Mala sorte

Augurare la mala sorte a qualcuno è un desiderio del tutto umano, e neppure un reato (naturalmente, solo se si tratta di un augurio figurato, altrimenti saremmo dei killer psicopatici e dovremmo stare in galera). Spesso basta un niente -qualcuno che ci taglia la strada, ci ruba un parcheggio, fa il furbo a nostro discapito- che parte il “vai a morì ‘mmazzato”, o un’altra delle molte espressioni colorite che ogni giorno pronunciamo per scrollarci di dosso la rabbia e  allontanare da noi la sciagura, magari restituendola raddoppiata. Sono così assimilate nel nostro quotidiano che se le sentiamo all’interno di un film o di una canzone ci mettiamo a ridere; le usiamo come intercalare o per apostrofare qualche amico stronzo, ma in realtà non vorremmo certo che gli prendesse un colpo.

C’è stata però una volta, una sola, che ho desiderato veramente la morte di qualcuno. Non era un caso di parcheggio rubato, né qualcuno che mi aveva fatto un torto irreparabile. Ho fortemente desiderato che morisse una persona a cui volevo – e tuttora voglio- molto bene. Ho desiderato, sperato, che mia zia morisse. Che non si risvegliasse mai più dopo essere stata falciata da un’auto in corsa, mentre attraversava le strisce pedonali di fronte casa sua. Un mese e mezzo di coma profondo e respirazione meccanica, occhi serrati che all’improvviso si aprivano per fissare il vuoto e poi si richiudevano, un mese e mezzo d’immobilità totale, trauma cranico, gamba spezzata, aorta addominale tranciata, litri di sangue persi e trasfusi nell’immediato soccorso, quando nessuno sapeva se sarebbe arrivata ancora in vita all’ospedale. Un mese e mezzo di totale sospensione: si sveglierà? E se sì, come? Queste erano le domande che ci facevamo e facevamo ai medici. Il giorno in cui venne trasferita nell’ospedale della nostra città, il primario che la dimetteva da Ancona al telefono ci disse di essere forti e ci fece un  “in bocca al lupo”, perché non era in grado di dirci il se e il come, ma sapeva quali conseguenze avrebbero potuto esserci. E cioè che zia restasse in uno stato vegetativo, non più capace di comunicare, d’interagire con l’esterno, di esprimere una volontà. Un’ipotesi insostenibile. È doloroso vedere un proprio caro in bilico tra la vita e la morte e non poter fare nulla, assolutamente nulla, per evitargli le sofferenze, è angosciante non sapere se tornerà ad essere la persona che era prima. Ed è stato del tutto umano, per me e i miei familiari, preferire a questa eventualità la sua morte. Non certo e non solo per ragioni egoistiche (vederla in questo stato fa soffrire me, ma lei sa di essere così? Ha consapevolezza della sua condizione? Ne soffre oppure no?). Piuttosto perché noi sapevamo che lei non avrebbe mai voluto vivere se si fosse trovata in uno stato permanente di incoscienza, mutilata nel suo essere e nella sua dignità di persona libera. Certo, noi lo sapevamo perché la conoscevamo, ma non sta scritto da nessuna parte. Non esiste alcun testamento biologico in cui mia zia, viva vegeta e nel pieno delle sue facoltà intellettive, abbia dichiarato le sue disposizioni in caso di perdita di coscienza. Se lo avesse fatto, del resto, non sarebbe cambiato alcunché, perché ad oggi nel nostro paese c’è un enorme e vergognoso vuoto legislativo in merito.

Non sarebbe comunque servito perché mia zia dal coma si è svegliata. Dopo un mese e mezzo, a pezzi, ed ora respira e mangia da sola, interagisce con l’esterno ma da una carrozzina, perché non può più camminare. Parla, ma senza cognizione di causa perché non sa chi sia né dove si trova né cosa le sia accaduto. Nella sua testa nomi e memorie si mescolano e formano storie mai esistite. A volte è divertente starla ad ascoltare, nella continua impresa di decifrare le parole monche che pronuncia, anche se resta complicato accettare questa realtà senza perdere il controllo, cercando di dare un senso nuovo alla parola persona, a quello che pensavi fossero la vita e la libertà.

