Cospirando speranze

Spero per voi che impazzirete. Che vi troverete un destino rumoroso di libertà. Un futuro trasparente quanto il gioco del sogno. Spero non lascerete in eredità dogmi fallibili o rimpianti. Mi auguro avrete un miracolato sfondo di bellezza, una cornucopia di ricordi d’amore, una luna ancora da contemplare. Spero che abbandonerete ogni sciocca saggezza, i finti rimedi sentimentali, la vostra insopportabile voglia di ordine. Spero che perderete la superficialità di ogni cerimonia, che non troverete più differenze tra umani, che non perdonerete questa vita, che vi rivolgerete alla leggerezza lambendola, che ostruirete ogni arteria del pregiudizio. Spero che canterete a memoria la bontà della follia, che conterete i minuti passati in compassionevole benevolenza. Mi auguro di vedervi cadere, inciampare in qualche abbraccio servito ad aprire il paradiso. Spero che sarete notizie di cinema pieni, di controversie cessate, di lucidi insegnamenti da un dolore. Spero che cambierete tutto, spaccherete tutto, sconvolgerete tutto, incontrerete mani, fiorirete rose, ucciderete soluzioni facili, sarete il preludio alla fantasia. Spero vi pioverete poesie, girerete valzer, conoscerete giovinezze, sfonderete lentezze, rallegrerete gli ultimi, avvicenderete progetti, smalizierete entusiasmi, raggiungerete apici di sconcezze. Mi auguro vi masturberete, suonerete jazz, abbatterete muri, tralascerete esigenze, succhierete la polpa dell’estasi. Mi auguro non lascerete indietro un bicchiere, non piangerete inutilmente, non chinerete mai più il capo, non declinerete leccornie, non leggerete Moccia, non riporrete fiducia nei capi-popolo. Spero piscerete all’aperto, proporrete suggestioni, acconcerete ricci di nuvole, vi ricorderete di santificare lo sperma. Spero aprirete le finestre e mangerete moscerini, cucinerete piccante, commetterete peccati, vi affratellerete agli alberi, busserete alla porta della costruzione di un amore. Spero isserete altari di ingenuità, praticherete pantomime alla arlecchino, spero consumerete paradisi artificiali, morderete fragole e panna, farete surf sull’orizzonte, vi distruggerete di incanti. Spero crollerete di meraviglie, goderete di vertigini, intuirete mescolanze, obbligherete il mare come sanno fare le sirene. Spero finirete in abissi d’immensità, frugherete il sangue nelle vene, spargerete saliva di baci, annetterete gli uomini difficili, quelli che hanno personalità affascinante. Spero disobbedirete, spero rientrerete tardi a casa, spero riavrete i venti anni, spero musicherete i tramonti, scuoterete gli allocchi, abbronzerete il sole, terrete con voi il mutismo poetico dei lampioni al molo. Spero cercherete l’introvabile, tratterrete respiri da innamorati, spero vi scapiglierete.

Mi auguro narrerete di rivalse e resilienza, vi incapriccerete, sarete disadattati, sarete evasi, sarete esiliati, sarete rinnegati, sarete pecora nera. Spero sarete oriente ed occidente, nord e sud, vento e immutabilità, baldorie e tenerezze. Spero eviterete le file, spero rinnegherete i numeri, abbasserete le urla, vi ferirete di lussureggianti stelle. Spero chiederete sapere, naufragherete in malinconie di artista, riderete, berrete ve la spasserete, vi perderete. Spero vi darete la mano, non farete cerchi perfetti, diffiderete delle icone plastiche, indottrinerete alla volontà di trasalire, scherzerete ai funerali, caldeggerete l’eros, concluderete cose sconclusionate, conoscerete persone e non gente, sbriciolerete loghi, laverete via i servi di partito, getterete sassi alla finestra dell’innamorata, patrocinerete amicizie, squarcerete aurore boreali, vi ammalerete di perdizioni, non ascolterete razionalità. Spero non nasconderete l’oro della dignità, spero appenderete al chiodo il fregarsi degli altri, vi torcerete di sentimenti, vi corroderete di avventure, vi dimissionerete da voi stessi.

