Domenicale: in diretta dall’Antropocene

(PRIMA PUNTATA). È passata un’altra settimana. Sette giorni di questa era geologica, l’Antropocene. Sfogliamo insieme i momenti salienti di questa ebdomada.

POLITICA:
_ Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nel corso di un incontro con un gruppo di nativi americani, per prendersi gioco della senatrice Elizabeth Warren, che rivendica origini indigene, ha detto, alla delegazione di cui sopra, che la Warren sembra Pocahontas. In questa misera battuta del capo del Congresso, c’è tutta la sua ignoranza razzista e la sua misoginia. Basterebbe ricordare un po’ di Storia: i calcoli dei morti fra gli indiani d’America, dall’arrivo dei colonizzatori, parlano di cifre tra i 50 ed i 100 milioni. Un olocausto. I nativi sono morti per sterminio di massa, per malattie, fame eccetera. Per una cosa del genere (la frase di Trump), per come vorrei andasse il mondo io, in particolare per la rigidità morale che mi aspetto dai politici, il Presidente si sarebbe dovuto dimettere dopo aver chiesto scusa.

_ Berlusconi, chiacchierando con il “maggiordono” Fabio Fazio (chiamarlo giornalista mi sembrerebbe un ossimoro), ha paventato l’idea di candidare alla prossima Presidenza del Consiglio, qualora lui restasse incandidabile per legge, l’ex comandante dei Carabinieri Leonardo Gallitelli. Cosa dire al riguardo? Silvio Berlusconi è un genio. Capovolge tutto il reale in un’iperbole di paradossi. In sostanza, un ottuagenario milionario, condannato in via definitiva per frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita (4 anni di reclusione), quindi un soggetto che per la Giustizia è un disonesto appurato, candida un uomo dello Stato, un carabiniere, alla guida del Paese. Un fuorilegge che tira la volata ad un uomo di legge. E’ un magnifico trucco per abbindolare qualche italiano. Chapeau.

_ Durante l’assemblea plenaria della rete “Como Senza Frontiere”, un gruppo di fascisti ha fatto irruzione ed ha obbligato la platea all’ascolto della lettura di un volantino, scritto da questi esaltati, sul tema della cosiddetta “invasione”. La notizia è la violenza del gesto che preoccupa per il senso di impunità che gli skinead percepiscono. Altrimenti non uscirebbero dai loro covi di svastiche e analfabetismo. Siamo nei pressi del 2018, ed ancora ci tocca vedere, e subire, certe scene. Una noia mortale.

TELEVISIONE
_ Molto seguito ha avuto la telenovela Daniele Bossari – Filippa Lagerback. Il primo, partecipando al grande fratello vip, ha chiesto la mano alla svedese di che tempo che fa. A colorare il tutto, suggestionando milioni di spettatori, le rivelazioni sui due, con lui che ha vissuto una forte depressione e lei che gli è rimasta accanto sostenendo che la rinascita psicologica, di lui, sia dovuta alla partecipazione al reality di mediaset. Una bella favola resa tale dal volto pulito della Filippa che sorride sempre con educazione. La ragazza della porta accanto, insomma.
Io non voglio fare il guastafeste, ma non ci trovo nulla di romantico nel chiedere di sposarsi sotto vigilanza mediatica del gf. E’ la televisione, bellezza. È tutto finto. O quasi. Ci sono dietro contratti, inquadrature concordate, copioni, marketing, obblighi pubblicitari, auditel, business, diritti d’immagine, carriere. Non c’è innocenza in tv. Vi basterebbe andare in uno studio televisivo una volta per rendervene conto. Poi la coppia in questione si sposerà e venderà l’esclusiva a “Chi”: inutile sgranare gli occhi per un fotoromanzo. Ma, d’altronde, la gente ancora mi parla della trasmissione di forum come un momento di verità. Invece recitano attori che ricevono un copione. Attori che ho conosciuto io stesso, tanto per ribadire. Se proprio devo fantasticare d’amore tramite mass media allora, finzione per finzione, lascio alle chiacchiere da parrucchierìa Bossari e Lagerback, e mi vado a rivedere Casablanca o Ufficiale gentiluomo o Love story o Harry ti presento Sally. Nevvero?

Qui pianeta terra. Domenica 3 dicembre 2017. Epoca Antropocene. Si salvi chi può.

