifferi di sventure, noie clandestine, rabbia d’incerta origine, persino creatività. E’ la didattica del male, la clinica del delirio, il rituale dell’esistere.

Chiedimi dei demoni, di come nessuno può essere salvato, di come è facile pronosticare il dolore, di quanto sia loquace il baratro che ci appartiene. Che sia esso il vuoto cosmico, la zavorra di un mondo che non abbiamo brutalizzato noi, che sia la solitudine, che sia l’ignoto, che sia la paura di sposare sentimenti, che sia la riluttanza ad adattarsi, che sia un contorcimento di poesia, che sia il grande indovinello della vita, qualunque cosa sia i demoni ci popolano.

I miei, ad esempio, sono sempre in agguato. Dietro ogni mia realizzazione, ogni mia battaglia, ogni poesia riuscita, ogni battuta piaciuta, ogni sponda d’amore, ogni atto amicale, ogni resurrezione umorale, loro sono in agguato. Restano dentro, inarcati come felini prima di un attacco, latenti, striscianti, rapaci. Qualsiasi bella realtà si metta in mezzo facendomi respirare ed apprezzare questo viaggio, i demoni la intaccano, ci si arrampicano e la strangolano. Vivo veri e propri sortilegi. Incubi nel sonno (nelle quattro ore di sonno giornaliero). Sento percezioni maligne, precipizi ad ogni passo, afflizioni adesive ai sorrisi, momenti di “intrascurabile” dolore. Sento che vengo spintonato verso il punto di non ritorno, verso qualcosa che farà inceppare l’ingranaggio della mente, che colonizzerà di definitiva follia tutto me stesso. Sarò profanato dai demoni. Perché ogni volta tornano più forti di prima, più cattivi, più difficili da respingere, più famelici. Ci provo a combatterli. Con inconsueti cenni d’amore, con la pura ingenuità infantile, con la razionalizzazione, con gli affetti, con gli attimi da distrarre, con la frenesia del fare, con il sangue come unico sentimento, con la brodaglia di versi per esorcizzare il massacro, ma resto eroso. Resto vulnerabile. Un guerrigliero fragile. Un bandito sbandato. Un oceano in secca. Non hanno nomi questi demoni, non basta definirli “depressione”. Non se ne conosce l’origine data la profondità incalcolabile del burrone da dove arrivano. Ma essi vivono. Fanno parte di noi. Ci lacerano, ci condizionano. Ci imprigionano. Ci sbranano.

Chiedimi dei miei demoni e saprai chi sono. Chi c’è dietro questo abuso del sarcasmo e dell’ironia, dietro le mie fughe nella fantasia, dietro l’espansività caratteriale, dietro lo smisurato ego, dietro il tentativo di femminilizzare il mio mondo alla ricerca di legami solo femminili. Chiedimi dei miei demoni e capirai perché sono sempre molto presente ed ogni tanto mi rendo irrintracciabile. Chiedimi dei miei demoni indagando sui tuoi. Specchiatici. Domandami quanta paura ho.

L’atrocità di queste consapevolezze sta nel sapere che la guerra contro l’oscurità ognuno, alla fine, e nonostante il sostegno di figure complici, deve condurla da solo, deve lottare da solo, deve tentare da solo. Non c’è psicologo, non c’è amicizia, non c’è storia d’amore, non c’è conforto nell’arte, non c’è niente e nessuno che può tirarti fuori dal dirupo. I mostri sono i tuoi e devi cacciarli te. E per quanto t’appelli ad alleanze e guizzi di resistenza, i mostri non se ne andranno mai. Magari si faranno temporaneamente da parte, ma torneranno. Tornano sempre. E se sei debole come me, torneranno fino ad ammalarti.

3759178856_60c8b7803a_b

P.

Dopo la fine del mondo

Dedicato alle città colpite dal terremoto nelle Marche – ottobre 2016 – ed a tutti i terremotati del mondo.