strada pioggia

Ho, sopratutto, desiderato che quel pomeriggio l’incidente non le fosse accaduto. Che zia si fosse trattenuta due minuti in più a casa mia, che avesse ripreso a piovere forte, così sarebbe stata costretta ad aspettare. Sarebbero bastati davvero soltanto due minuti per non incrociare quella macchina che andava troppo veloce -e non avrebbe potuto- guidata da quella persona che avrebbe dovuto guardare avanti- e invece chissà dove: lo schermo del telefono? Fuori dal finestrino? Qualcuno da salutare?- Le mancavano due passi per salire sul marciapiede, poi avrebbe aperto il cancello di casa e il portone, che avrebbe richiuso a doppia mandata. Ma non è andata così, in questo spazio-tempo. Il suo rientro è stato stravolto, il suo corpo oscenamente devastato sull’asfalto dall’incuria di uno sconosciuto a tutta velocità.

Con la vita si prende confidenza anche così, nella prossimità con la morte. Entrando mascherina e guanti in un reparto di rianimazione. Sentendoti scema a parlare a qualcuno che non sai se ti può ascoltare, se riaprirà mai gli occhi, se sarà capace di muovere anche una sola falange di un suo solo dito. Imparando a leggere l’attività elettrica sul monitor, i termini antipatici della traumatologia neurocerebrale, i gradi di coma e le relative statistiche di risveglio. Ascoltando le storie degli altri familiari in attesa, catapultati come te nel mondo della terapia intensiva. Chiedendoti se è giusto che sia successo a lei- e no, non è giusto, non potrà mai esserlo.

Ho pensato spesso all’uomo che ha causato l’incidente. Abbiamo a lungo atteso una sua telefonata, quell’unico gesto di assunzione di responsabilità che avrebbe dovuto compiere. La telefonata non è mai arrivata, così neppure il nostro perdono. La rabbia si è accumulata a dismisura; nonostante questo, non gli ho mai augurato la mala sorte. Se avessi potuto, lo avrei portato in rianimazione per fargli vedere a quanti tubi e sonde era aggrappata zia, poi lo avrei portato con noi per uffici ed istituti, dall’avvocato, dai dottori, dagli assistenti sociali, gli avrei fatto fare tutte le attese e tutte le trafile che abbiamo dovuto fare noi. Nient’altro. Solo fargli vedere le conseguenze della sua distrazione.

Certo, poteva succedere a chiunque. Certo, non l’hai mica fatto di proposito. Di proposito avresti potuto ammettere l’errore, chiederci scusa, e poi ognuno al suo destino. Ma neanche ciò è accaduto in questo spazio-tempo, pazienza.

Una cosa, però, mi piacerebbe sapere: dormi bene la notte?

Non vorrei mai essere al tuo posto.

F.S.