FILIPPA LAGERBACK RACCONTA IN ESCLUSIVA A CHI PERCHÈ HA ACCE

P.

Brevi storie tristi

1.

Lei, per impressionarlo: “Sai, io scopo forte”

Lui, per levarsela dalle palle: “Sai, io bevo forte”

2.

Lei: “Non voglio fare quella che tiene il piede in due staffe, scusami, ma ho il ragazzo. Però se vuoi domani ci vediamo”

3.

Lei: “Ma ti sei accorto che se ci provi ci sto?”

Lui: “Sì”

Lei: “E allora che vogliamo fare?”

Lui:“Stavo per attaccarti al muro della libreria, ma poi ho visto che leggi Fabio Volo”

4.

Lei: “Cos’è che non ti piace dell’amore?”

Lui: “Non mi piacciono le conseguenze”

Lei: “Con me sarebbe diverso”

Lui: “Hai tempi comici perfetti”

5.

Lei: “Ma tu sei Peppe Barbera?”

Io: “Sì, ma non è sempre così divertente”

Lei: “Mi piace quello che scrivi. Anche io scrivo”

Io: “Anche a me piace quello che scrivo, il più delle volte. Soprattutto se mi contraddicono”

Lei: “Io scrivo racconti, fiabe per bambini”

Io: “Beh, qualcuno deve pur farlo”

Lei: “Mi piacerebbe farti leggere qualcosa”

Io: “Non sono un editore”

Lei:“Così, per un parere..”

Lui: “Il mio parere cambia dalla quarta birra, di solito non sono affidabile”

A quel punto, la tipa, non so perché, ma con la magliettina si coprì la scollatura. Peccato perché il décolleté era la cosa più interessante di tutta la discussione.

6.

Lei: “Ieri sera sono entrata in camera in perizoma, ma il mio ragazzo ha continuato, imperterrito, a giocare con la play station…Forse dovrei cambiare perizoma”

Io: “Forse dovresti cambiare ragazzo”

7.

Lui: “Mi sono iscritto ad un circolo di lettura”

Io: “Se ti drogassi, ti salveresti”

Lui: “Ma guarda che è bello. Ogni 2 settimane leggiamo un libro insieme e lo commentiamo, è una esperienza”

Io: “Non tutte le esperienze sono belle. Io, ad esempio, sto vivendo l’esperienza di te che racconti un’esperienza che è uno schifo di esperienza”

8.

Lui: “Il cane è il migliore amico dell’uomo”

L’altro: “Ovvio, all’uomo è sempre piaciuto fare il padrone”

Lui: “Ma che c’entra, un animale ti tiene compagnia!”

L’altro: “Sì, ma tu a lui?!”

9.

Lei: “Qual è la tua donna ideale?”

Lui: “Non ne ho”

Lei:“Ma avrai un’idea di come deve essere?”

Lui: “Un fantasma”

10.

Lui: “Perchè dio creò la donna?”

L’altro: “Perché era geloso del Silenzio”

11.

Lei: “Qual è il segreto per non scopare? Vorrei saperlo da te”

Lui: “Non avere peli sulla lingua…anche perché, se ce li hai, presumibilmente hai scopato”

12.

Lui: “Non dire gatto se…”

L’altro: “Se non è un gatto!”

13.

Lei: “Perché io e tu non ci siamo mai messi assieme?”

Lui: “Un giorno mi hai detto che non sopporti chi bestemmia”

14.

L’amica: “Ti ricordi quella volta che non ti sei presentato all’appuntamento con la tipa?”

L’amico: “Impossibile: ma quando?”

L’amica: “Ti sei dimenticato di andarla a prendere perché sei andato a comprare il varnelli che era finito”

L’amico: “Ah, si, qualcosa del genere. E allora?!”

L’amica: “Niente, ma non scopi da allora”

15.

Lei: “Ma cos’è, alla fine, la tua poesia?”

Io: “Tutte le colpe che ci diamo”

seeeee

P.