Tutto questo spero, tutto questo essere o non essere, tutto questo utopico deragliare. Tutto questo schiantarsi dentro al cosmo. Tutto questo iniziare per non perire. Un nuovo giorno, dosi di felicità, ossigeno.

Tutto questo ergersi poesia. Perché la poesia è il bondage dell’anima. E se non ti fai male non sei mai stato qui.

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P.

Il mio Manifesto Romantico in caso di amore

Sarà questo asfalto rugato di crepe o l’odierno sole che non ha salvato neppure questa mattina, che penso a noi. A quanta fatica faremo se decideremo di non farci bastare niente dell’amore. Sono stato un uomo colpevole, ho passato viali di lividi ed inferto crudeltà. Non sono bravo ad amare senza devastare l’anima. Tutto deve essere rivoluzione per me, un sottosopra onirico, un estremo, lungo, addio.

Sarà l’odore del caffè che fuma dalla tazzina smussata, sarà la gatta che continua a fissarmi, ma penso a noi. A noi che potremo vedere cento lune e andare sui carboni ardenti, a noi che potremo farci jazz e improvvisare tutto senza futuro. Perché l’amore so viverlo solo così; delicato, ma virile, selvaggio e romantico, imbastardito ed erotico, decostruendo e non costruendo, issandoci tronfi di albe, inabissandoci perduti nel bisogno di malinconia. Non ti prometto nulla di vittorioso in questo amore, ma soltanto la purezza di un rovo di parole impiccatesi per la poesia. Ti prometto che ci sembrerà di essere liberi perché saremo la libertà stessa. Non ti prometto disciplina, non giurerò ipocrisie, non mi farò addomesticare e non addomesticherò te. Ti prometto di stentare, di inciampare, di avere strani silenzi creativi, di portarti al mare e di non difenderti da me. Ti prometto mistero, tuffi nelle notti, crepacuori, vino dappertutto, carnalità. Ti prometto irriverenza ed attimi fuggenti che lasceremo passare, prometto sorsi lenti nei miraggi e rabbia ribelle ed incosciente.

Sarà che ho scoperto che non me ne frega niente della saggezza, sarà che mi somigliano gli ideali che lasciamo morire, sarà che i segni mi incurvano le cicatrici, sarà che sei così bella che la guerra nucleare dovrebbero farla per te. Una strage. Un olocausto solo per te. Perché o sei con me o nessuno al mondo dovrebbe sopravvivere. Perché io per te, prima ancora di conoscerti, sono morto tante volte come è morto l’immenso in ogni suo spigolo, come muoiono le campagne sotto i morsi digrignanti del gelo. E morirò per te crepando spiaggiato come una balenottera, creperò come la pioggia quando si arrende e cade. Io c’ero per te e tu manco eri nata ed ho visto le estati prima di te fino ad ora, perché adesso l’ultima mia estate sei tu. E ti berrò fino all’ulcera, fino alla cirrosi, fino alla fine che spazza via ogni maledizione e lascia gli altri a rimuginare su come perdono tempo senza un amore così.

Ecco cosa saremo, quello che ti prometto; bestemmie sane, piene, vanitose, orgogliose di rifiutare dio. Ti prometto nessuna sedazione, ti prometto che ti leccherò come fa il vento con le dune mosse del deserto, che ci consumeremo nella gloria della vita così sbagliata, così avvinghiata all’oro delle nostre ombre, così carica di spasmi, così furoreggiante nelle coincidenze.

Sarà questo incontrario, questa botta d’allegria, questo tacere mondi, questo perpetuo volare, ma io so soltanto amare coi calici in alto, con la pelle tesa al coito, con l’aria che porta scompiglio, con il gusto del pericolo, con mancanza di cautele e mosso da frenesie di baci. Ci faremo pianoforte e quindi musica, perché c’era la musica la prima volta che ti ho vista arrivare, e non importa se non ricordo la canzone, mi resta la memoria che mi ero innamorato e non lo sapevo. Non voglio conoscerti adesso perché ti conosco già. Non è poi così importante sapere chi siamo, conta solo viverci e allontanarci dal mio e dal tuo buio. Dal grande buio.