Diffidate delle imitazioni

Mi ero dimenticata di quanta gente matta ci sia in giro e di quanto malate possano essere certe relazioni fino all’altra sera, quando, mio malgrado, mi sono ritrovata in mezzo ad una situazione allucinante e addirittura pericolosa. Mi ero pure dimenticata di quanto capaci siano le donne a giustificare e accettare relazioni spesso al limite dell’incolumità personale, in nome dell’idea che si sono fatte dell’amore, della relazione stessa e dell’uomo con cui hanno a che fare.
Tralascio le circostanze e i dettagli dell’accaduto in questione; basti sapere che ho rischiato di perdere la vita in autostrada, a bordo di un’auto guidata da un fuori di testa in preda all’ira. E detta così non rende neppure un poco la reale gravità della vicenda. Dovrei magari spiegare le ragioni per cui quest’uomo ha guidato all’impazzata oltre i limiti consentiti e preso una curva a gomito a 100 km orari facendo sbandare e quasi ribaltare l’auto, fregandosene delle persone a bordo. Ma non ci sono. Per lo meno, non ce ne sono di ragionevoli: esprimere un parere diverso o fare una battuta ironica durante una conversazione non sono – non possono essere! – motivo di perdita dell’autocontrollo. Ma non è ciò di cui mi interessa parlare, così come non mi interessa capire quali sono i problemi di quest’uomo; non mi riguardano per fortuna. Invece mi preoccupa molto constatare che ci sono donne che giustificano comportamenti rabbiosi e violenti da parte del proprio partner (com’è successo per l’uomo in questione).
Voglio, da donna, dire una cosa alle mie congeneri: lasciate perdere i fuori di testa. Non ci provate per niente a capirli e giustificarli: questo è compito di un bravo psicoterapeuta. E andateci pure voi da uno bravo, se questo tipo di uomo vi piace tanto. Perché il fuori di testa avrà il suo disturbo comportamentale, ma pure voi qualche problemino ce lo avete. Non c’è alcuna ragione al mondo per cui una parola o un gesto offensivo possano essere scusati, figuriamoci se sono da parte di chi dice di amarvi. La forma più alta -direi l’unica- dell’amore, è il rispetto. Sempre, non a tratti né con qualche eccezione. Perciò diffidate di chi vi ama tantissimo a parole ma nelle piccole cose di ogni giorno vi soverchia. Diffidate di quelli che hanno progetti per il vostro futuro insieme, ma poi non vi lasciano trascorrere serenamente un’uscita con le amiche. Di quelli che si arrabbiano per un qualsiasi motivo (che sicuramente avrete provocato voi) ma poi si calmano e vi chiedono scusa. Di quelli bravissimi nell’eloquio, che riescono sempre a rigirarsi la frittata e a farvi sentire naturalmente in torto. Diffidate degli uomini che con facilità vi accusano di non essere adeguate, di non comprenderli, di non fare abbastanza per la vostra coppia o di non farlo bene (cioè come vorrebbero loro). Non nascondete sotto il tappeto queste occasioni classificandole come estemporanee. Non fate neppure quella cosa da deficienti che abbiamo fatto tutte e cioè contare le volte che ci ha trattato bene e le volte che ci ha trattato male, per concludere che sono di più le volte che ci è andata liscia quindi è una persona buona, solo con qualche momento di sclero. Se andate in un ristorante e venite serviti male, anche se il cibo è buono, ci tornereste? Io no. Perché dovreste fare eccezione se è il vostro compagno che vi tratta male, con sufficienza, che vi scambia ogni tanto – ma solo ogni tanto!- per un pungiball? Probabilmente entrambi non avete mai avuto una relazione sana e alla pari, se accettate degenerazioni simili. Sfissatevi prima di subito dall’idea che lui non è così, è diverso, ha avuto un’infanzia difficile poverino e blablabla. Cazzi suoi. Cazzi suoi pure se ha avuto una giornata difficile a lavoro: dovreste perciò pagarne le conseguenze? Aggredire l’altro non ha senso. Aggredire è da stronzi malati e punto. Ogni volta che passate sopra ad una sfuriata, una minaccia, una strattonata, ad uno sbalzo d’umore improvviso, state non solo svilendo voi stesse, ma autorizzando il vostro partner a ripetere il gesto, poiché lo avete reso impunito. Create precedenti e vi ritroverete nella merda.
In ultimo, ma sopra ogni cosa, diffidate della vostra paura di restare sole e che vi fa preferire l’esser male accompagnate. Sole ci siete già, se avete un uomo così accanto. Ma non è affatto una condanna, potete scegliere se restarci o no, se continuare ad avere paura o no. Ovviamente – e per fortuna del genere umano- gli uomini non sono affatto così dal primo all’ultimo, anzi. Sono senza dubbio molte di più le donne crocerossine che i fuori di testa. Ma, fosse soltanto un caso su un milione, è giusto ribadire che chi vi ha trattato male deve andare dritto dritto a fanculo, non nel vostro letto. Quello non è amore, ma una brutta e perversa imitazione.
Non perdonate ciò che è ingiustificabile. Le domande fatele a voi stesse e cercate di capire le vostre questioni, non di sciogliere i complessi edipici del pazzoide di turno, che certamente ritiene di non esserlo.
Scappate a gambe levate dalle dipendenze sentimentali: questo vale per tutti, uomini e donne. Solo così potrete godervi l’amore che meritate.

C.

Accordi imperfetti

Per circa sei mesi Peppe ed io ci siamo incontrati con regolarità il giovedì pomeriggio, alla solita ora, nel solito bar. Più esattamente, al solito tavolo del solito bar, e vani sono stati i tentativi di Peppe di proporre un altro luogo di incontro. Questo perché io sono una persona abitudinaria e territoriale e quando scelgo un posto che mi piace, quel posto diventa e resta mio.

La regolarità dell’appuntamento è servita non per assecondare le mie ossessioni, ma per lavorare a “Lettere tra (s)conosciuti”, la serata che abbiamo organizzato in nome di questo blog, lo scorso primo aprile.