In mutande

Halloween è passato e ieri sera non ho aperto la porta ai bambini che hanno citofonato per le caramelle. Non potevo interrompere la lettura del fumetto di Crepax. Siamo a novembre ed imperversa un sole micidiale, si squagliano tramonti fluo, la luna si fa notare come il culo di Claudia Koll in “Così fan tutte” di Tinto Brass. In America c’è stato un attentato, e non si capisce quanto sia coinvolto Trump nel “Russiagate” (finirà con l’impeachment?). L’America è grande, staremo a vedere. Intanto la Corea e l’Iran avanzano per il nucleare. La Cina sta per regnare il mondo, l’Europa è vecchia, stanca e piena di ignorantelli nazisti. L’Africa preme e si ribella per essere stata trattata, da noi coloni, come la pattumiera del mondo. Non sono sbarchi; è la rivoluzione nera. E io parteggio con l’Africa, che sia chiaro. Sto con tutti gli ultimi della terra ovunque.

Ma, considerazioni geo-politiche a parte, mi sento un pirata in questi fiumi d’asfalto che sono i marciapiedi della mia città, e non riesco più a stare solo senza la mareggiata che si vede negli occhi dell’amata. Ma non so più neppure stare in compagnia e a volte mi manco tutto per me. Passerà o non passerà mai? Non lo so, comunque per sicurezza mi faccio un pieno di stelle e pazzia e porto avanti quelle quattro scelte sbagliate per avere l’ennesima scusa di vivere le notti più marce, come quelle quando stai così piegato sulla disperazione che persino uno starnuto di vento ti accalda quanto un punch. Tutto questo è vivere o improvvisare? E’ sicuramente il mio unico copione recitato nel teatro della vita. Va bene così: la vita è un gioco che finisce per ucciderti, fatta di esili illusioni e voli d’Icaro per sentire sulla pelle una corsa felice di brividi, per calpestare i sensi fino alla vertigine e passare dal romantico al ridicolo in un attimo. Perché siamo sempre fuori tempo, sovrastati da cenni d’assoluto quando la bellezza ci prevarica.

Me ne sto in mutande, ora. Non mi va neppure di andare a pisciare. Mi piacerebbe all’imbrunire finire dentro il souvenir del mondo e vedere uno sciame di fiocchi di neve sbiancare le strade e gli alberi. Oggi sto così, senza smettere un’immaginazione, senza dimenticare i tuoi baci lasciati come delitti, le rime liliali, l’interminabile lamento del mare, e il più basso inferno in cui hai deposto il mio cuore dopo averlo strappato al sogno di noi. E me ne sto qui in mutande mentre tu te la ridi o ti fai schifo per come sei finita paralizzata dai doveri, chiusa in un circolo vizioso di obblighi e ripetizioni abitudinarie.

Che tramonto stai vedendo adesso? Brulica d’arancione o ha una storia comica? C’è la musica? E il mare li fa i suoi gargarismi con le onde? E lo guardi l’orizzonte che non è un granché come divisorio? Te le ricordi le poesie che intonavo? Ricalcavano il tuo corpo, vaneggiavano di gelsomini e agguati…

Me ne sto in mutande pronto a scrivere gli ultimi inutili versi, pronto a morire, pronto a ricominciare, pronto a scovare un amore nuovo senza ammainare la bandiera della mia libertà. Un amore nuovo in questi avanzi di civiltà, tra Pechino e New York, per perdermi in un trionfo di errori e lingue intrecciate, asserragliate nella trincea del destino. Fino a rendere tutto fenomenale. Fenomenale come il rosa dei fenicotteri, la danza dei cigni, il riverbero dell’ignoto, la squisitezza della tua assenza, le concessioni del cosmo, la tua schiena nuda chinata davanti a me.

Qui si vive a quanto sembra, si tira avanti tra un herpes e le convulsioni dell’ansia, tra un’insonnia e quel qualcosa che ti mette il capriccio del sesso. Qui si vive, ci si battaglia dentro, si divampa come redivive galassie, si è superstiti di quotidianità nodose, di disseminate mancanze.

Qui si vive ancora e ci si incrocia gli sguardi per estorcerci affetto, per calibrare pozioni d’amore, per un itinerario di rampe di baci e malintesi di poesia.

Qui si vive a quanto sembra. Mentre me ne sto in mutande. Pronto a tutto. Al gran finale. All’autenticità più violenta. A me e a te. A te senza me. A me che deturpo preghiere e non guarisco dall’innocenza.

A me che sono la tua giovinezza nonostante me.

buk

P.