Questo posso prometterti; che ce ne andremo via, che sarà romantico e guasto, che sarà possibile, che ci solleveremo prima di essere sconfitti.

Adesso, però, “vattene che mi manca la tua assenza”

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P.

Gli anni dei ricordi

Ultimamente, rileggendo i miei pezzi recenti, mi sto accorgendo che scrivo dicendo cose come se fossi un vecchio. Comunico pensieri e frasi come se stessi all’ultima spiaggia, alterno sentenze cacate con la pedanteria di una predica da nonno, a lasciti testamentari di vario genere. Ed ho notato, sempre recentemente, di essere più prolifico nello scrivere, come se avessi urgenza di riferire le ultime volontà prima di venire fagocitato. Insomma, vi parlo di continuo della morte e tento, ridicolmente, di concludere una sorta di eredità letteraria. Per dirla più razionalmente: sono diventato patetico. A 38 anni. E nonostante continuo a mettere al letto ventenni piagnucolosi, nonostante corro ancora dietro alle sottane, e nonostante le ossa indolenzite porto la mia carcassa ovunque ci sia caos, baldoria, emozioni. Sono vecchio, ma non lo sono. Solo che il mio cinismo ha al momento il sopravvento e temo che ciò in cui speravo, ovvero di diventare un affascinante sessantenne brizzolato, con barba ieratica e carisma come se piovesse, seduto al bancone, birra in mano e lo sguardo di chi ne ha viste tante, non accadrà. Non ci arriverò ai 60. Me ne andrò altrove in tempi brevi, fatevene una ragione ed iniziate, appunto, a farci il callo. Non che sia così importante per voi la mia dipartita, ma per me lo è. E se potessi scegliere, cari lettori, beh, fra me e voi spero moriate prima voi. Tiè.

Ebbene, qui nella mia stanza s’è depositata la polvere che, nel mio caso, siccome tutto mi duole, è polvere da sparo. Ho cambiato pelle talmente tante volte che la scorza epidermica non si distingue più dalle ecchimosi. Un tutt’uno con l’anima innevata di abrasioni. Non mi è rimasto tanto, ragazze mie, amiche, amanti, fidanzate, ex, porche e santarelline (sempre porche come me), mie donne ricolme di rumori di comete. Non mi è rimasto molto. Sembro la piantina quasi del tutto seccata lasciata incustodita sul terrazzo. Ci siamo divisi il mondo io e voi femmine fino a quando la storia non ci ha superati. Sono stato il vostro poeta preferito, quello a cui avete parlato di voi senza i filtri delle bugie con cui vi difendete dagli altri maschi. Ci siamo divisi la pioggia ed il sale sulle ferite. Ci siamo fidati, preoccupati, ma non troppo, di questo strambo amarci. Era solo poesia, mie muse. Era solo la poesia. E ora che sto per passare a peggior non vita, voglio farvi vedere come stanno bruciando i miei occhi, come un solo minuto in cui resterete in più a fissarmeli, sarà per me un tempo infinito di miracolo, un’altra rapina, un altro bottino da respirare. Un atto d’amore per ruttare in faccia a questo iniziato congedo dall’esistenza. Sono stato uno spermatozoo abile quanto Usain Bolt, determinato a fecondare per nascere, ostinato, e poi sono nato già con idee strane; stavo impiccandomi col cordone ombelicale. È andata così. Un po’ a cazzo di cane, ma è stato folle divertirsi. E noi, ce la siamo sempre spassata.