Nel 2016 abbiamo festeggiato i dieci anni di attività di “Hai da accendere?”, un’avventura nata per caso ed ancora esaltante. Quest’anno non avevamo una ricorrenza particolare, ma ci piaceva l’idea di incontrare di nuovo i nostri amici, i lettori e non. Così ci siamo detti che non servivano particolari pretesti per farlo e abbiamo pensato, di comune accordo (e sottolineo di comune accordo) a “Lettere tra (s)conosciuti”, un viaggio a modo nostro nel mondo delle corrispondenze. Il fatto di essere in accordo non è per nulla scontato tra Peppe e me, perché è davvero molto raro che  lo siamo su qualcosa o su come farla. Ma, quando accade, è un accordo efficiente. Questo non vuol dire che sia stata una passeggiata preparare la serata-blog. Proprio no. Primo, perché il materiale a disposizione era vastissimo e selezionarlo è stata una dura battaglia, tra nobili scarti e sofferte rinunce. Secondo, perché entrambi godiamo nel dar noia all’altro, quindi spesso ci siamo arenati su questioni di lana caprina per il puro gusto di provocare fastidio (ammetto che in questo sono imbattibile). Sarebbe interessante conoscere il punto di vista di Andrea, il barista che ogni giovedì ci ha servito fedelmente i nostri cari Negroni. Perché le riunioni Hai da accendere? sono intrise di campari, martini e gin. Una volta soltanto ho fatto eccezione ordinando un Martini Dry, in ossequio al grande Hemingway e nell’illusione che ci potesse indicare la diritta via, in un momento di stallo creativo.

Uno scontro vero e proprio è però avvenuto riguardo il titolo dell’evento: Lettere tra (s)conosciuti, così come lo vedete scritto, è un docile compromesso tra la mia idea iniziale Lettere tra sconosciuti (senza parentesi) e le terribili proposte di Peppe, tra cui voglio ricordare l’orrendo Letterealmente, il criptico Dìftera ( da una possibile origine greca della parola “lettera”) e lo svenevole  Le corrispondenze dell’essere. Peppe ha questa tendenza all’aulico, al metaforico, al barocco poetico malinconico esistenziale, mentre io sono più diretta, vado all’essenziale, se fossi davvero brava direi minimalista. La mia scrittura è un continuo togliere, quella di Peppe un continuo aggettivare. La esse tra parentesi (s) è stata perciò l’unica proposta di Peppe che ho accolto perché era effettivamente quel dettaglio che mancava al titolo e che era in grado di racchiudere, per quanto possibile, il senso dell’intera serata: raccontare lo scrivere attraverso i carteggi famosi e il gioco delle identità segrete. Che altro non è che l’aver chiesto a sei persone di scriversi tra loro, senza che sapessero chi fossero: A scrive una lettera ad un destinatario immaginario, la manda a Peppe e me che la smistiamo a B, uno qualsiasi degli altri partecipanti, che risponderà al suo mittente sconosciuto, e così per gli altri quattro. Non so se l’ho spiegato bene, ma il gioco è riuscito e ne sono nate tre corrispondenze “al buio” che ci hanno sorpreso per originalità dei contenuti e delle riflessioni. Abbiamo voluto coinvolgere gli altri, com’è nello stile del blog, ed abbiamo voluto metterli alla prova in una pratica forse meno frequentata rispetto al passato: scrivere ad una persona soltanto. Che è molto diverso dalla condivisione di uno stato d’animo, di un pensiero fosse anche profondo, con una comunità virtuale di centinaia di amici, come avviene in questa epoca dei social. Resta sicuramente più “difficile” dire qualcosa di sé ad uno soltanto che ad una platea più vasta.

Per leggere le lettere tra (s)conosciuti cliccate qui: Lettere tra (s)conosciuti

Ma i veri protagonisti della serata sono stati i nostri genitori, quelli di Peppe e i miei, che abbiamo video-intervistato in occasione dell’evento. I miei erano talmente entusiasti della cosa che hanno vinto l’abbiocco post cena e sono venuti alla serata per rivedersi sul grande schermo e riscuotere, giustamente, i loro quindici minuti di celebrità.