Cospirando speranze

Spero per voi che impazzirete. Che vi troverete un destino rumoroso di libertà. Un futuro trasparente quanto il gioco del sogno. Spero non lascerete in eredità dogmi fallibili o rimpianti. Mi auguro avrete un miracolato sfondo di bellezza, una cornucopia di ricordi d’amore, una luna ancora da contemplare. Spero che abbandonerete ogni sciocca saggezza, i finti rimedi sentimentali, la vostra insopportabile voglia di ordine. Spero che perderete la superficialità di ogni cerimonia, che non troverete più differenze tra umani, che non perdonerete questa vita, che vi rivolgerete alla leggerezza lambendola, che ostruirete ogni arteria del pregiudizio. Spero che canterete a memoria la bontà della follia, che conterete i minuti passati in compassionevole benevolenza. Mi auguro di vedervi cadere, inciampare in qualche abbraccio servito ad aprire il paradiso. Spero che sarete notizie di cinema pieni, di controversie cessate, di lucidi insegnamenti da un dolore. Spero che cambierete tutto, spaccherete tutto, sconvolgerete tutto, incontrerete mani, fiorirete rose, ucciderete soluzioni facili, sarete il preludio alla fantasia. Spero vi pioverete poesie, girerete valzer, conoscerete giovinezze, sfonderete lentezze, rallegrerete gli ultimi, avvicenderete progetti, smalizierete entusiasmi, raggiungerete apici di sconcezze. Mi auguro vi masturberete, suonerete jazz, abbatterete muri, tralascerete esigenze, succhierete la polpa dell’estasi. Mi auguro non lascerete indietro un bicchiere, non piangerete inutilmente, non chinerete mai più il capo, non declinerete leccornie, non leggerete Moccia, non riporrete fiducia nei capi-popolo. Spero piscerete all’aperto, proporrete suggestioni, acconcerete ricci di nuvole, vi ricorderete di santificare lo sperma. Spero aprirete le finestre e mangerete moscerini, cucinerete piccante, commetterete peccati, vi affratellerete agli alberi, busserete alla porta della costruzione di un amore. Spero isserete altari di ingenuità, praticherete pantomime alla arlecchino, spero consumerete paradisi artificiali, morderete fragole e panna, farete surf sull’orizzonte, vi distruggerete di incanti. Spero crollerete di meraviglie, goderete di vertigini, intuirete mescolanze, obbligherete il mare come sanno fare le sirene. Spero finirete in abissi d’immensità, frugherete il sangue nelle vene, spargerete saliva di baci, annetterete gli uomini difficili, quelli che hanno personalità affascinante. Spero disobbedirete, spero rientrerete tardi a casa, spero riavrete i venti anni, spero musicherete i tramonti, scuoterete gli allocchi, abbronzerete il sole, terrete con voi il mutismo poetico dei lampioni al molo. Spero cercherete l’introvabile, tratterrete respiri da innamorati, spero vi scapiglierete.

Mi auguro narrerete di rivalse e resilienza, vi incapriccerete, sarete disadattati, sarete evasi, sarete esiliati, sarete rinnegati, sarete pecora nera. Spero sarete oriente ed occidente, nord e sud, vento e immutabilità, baldorie e tenerezze. Spero eviterete le file, spero rinnegherete i numeri, abbasserete le urla, vi ferirete di lussureggianti stelle. Spero chiederete sapere, naufragherete in malinconie di artista, riderete, berrete ve la spasserete, vi perderete. Spero vi darete la mano, non farete cerchi perfetti, diffiderete delle icone plastiche, indottrinerete alla volontà di trasalire, scherzerete ai funerali, caldeggerete l’eros, concluderete cose sconclusionate, conoscerete persone e non gente, sbriciolerete loghi, laverete via i servi di partito, getterete sassi alla finestra dell’innamorata, patrocinerete amicizie, squarcerete aurore boreali, vi ammalerete di perdizioni, non ascolterete razionalità. Spero non nasconderete l’oro della dignità, spero appenderete al chiodo il fregarsi degli altri, vi torcerete di sentimenti, vi corroderete di avventure, vi dimissionerete da voi stessi.

Tutto questo spero, tutto questo essere o non essere, tutto questo utopico deragliare. Tutto questo schiantarsi dentro al cosmo. Tutto questo iniziare per non perire. Un nuovo giorno, dosi di felicità, ossigeno.