Quando guardi la montagna che ti è davanti, che ti porge la sua statura, che ha sentieri di croste e terriccio, la vedi con sudditanza. La ammiri nelle sue recite di silenzi quando fa la finta muta per sembrare senza vita. La osservi e sai che a sua volta quella cima è fissa su di te. E ne ha vista passare di gente come te che le sei un futile pizzicotto sul suo dorso. E te ne stai lì ad un passo dal cielo, sotto lo strusciarsi dello zucchero filato dei nembi, accanto ad occasionali starnuti di vento. Stai lì a cercare cicatrici tra i sassi, erba nuova, una qualche trasmigrazione, il respiro degli alberi, un segno qualsiasi dalla vetta. O ti capita di vedere l’azzurrità prima che vada in brace, così incendiata di tramonto, così vorticosa ed innamorata della giogaia che ti circonda. Uno spettacolo meglio di una serie tv, della tua canzone preferita, della sbornia del sabato, dei selfie al ristorante di sushi, meglio dell’ultima canna che, finalmente, ti concilia un po’ il sonno che hai perso da quando non credi più alle favole. Davanti alla montagna senti in diretta di star vivendo già un ricordo, e quindi uno strappo, una baldoria di malinconie come le cose irrisolte che ti sei portato nello zaino, come la fatica di farcela.

E siccome la ami, la montagna, ci sei tornato. Un anno dopo la fine del mondo. Quando il terremoto decise di ricordarci un sacco di cose e di ricordarcele con la sola espressione a cui è condannato.

Ci sei tornato per un dovere morale, per un richiamo invincibile, per restituire qualcosa dopo aver depredato tanto a questi luoghi. Posti dove da bambino facevi le capriole mentre i tuoi genitori sembravano immortali e gli adulti erano gli adulti e tu avevi fretta di crescere, ma nello stesso tempo non te ne fregava niente perché il buio lo sconfiggevi con la fantasia.

Zone in cui stendersi sui prati con gli amici, fare ottime mangiate, avere un proponimento di libertà. Luoghi dove portavi la fidanzatina perché la pioggia che scende sui monti non la dimentichi più, perché quei baci pieni di futuro di scintillanti speranze, non sono tornati più. Posti dove fare escursioni, recuperare quel battito primordiale incarcerato dalla tecnologia. Località in cui ritrovare un po’ quell’istinto della pietra e del fuoco, quando il mondo era tutto da inventare, quando la storia dell’uomo non era nell’utero dei giorni.

Un anno fa tutto questo è crollato. Venuto giù in un lampo infinito. Le case devastate, pezzi di montagna divelti, ponti sbriciolati, storie uccise, zolle sconquassate, campanili sfregiati di crepe, pensieri giovani funestati di rassegnazione. E un anno dopo, laddove giocavi, amoricchiavi, ti tuffavi in spensieratezze nei lunedì di pasquetta con gli amici, adesso c’è un unico grande cimitero che sembra così uguale al tuo cuore infranto. Così identico alla desolazione che ti porti dentro, così misero e vinto come lo sguardo dei poeti.

Al suolo pietre e membra di abitazioni rotolate nell’oblio. Davanti zone rosse e momenti di un tempo immobilizzato come una Pompei nelle scene di vita a fermo immagine. Fantasmi. E intorno ti volti e sembra ci sia stata la guerra. Invece è stata la fine del mondo. Perché quando a qualcuno gli si uccidono i ricordi ed il proprio posto dell’anima, il mondo finisce.

La contempli, la montagna assolata, pettinata da fiori e fogliame, la segui nella centellinata corsa per bucare l’etra. E ti arrendi. Perché è la sola cosa più nobile da fare. Ti arrendi definitivamente. Per sentire ancora un po’ di vita, per toglierti dalla testa l’acufene quotidiano che riproduce il ghigno di Trump, la malattia di Kim Jong-un, la topaia di questa Italia, la Siria che si squaglia sotto le bombe, l’Africa ridotta a pattumiera. Questo acufene che resta, impertinente, come un sabba, una festa del male che sopprime le voci, gli amori che saranno, quelli che erano, i sogni, e noi. Resta mentre la natura è qui. C’è sempre stata, ci sarà quando l’uomo si estinguerà. La terra è viva, è pettegola, è allergica alla staticità, è fatta di afflati e coinvolgimenti, è frastornata dai colori, è pazza, misteriosa, mamma premurosa e matrigna omicida. La vedi, te ne immergi, ma vedi anche lo Stato. Vedi che un anno dopo il fallimento di democrazie, governi, burocrazie, capitalismi tutto è contro. Non contro l’evoluzione, ma l’elevazione. Elevarsi è una possibilità che ci resta di ribellione e speranza. Ma la speranza è giusto lasciarla agli illusi. Il mondo ha fatto la sua parte. L’hai fatta pure tu con quattro versi del cazzo e tanto egoismo. Ti sei fatto fottere e stai cominciando a marcire perchè sei all’ultimo stadio. Ti è rimasto qualche trasporto d’amore, qualche stramba coincidenza che ti porta a giustificare l’autolesionismo. Ti è rimasto un ultimo atto d’amore fra i tuoi imbarazzanti tentativi di farti amare. Ti è rimasto scrivere. Ti è rimasto il tempo di un addio perché la festa è finita. Non doveva andare così. Non in questo modo. Non in questo mondo.