Sabato ero tesa, ma una volta salita sul palco mi sono detta “bene, quel che è fatto è fatto” e tutta l’ansia è svanita non appena abbiamo iniziato. Alla fine ero talmente sciolta e comoda, seduta sul mio sgabello-trespolo, che ho fatto salotto col pubblico stile Barbara D’Urso, mentre Peppe tra i tavoli mi lanciava occhiatacce che non riuscivo a decifrare. Poi mi sono accorta che avevo invertito parti della scaletta e dimenticato di mandare musica e fotografie da proiettare sullo schermo. Mentre lui, da grande ansioso qual è, non ha abbassato la tensione ed è stato perciò incredibilmente più preciso (dico incredibilmente perché di solito è lui a dimenticare nomi e cose da fare). Ma la perfezione non è mai stata una nostra pretesa, l’improvvisare ci appartiene sicuramente di più; del resto è ciò che facciamo ogni giorno mentre viviamo.

Insomma, noi ci siamo divertiti,  le corrispondenze hanno fatto incontrare persone e gli aneddoti che abbiamo raccontato hanno forse svegliato la curiosità in qualcuno a saperne di più. Con un bilancio positivo e tutto il lavoro che c’è stato dietro, litigi inclusi, la domanda è: lo rifaremo il prossimo anno? Non lo so, è troppo presto per dirlo. Ma la risposta, qualunque essa sarà, arriverà certamente insieme ad un buon Negroni.

 

C.

Lettere tra (s)conosciuti – il promo

Nel 2016 abbiamo festeggiato il decimo compleanno del blog. Quest’anno, ci siamo inventati una buon motivo per rivederci e passare una serata insieme.

LETTERE TRA (S)CONOSCIUTI

Carteggi famosi, identità segrete, curiosità:

l’arte della corrispondenza attraverso storie inedite e divertenti

Vi aspettiamo sabato 1 aprile a Porto Potenza Picena (MC) da MONSTAS, lungomare Marinai d’Italia, 12. Ore 22!