Tutto questo ergersi poesia. Perché la poesia è il bondage dell’anima. E se non ti fai male non sei mai stato qui.

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P.

Per non sentire freddo

Sarebbe bello dirci che non moriremo più, o che creperemo e torneremo per sfottere la vita con un giro di tango. Invece siamo ancora qui a sceglierci per sbaglio. Un po’ tappezzandoci d’illogico azzurro, un po’ tremando di eternità.

E quindi? Quindi un cazzo!

Andiamo avanti: patetici, scivolando negli errori, esplodendo di sogni arrugginiti, così claustrofobici chiusi nell’ascensore delle incertezze.

Io sono al pub stasera. A non inventarmi nulla tranne un inverno attuabile, tranne un segno possibile di amore che passi sopra i marciapiedi e non si degradi alla prima pioggia.

Sono al pub perché la ragione non è strettamente fondamentale.

La ragazzina al lavoro, da dietro il bancone, mi chiede cosa sto scrivendo ed ho pudore a dirle che sono un poeta. Le faccio un ghigno e le dico che ho un blog da 11 anni e che non è poi così importante. E lei mi domanda, quasi a leggermi negli occhi, se mi piace la poesia. Ancora una volta le nego parte della verità e non le spiego che la poesia è tutta la mia vita. Le mormoro un semplice “mi piace”.

Ma stasera non è aria, non sono intenzionato a conversare. Voglio solo scrivere. Scrivere, ad esempio, che per me dio non può più nulla, non è più necessario ormai. Scrivere di come eravamo, di come siamo sfortunati in gioco ed in amore, di come cerchiamo distrazioni per congelare il dolore che rovesciamo di continuo. Ho voglia di scrivere le nostre storie appese a un filo, degli operai che si chiudono alle spalle la porta di casa alle sei del mattino. Io desidero scrivere i bagni di birra in cui vedo nuotare quei poveri cristi quali siamo. Scriverò delle tue rughe che sono canzoni, delle volte che nascondi un brufolo sotto il fondotinta, di quando senti che il tempo passa e la nutella non è più nella credenza. Di come lecchi il cucchiaino per il dolce al ristorante. Voglio scrivere delle svolte rimandate, delle sere che vale la pena tirar mattino, del caffè che non hai mai imparato a fare bene, del tuo compagno che non si ricorda di dirti che sei bella. Voglio scrivere della fiducia verso l’istinto e della sfiducia nei riguardi della saggezza. Voglio scrivere di te e riempire quella tua valigia vuota, che pesa proprio perché non ci metti mai nulla anche se dici che vorresti partire. Voglio scrivere di quello che so di te e che nessuno capisce. Voglio sgranare le parole per assisterti ad ogni sosta, ogni volta che t’arresti e tieni a stento un equilibrio. Voglio scrivere di quando ti tocchi, dei tuoi capelli che riposano nel miele, delle tue cosce aperte per rimandare di un giorno il senso di fine. Voglio scrivere di cortei e rivoluzioni, ma senza armi o slogan di partito. Voglio elogiare lo scarafaggio e il topo, la risata dietro al boccale, tu quando perdi il sonno e guardi fuori da dietro la persiana accendendoti una sigaretta. Voglio scrivere dei fallimenti, dei cilindri truccati dei maghi, degli abracadabra del destino, delle estemporanee carezze o le abitudinarie pacche sulle spalle. Di quando stiamo insieme in un principio di energia che sembra buono, che sembra bello, che è erotico. Voglio scrivere degli anziani abbandonati, dei disabili, delle fenditure dell’anima dei cattivi e di come i più cattivi siano i bravi. Voglio scrivere di amori involuti, traditi, rimasti platonici e potenti, dei pregiudizi infondati, della luna sopra i coppi quando ci viene più vicina per lasciarci più indecisi.

Voglio scrivere dell’umanità che siamo, delle nostre miserie ed epicità, delle vigliaccherie e dei riscatti, dei finali aperti e dei lutti annunciati, dell’orizzonte quando sfiora il crollo, del ricominciare con l’ostinazione di una tartaruga che vuole guadagnare il mare.