Quando ti avvicini alla morte ti sovrastano i ricordi. Che cos’è un fine vita, se non gli anni dei ricordi? Io ricordo che all’asilo mi piaceva il minestrone della mensa. Che quando ero piccolino e passavo a trovare mio cugino, zia e zio si baciavano in bocca innamorati ed io giravo la testa timido e imbarazzato. Mi ricordo che, quando abitavo nel quartiere di San Marone, qui a Civitanova Marche, mi piaceva addormentarmi col rumore della lavatrice. Mi ricordo che se avevo la febbre mio padre, tornando dal lavoro, mi portava una macchinina. Mi piacevano le macchinine. Mi piaceva avere la febbre e non andare a scuola. Mi ricordo che di nascosto salivo sui tetti dei palazzi che non conoscevo e camminavo sui coppi rischiando di cadere. Mi piaceva quell’urgenza di sentire la vertigine. Ho sempre cercato la vertigine nelle cose che ho vissuto; negli amori, nella poesia, in tutto. Mi ricordo che al cinema andavo a vedere i western, Bud Spencer e Terence Hill, Et, Pozzetto, Banfi, Benigni, Nuti, Boldi…mi ricordo le seghe che mi sono fatto pensando a Catherine Bach, la Daisy Duke della serie Hazard.

Sono stato, su questa terra, cristallo e tempesta. Ho mischiato la saliva nei sottoscala bui, parlato coi silenzi nei viali alberati, devastato la coscienza in qualche cantina, immaginato la vita come uno stato apparente e ne ho avuto comunque smania. A volte ho approvato gli orrori in cui mi sono intrappolato, a volte sono fuggito dalla felicità. Sarebbe stata noiosa, alla fine.

Ed eccomi qua, che mi spengo piano, ma bruscamente. Qui è passato l’amore. Mai monodose, mai sigillato, mai rifiutato. E adesso passo io, come altri prima di me. E’ quasi finita, sorridetevi coi sorrisi. C’è ancora tempo per un’ultima poesia. La vostra.

P.

Dopo la fine del mondo

Dedicato alle città colpite dal terremoto nelle Marche – ottobre 2016 – ed a tutti i terremotati del mondo.

Quando guardi la montagna che ti è davanti, che ti porge la sua statura, che ha sentieri di croste e terriccio, la vedi con sudditanza. La ammiri nelle sue recite di silenzi quando fa la finta muta per sembrare senza vita. La osservi e sai che a sua volta quella cima è fissa su di te. E ne ha vista passare di gente come te che le sei un futile pizzicotto sul suo dorso. E te ne stai lì ad un passo dal cielo, sotto lo strusciarsi dello zucchero filato dei nembi, accanto ad occasionali starnuti di vento. Stai lì a cercare cicatrici tra i sassi, erba nuova, una qualche trasmigrazione, il respiro degli alberi, un segno qualsiasi dalla vetta. O ti capita di vedere l’azzurrità prima che vada in brace, così incendiata di tramonto, così vorticosa ed innamorata della giogaia che ti circonda. Uno spettacolo meglio di una serie tv, della tua canzone preferita, della sbornia del sabato, dei selfie al ristorante di sushi, meglio dell’ultima canna che, finalmente, ti concilia un po’ il sonno che hai perso da quando non credi più alle favole. Davanti alla montagna senti in diretta di star vivendo già un ricordo, e quindi uno strappo, una baldoria di malinconie come le cose irrisolte che ti sei portato nello zaino, come la fatica di farcela.

E siccome la ami, la montagna, ci sei tornato. Un anno dopo la fine del mondo. Quando il terremoto decise di ricordarci un sacco di cose e di ricordarcele con la sola espressione a cui è condannato.

Ci sei tornato per un dovere morale, per un richiamo invincibile, per restituire qualcosa dopo aver depredato tanto a questi luoghi. Posti dove da bambino facevi le capriole mentre i tuoi genitori sembravano immortali e gli adulti erano gli adulti e tu avevi fretta di crescere, ma nello stesso tempo non te ne fregava niente perché il buio lo sconfiggevi con la fantasia.

Zone in cui stendersi sui prati con gli amici, fare ottime mangiate, avere un proponimento di libertà. Luoghi dove portavi la fidanzatina perché la pioggia che scende sui monti non la dimentichi più, perché quei baci pieni di futuro di scintillanti speranze, non sono tornati più. Posti dove fare escursioni, recuperare quel battito primordiale incarcerato dalla tecnologia. Località in cui ritrovare un po’ quell’istinto della pietra e del fuoco, quando il mondo era tutto da inventare, quando la storia dell’uomo non era nell’utero dei giorni.