Affinità e divergenze tra mia nonna e me

Il mio primo lavoro retribuito risale agli anni delle elementari. Nonna affrontò il suo burnout da casalinga e gli acciacchi della vecchiaia affibbiando a me parte delle faccende domestiche. Dopo aver pranzato, scendevo al piano inferiore nella sua cucina, infilavo i guanti Vileda gialli e mi dedicavo allegramente al lavaggio delle stoviglie. Pulivo con il Vim polvere il piano cottura, passavo scopa e straccio, sistemavo tovaglia, tovaglioli e strofinacci e poi riscuotevo le mie sudate mille lire. Le rotelle di liquirizia Haribo costavano cento lire l’una dal tabaccaio dietro casa: parte della mia paga andava diretta nella sua cassa. Nonostante questi acquisti essenziali per la mia felicità, ero una bambina oculata e con una certa consapevolezza del valore del denaro. Avevo un salvadanaio e i miei genitori lodavano ammirati questa mia dedizione al risparmio (dedizione che si è dissipata crescendo, insieme ai risparmi). Ma la vera lezione di quei pomeriggi a pulire l’ho ricevuta dai discorsi che nonna mi faceva riguardo le scelte che avrei dovuto prendere nella vita.
Per cominciare: dovevo studiare. Tanto, bene e a lungo. Studiare mi avrebbe garantito un posto di lavoro intoccabile. Avrei potuto fare l’insegnante (mai avuta la benché minima intenzione d’insegnare), lavorare in banca o alle poste (la versione popular della banca). Le Istituzioni: questi mostri in cui nonna credeva. Vuoi mettere dire che tua nipote lavora in banca o che insegna a scuola? Fa effetto, diceva.
Seconda questione: prendere marito. Ne avrei avuto uno. Bello, che mi volesse bene, possibilmente ricco. Quest’ultima caratteristica mi avrebbe permesso di non lavorare: studiare sì, ma se potevo non lavorare era il massimo. Vuoi mettere dire che tua nipote fa la signora? “Che vuol dire fare la signora?”, “Che puoi vedé la televisione quanto te pare, inviti le amiche in salotto e la guardate insieme, a portà a casa i soldi ce pensa lui, tu non te ne devi preoccupà. Le signore so’ quelle che non c’hanno preoccupazioni, che vive contente”. Cercavo di capire: mi figuravo in un salotto bianco (seguivamo una soap opera americana dove la gente ricca viveva in case tutte bianche), con un grande televisore acceso, fiori freschi ovunque e io seduta sul divano. Fare la signora doveva essere una roba del genere. Mi sembrava una prospettiva terribilmente noiosa e poco edificante, ma se nonna mi assicurava che era il massimo, d’accordo, avrei fatto la signora annoiata. “Per pulire puoi mettere una donna tanto sei ricca, ma a cucinà ce devi pensà tu. Non sta bene che non cucini a tuo marito. Domani facciamo le tajatelle”.
Quindi, terza questione: imparare a cucinare. Impastare uova e farina mi divertiva, avere le mani tutte appiccicose un po’ come con il pongo. Vera goduria era leccare dalla ciotola l’impasto residuo del ciammellotto o della pizza. Fin qui, tutto bene. Ma un dilemma mi tormentava: avrei dovuto anche imparare a sviscerare un pollo? Praticare quelle operazioni splatter che nonna eseguiva con naturalezza e soddisfazione, quali staccargli testa, trachea ed esofago, infilarci dentro una mano per togliere gli organi, passarlo sulla fiamma per depilarlo ben bene? Se davvero stavano così le cose, no, grazie, cucinare non fa per me. Però il pollo arrosto con le patate mi piaceva: avrei perciò cercato un marito bello, affettuoso, possibilmente ricco e a cui piacesse cucinare.
Ultima, ma non per questo meno importante questione: avere dei figli. Era scontato che ne avrei avuti. Sono cresciuta circondata da donne che si rivolgevano a me con frasi tipo “quando avrai dei figli”, “quando sarai madre pure tu”, e questo sin dall’infanzia. Basta che ti vedono giocare con una bambola e subito diventi una piccola Maria Annunciata. Ogni volta che passavo davanti al suo uscio, mi aspettavo la vicina di casa uscirne col dito teso verso di me e dirmi: “Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Alex” (Alex era il nome del personaggio interpretato da Michael J. Fox in Casa Keaton, uno dei miei telefilm preferiti). Nonna non era così morbosa, soltanto perché le era inconcepibile l’ipotesi che da grande, magari, avrei potuto scegliere di non concepire alcun figlio o messia o quel che ne sarebbe stato del mio utero. Ma non abbiamo avuto tempo di affrontare sul serio la faccenda: nonna morì (troppo presto) quando io avevo solo diciotto anni.
Con onestà, devo però dire che ho sempre avuto il sospetto che fosse poco convinta di tutti questi discorsi che mi faceva, seppur col cuore in mano. Forse perché nell’altra mano teneva il suo, di cuore, cioè quello di una donna con una vita difficile di moglie e di madre, che aveva conosciuto gli inganni delle formalità e sofferto le apparenze del quieto vivere. Certamente desiderava il meglio per me, ma sapeva che avrei trovato insidie dietro anche le migliori intenzioni.
Forse non è un caso se sono giunta alla -seppur tenera- età di trentacinque anni senza un marito, senza mangiare carne e neppure senza figli. Per il momento. Questo perché da nonna ho imparato che la forma non conta; conta la sostanza.

C.

Sale la tensione in vista della diretta radio

I vostri blogger Peppe Barbera e Federica Senigagliesi  saranno ospiti del programma “A CASA NOSTRA” di Radio Nuova Inblu. Per parlare del loro blog Hai da accendere?
Intervistati da Belinda Saltari. Giovedì 10 marzo ore 11:05.
Per ascoltare la diretta: http://players.fluidstream.it/nuovainblu/index.php
O alle frequenze: 90.0 e 96.9.
o su http://www.radionuova.com/

Peppe Barbera è poeta e fondatore dell’associazione culturale Fango Assami. Collabora per TYCHE magazine. E’ fra gli ideatori ed organizzatori del Festival del Cinema di Civitanova / Oralibera e del “Cecchetti d’Essai. E’ direttore artistico di DA Monstas e fondatore della compagnia teatrale amatoriale i Divino Inversi.

Federica Senigagliesi ha pubblicato il romanzo “17 minuti” per
Eumwseil (collana diretta da Gianluca Morozzi). Ed un racconto nell’antologia “Quote Rosa” per Fernandel
Collabora con la rivista d’arte Biancoscuro.
Ed ha precedentemente collaborato con L’indiscreto e con Cittàteneo.