Guardi la montagna probabilmente per l’ultima volta, per l’ultima giovane estate. Ti consoli nella dignità di questa gente delle Marche che nelle avversità, con fatalismo e forza d’animo, è ancora in piedi. Guardi la Martina ed Andrea, che ti hanno accompagnato, e ti viene voglia di domandargli scusa. Di tutto. Di quello che sei. Di come sei. E invece ti limiti ad un doveroso grazie. Martina ti dice che, qui dove siete ora, la prima attività a riaprire dopo il terremoto è stata il pub. Sembra uno scherzo del destino. Tu ci hai sempre creduto nei pub. Sono stati la tua vera casa e adesso, a breve, la tua tomba. Ma le coincidenze sono stupefacenti per questo.

La vita, se riesci a viverla, è solo un bellissimo modo di morire.

montagna

P.

Piove

Piove. Sono le 19:30 di sabato sera, credo in settembre, non ricordo il numero. Mi sono messo il pigiama di già. Mi aspetta una lunga notte, ma non mondana bensì casalinga. Una traversata insonne a leggere, scrivere, guardare film, compatirmi, immaginare un amore indimenticabile. Non sono triste, però. Anche se me lo chiedo cosa stia facendo della mia vita; se sono approdato al massimo ottenimento del suo significato o no. Perché quello che sto vivendo mi piace assai. Lo trovo eccitante e spericolato, decisamente sopra le righe. Ed io ci sguazzo. Il sabato sera, invece, lascio la scena agli altri. Li lascio tra le luci, le baldorie, il tirar tardi, le macchinate, gli appuntamenti. Io mi godo il disordine della mia camera, le pile di libri sulle due scrivanie, i fumetti sparsi sul letto e per terra, le compresse di passiflora che dimentico sempre di prendere e che quando le prendo non mi fanno nulla.

E’ sabato e piove. Su di me sono passati millenni di foglie cadute per colorare autunni, dolori d’abbandoni, fallimenti amorosi, sangue per la libertà, ossessioni di poesie, tormenti di perdoni da chiedere o dare.

La pioggia lava l’aria mentre ho accumulato storie sospese, ipotesi di futuro, occasioni sprecate, guai inevitabili. Siamo tutti afflitti dai danni del vivere, tutti stanchi, ingenuamente ottimisti, cocciutamente propensi a sbugiardarci. Forse il destino è una scatola vuota o un’inconsolabile perdita di tempo, ma la pioggia mi ricorda quanto è fondamentale cadere. Va bene così, alla fine. Anche se da qualche parte lei non riesce a sentire il tuo amore, anche se non dormirai mai più, anche se te le fanno pagare tutte,. Paghi ogni briciola di felicità che raccogli da avanzi di sentimenti, paghi a caro prezzo. Paghi ogni gratificazione perché porta con sé una battaglia, paghi ogni complimento perché ti devasta. Ed ogni idea riuscita la devi difendere dalle imboscate. Ogni bacio che lasci in un’altra bocca si trascina dietro catene, imperfezioni, lontananze, rimbombi di solitudine.

Piove con tenerezza, ancora. Fa meno male dei ricordi, però. E’ un acquerellarsi in grigio che ti erode il cuore mentre ti capita di pensare a chi non è qui.

Piove pioggia leggera curvando sui tetti e le grondaie, scolando rimpianti e attimi consumati di speranze malriposte. Piovono lacrime tenuemente come brividi, come sospiri di innamorati in attesa, come un lieve volo di pettirosso, come la sfilza di suggestioni che sai di urlare dagli occhi.

Piove. Cadono spilli di cielo, aghi di vita, gocce di nuvole.

Piove la verità. Piove sopra tutto. Sull’anima. Dice tutto di noi. Scivola smarrendosi in ogni cosa come la vita.

E non serve a niente, ma si rende utile. Un po’.

2656007606.14

P-