Un anno fa tutto questo è crollato. Venuto giù in un lampo infinito. Le case devastate, pezzi di montagna divelti, ponti sbriciolati, storie uccise, zolle sconquassate, campanili sfregiati di crepe, pensieri giovani funestati di rassegnazione. E un anno dopo, laddove giocavi, amoricchiavi, ti tuffavi in spensieratezze nei lunedì di pasquetta con gli amici, adesso c’è un unico grande cimitero che sembra così uguale al tuo cuore infranto. Così identico alla desolazione che ti porti dentro, così misero e vinto come lo sguardo dei poeti.

Al suolo pietre e membra di abitazioni rotolate nell’oblio. Davanti zone rosse e momenti di un tempo immobilizzato come una Pompei nelle scene di vita a fermo immagine. Fantasmi. E intorno ti volti e sembra ci sia stata la guerra. Invece è stata la fine del mondo. Perché quando a qualcuno gli si uccidono i ricordi ed il proprio posto dell’anima, il mondo finisce.

La contempli, la montagna assolata, pettinata da fiori e fogliame, la segui nella centellinata corsa per bucare l’etra. E ti arrendi. Perché è la sola cosa più nobile da fare. Ti arrendi definitivamente. Per sentire ancora un po’ di vita, per toglierti dalla testa l’acufene quotidiano che riproduce il ghigno di Trump, la malattia di Kim Jong-un, la topaia di questa Italia, la Siria che si squaglia sotto le bombe, l’Africa ridotta a pattumiera. Questo acufene che resta, impertinente, come un sabba, una festa del male che sopprime le voci, gli amori che saranno, quelli che erano, i sogni, e noi. Resta mentre la natura è qui. C’è sempre stata, ci sarà quando l’uomo si estinguerà. La terra è viva, è pettegola, è allergica alla staticità, è fatta di afflati e coinvolgimenti, è frastornata dai colori, è pazza, misteriosa, mamma premurosa e matrigna omicida. La vedi, te ne immergi, ma vedi anche lo Stato. Vedi che un anno dopo il fallimento di democrazie, governi, burocrazie, capitalismi tutto è contro. Non contro l’evoluzione, ma l’elevazione. Elevarsi è una possibilità che ci resta di ribellione e speranza. Ma la speranza è giusto lasciarla agli illusi. Il mondo ha fatto la sua parte. L’hai fatta pure tu con quattro versi del cazzo e tanto egoismo. Ti sei fatto fottere e stai cominciando a marcire perchè sei all’ultimo stadio. Ti è rimasto qualche trasporto d’amore, qualche stramba coincidenza che ti porta a giustificare l’autolesionismo. Ti è rimasto un ultimo atto d’amore fra i tuoi imbarazzanti tentativi di farti amare. Ti è rimasto scrivere. Ti è rimasto il tempo di un addio perché la festa è finita. Non doveva andare così. Non in questo modo. Non in questo mondo.

Guardi la montagna probabilmente per l’ultima volta, per l’ultima giovane estate. Ti consoli nella dignità di questa gente delle Marche che nelle avversità, con fatalismo e forza d’animo, è ancora in piedi. Guardi la Martina ed Andrea, che ti hanno accompagnato, e ti viene voglia di domandargli scusa. Di tutto. Di quello che sei. Di come sei. E invece ti limiti ad un doveroso grazie. Martina ti dice che, qui dove siete ora, la prima attività a riaprire dopo il terremoto è stata il pub. Sembra uno scherzo del destino. Tu ci hai sempre creduto nei pub. Sono stati la tua vera casa e adesso, a breve, la tua tomba. Ma le coincidenze sono stupefacenti per questo.

La vita, se riesci a viverla, è solo un bellissimo modo di morire.

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P.