Voglio scrivere di questa follia che ci macera,ma nello stesso tempo ci tiene in piedi. Non ci sono altre vie per tenere botta, non ci sono altre opzioni se non la malattia. L’idea non è guarire, ma ammalarsi. Con la poesia è un po’ più facile, ma più crudele. Saresti la benvenuta, saresti il benvenuto.

Di questo scriverò. Per smetterla di sentire freddo.

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P.

Il mio Manifesto Romantico in caso di amore

Sarà questo asfalto rugato di crepe o l’odierno sole che non ha salvato neppure questa mattina, che penso a noi. A quanta fatica faremo se decideremo di non farci bastare niente dell’amore. Sono stato un uomo colpevole, ho passato viali di lividi ed inferto crudeltà. Non sono bravo ad amare senza devastare l’anima. Tutto deve essere rivoluzione per me, un sottosopra onirico, un estremo, lungo, addio.

Sarà l’odore del caffè che fuma dalla tazzina smussata, sarà la gatta che continua a fissarmi, ma penso a noi. A noi che potremo vedere cento lune e andare sui carboni ardenti, a noi che potremo farci jazz e improvvisare tutto senza futuro. Perché l’amore so viverlo solo così; delicato, ma virile, selvaggio e romantico, imbastardito ed erotico, decostruendo e non costruendo, issandoci tronfi di albe, inabissandoci perduti nel bisogno di malinconia. Non ti prometto nulla di vittorioso in questo amore, ma soltanto la purezza di un rovo di parole impiccatesi per la poesia. Ti prometto che ci sembrerà di essere liberi perché saremo la libertà stessa. Non ti prometto disciplina, non giurerò ipocrisie, non mi farò addomesticare e non addomesticherò te. Ti prometto di stentare, di inciampare, di avere strani silenzi creativi, di portarti al mare e di non difenderti da me. Ti prometto mistero, tuffi nelle notti, crepacuori, vino dappertutto, carnalità. Ti prometto irriverenza ed attimi fuggenti che lasceremo passare, prometto sorsi lenti nei miraggi e rabbia ribelle ed incosciente.

Sarà che ho scoperto che non me ne frega niente della saggezza, sarà che mi somigliano gli ideali che lasciamo morire, sarà che i segni mi incurvano le cicatrici, sarà che sei così bella che la guerra nucleare dovrebbero farla per te. Una strage. Un olocausto solo per te. Perché o sei con me o nessuno al mondo dovrebbe sopravvivere. Perché io per te, prima ancora di conoscerti, sono morto tante volte come è morto l’immenso in ogni suo spigolo, come muoiono le campagne sotto i morsi digrignanti del gelo. E morirò per te crepando spiaggiato come una balenottera, creperò come la pioggia quando si arrende e cade. Io c’ero per te e tu manco eri nata ed ho visto le estati prima di te fino ad ora, perché adesso l’ultima mia estate sei tu. E ti berrò fino all’ulcera, fino alla cirrosi, fino alla fine che spazza via ogni maledizione e lascia gli altri a rimuginare su come perdono tempo senza un amore così.

Ecco cosa saremo, quello che ti prometto; bestemmie sane, piene, vanitose, orgogliose di rifiutare dio. Ti prometto nessuna sedazione, ti prometto che ti leccherò come fa il vento con le dune mosse del deserto, che ci consumeremo nella gloria della vita così sbagliata, così avvinghiata all’oro delle nostre ombre, così carica di spasmi, così furoreggiante nelle coincidenze.

Sarà questo incontrario, questa botta d’allegria, questo tacere mondi, questo perpetuo volare, ma io so soltanto amare coi calici in alto, con la pelle tesa al coito, con l’aria che porta scompiglio, con il gusto del pericolo, con mancanza di cautele e mosso da frenesie di baci. Ci faremo pianoforte e quindi musica, perché c’era la musica la prima volta che ti ho vista arrivare, e non importa se non ricordo la canzone, mi resta la memoria che mi ero innamorato e non lo sapevo. Non voglio conoscerti adesso perché ti conosco già. Non è poi così importante sapere chi siamo, conta solo viverci e allontanarci dal mio e dal tuo buio. Dal grande buio.

Questo posso prometterti; che ce ne andremo via, che sarà romantico e guasto, che sarà possibile, che ci solleveremo prima di essere sconfitti.

Adesso, però, “vattene che mi manca la tua assenza”

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P.