Il treno che non fa ciuff-ciuff

Forse è la prima volta che quando prendo il treno penso che non è vero che faccia ciuff-ciuff. Non che sia importante, ma sono qua e mi sta simpatico persino il controllore. Forse perché è paziente dato che ho dimenticato di fare il biglietto perché i binari mi piacciono, mi ricordano il film Stand by me, mi ricordano la mia imfanzia passata a rischiare la vita di continuo.

“Non ho obliterato nulla, mi scusi, scendo alla prossima”

_”Ha bevuto?”

_”No. Sì, e molto”

_”Ok, ma scenda alla prossima”

La cinese davanti a me è dolcissima, proprio bella. Ma la lascio in pace, non ci ameremo, purtroppo. Però io sono qui e lei è davanti a me e la Cina mi affascina. Guideranno il mondo i cinesi e sono così chiusi che vorrei scalfire qualcosa oltre ogni insignificante “Ristorante Pechino”.

Il treno va senza fare ciuff-ciuff e balla sulle rotaie sobbalzando il mio fegato che forse non è più il mio, ma di Gascoigne. In ogni caso mi rendo conto di fissare la ragazzetta cinese perché cerco di scacciarti dagli occhi. Me li hai colonizzati. Conosco soltanto te. Penso solamente a te con tutta la voglia di portarti dentro i sentimenti di tutti i poeti di tutti i secoli. Perché i poeti sono cavalli zoppi e perdenti che nitriscono parole diventando unicorni. È lì che voglio portarti, è lì che aspetterò un tuo sorriso ed il perdono di Cupido. Penso solamente a te. A dove condurti oltre i miei incubi che vorrei negarti , ma so già te ne farò carico per allontanarti. Perché il mio amore giammai ti lascerà illesa. Ti inchioderò a certe nebbie, a certi attimi di fango ed ansie, a maremoti di crudeltà perché questo fa la poesia se ti bacia. E’ una ferita da portare. Questo sarà il mio amore: la cicatrice di un sogno,l’ambasciata del buio, i confini dell’inferno, ma anche tutti i pianti d’amore spudoratamente gioiosi, incredibilmente bastevoli, assolutamente assoluti.

Il treno non fa ciuff-ciuff. Devo ricordarmi di scendere alla prossima. Vorrei un abbraccio, ma se lo chiedo diranno che sono ubriaco e molesto. È solo un abbraccio, è solo l’universo che scrolla il pulviscolo, è solo il battito di un tempo fuori tempo, è solo una concessione cosmica per tratteggiare il silenzio di un amore. Il treno non fa ciuff-ciuff. La cinese ha un profilo che sfida Venere. Ma io bramo te. Che non sei in questi binari ed invece ci sei come ci sta la cosa più importante di me. Sei più bella della fantasia. Più pungente della polpa di ogni frutto. Un altro eden. L’unico eden. Tutto il linguaggio dei fiori quando vantano i petali.

Il treno va senza fare ciuff-ciuff. Lontano da te. Sprecando mete e stazioni. Tagliando l’aria come tu mi hai trafitto ogni rivolo di sangue. Come nessuna mai. Come il mondo mai. Come l’universo mai. Come nulla di vivo o morto. O risorto. Come la carta quando sega la pelle e ti ricorda che prima era albero. Come questo bisogno che abbiamo tutti di comprendere senza capirci.

Il treno ha la sua canzone solita; quel non ciuff-ciuff. Io non sono sceso. La cinese si.

Ho bisogno di un abbraccio. Di quello che sei tu.

Di tutto, ma tutto, ma tutto quello che sei e non sarai. Io non volevo, ma ti ho incontrata. Poi ho mangiato ogni cosa di te. Esasperiamo l’universo che s’annoia di stelle e necessita di barlumi issati oltre ogni fine. Diamocela quest’ossessione. Non per sempre, però. Sarebbe per troppo poco tempo.

Forse.

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Visualizza, ma non risponde.

Basta. Facciamola finita. Io vi perdono, ma basta. E che sia una stop definitivo: mentale, di pelle, ideale, tatuato nell’anima. Ma basta. Smettetela, smettiamola. C’è stato un pittore che per questo si è tagliato un orecchio, perché se volete continuare a rassicurarvi sotto degli schemi, continuerete a non capire che è la rassicurazione a non servire. Si chiamava Van Gogh. Si è tagliato un orecchio per una puttana. Questa è una cosa sana, mentre non è salutare il danno all’amore quando si visualizza e non si risponde. E sto usando una metafora perché non sto parlando solo di messanger e whatsapp. Voi scomoderete le patologie ed etichetterete Van Gogh come uno senza contenzione farmacologica. Perché continuate a non capire niente?! I corvi sopra i girasoli non vi sono bastati?! L’orecchio come regalo neppure?!

Sapete solo fare questo; visualizzare e non rispondere. E se qualcuno vi recapitasse un orecchio a casa per amore, chiamereste la polizia e vi augurereste un t.s.o., t.s.o. che il sindaco firmerebbe di sicuro subitaneamente. Perché voi, sui girasoli, vi ci fate i selfie, ma non li sentite bisbigliare. Declamate l’amore, ma non ci sapete morire dentro. Un poeta per questo è impazzito. Ad un certo punto non ha retto ed ha scelto persino il traffico d’armi; l’importante era la resa. Nessuno lo aveva seguito. Era un ribelle, una canaglia. Chiedeva solo di reinventare l’amore. Lo aveva scritto in versi immortali: “L’amour est à réinventer”

Secoli su secoli di storia dell’uomo, il fuoco, la civiltà, i grattacieli, Gesù, l’astronomia, la scienza, la filosofia, la poesia, e siamo ancora al “visualizza, ma non risponde”. Con gli amici e le amiche sempre pronti a consigliarti le tattiche. “Non scriverle, fatti desiderare”, “No, questo non dirglielo”, “Faccela stare”, “Non essere notarile, ma niente enfasi”, “Non aprire subito il messaggio se no vede che visualizzi, deve credere che hai altro da fare, che non smani”. Rimbaud è morto così. Così hanno ucciso Van Gogh. E potrei continuare. Basta, smettetela. Questi trucchetti, è vero, un po’ fanno si che altri in questo momento scopino mentre io scribacchio. Ma, porcamadonna, basta. Non siete stanchi di vivere di rischi calcolati? Non ha nessun senso andare per schemi. Basta “visualizzare e non rispondere”, basta sembrare altro. Siamo soli, stiamo male, abbiamo paura della morte, abbiamo paura della vita, abbiamo paura della solitudine, abbiamo ottomila ipocondrie, abbiamo tic, abbiamo abitudini, siamo fragili, spesso anonimi. Basta: urliamo un amore difettoso, ma urliamolo. Basta con le ore, i giorni di attesa, i messaggini che frenano un impulso, l’approccio da ebete (“Scusa, ci siamo già visti da qualche parte? – Scusa, hai da accendere?). Emancipiamoci dentro la follia, saltiamo gli schemi, decodifichiamo il desiderio, svisceriamolo, di più, dimostriamolo. Mettiamoci nudi, finiamola con le ipocrisie. Lo so che non mi si filerà nessuno perché la strada della sincerità erotica è tortuosa e piena di imbarazzo e porta con sè una buona dose di fuggi-fuggi e zero chiavate. Ma non siete tutti esausti di questa baldoria stupida?

In principio fu il fuoco, la luce, poi la parola. La parolaaaaaaaaaaa. Le parole! Se c’è il sole è perché esiste la parola che lo identifica. Identifichiamoci nell’amore, quindi. Sia chiaro, non fraintendetemi: il corteggiamento è sacro soprattutto una volta che ci si è messi insieme. Continuare a corteggiare è un significato di senso. Ma visualizzare e non rispondere, lambiccarsi di finzioni e limitatezze è un delitto. Mai più uccidere Rimbaud! L’amore è da reinventare. I girasoli ci abbracciano, ricambiamoli a dovere, stendiamoci sopra giugno, violiamo gli artifizi, ingialliamoci di pazzia, facciamo girotondo col sole, divoriamo la luce. Amiamo. Come non abbiamo mai saputo fare.

Con un orecchio.

P.

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