In mutande

Halloween è passato e ieri sera non ho aperto la porta ai bambini che hanno citofonato per le caramelle. Non potevo interrompere la lettura del fumetto di Crepax. Siamo a novembre ed imperversa un sole micidiale, si squagliano tramonti fluo, la luna si fa notare come il culo di Claudia Koll in “Così fan tutte” di Tinto Brass. In America c’è stato un attentato, e non si capisce quanto sia coinvolto Trump nel “Russiagate” (finirà con l’impeachment?). L’America è grande, staremo a vedere. Intanto la Corea e l’Iran avanzano per il nucleare. La Cina sta per regnare il mondo, l’Europa è vecchia, stanca e piena di ignorantelli nazisti. L’Africa preme e si ribella per essere stata trattata, da noi coloni, come la pattumiera del mondo. Non sono sbarchi; è la rivoluzione nera. E io parteggio con l’Africa, che sia chiaro. Sto con tutti gli ultimi della terra ovunque.

Ma, considerazioni geo-politiche a parte, mi sento un pirata in questi fiumi d’asfalto che sono i marciapiedi della mia città, e non riesco più a stare solo senza la mareggiata che si vede negli occhi dell’amata. Ma non so più neppure stare in compagnia e a volte mi manco tutto per me. Passerà o non passerà mai? Non lo so, comunque per sicurezza mi faccio un pieno di stelle e pazzia e porto avanti quelle quattro scelte sbagliate per avere l’ennesima scusa di vivere le notti più marce, come quelle quando stai così piegato sulla disperazione che persino uno starnuto di vento ti accalda quanto un punch. Tutto questo è vivere o improvvisare? E’ sicuramente il mio unico copione recitato nel teatro della vita. Va bene così: la vita è un gioco che finisce per ucciderti, fatta di esili illusioni e voli d’Icaro per sentire sulla pelle una corsa felice di brividi, per calpestare i sensi fino alla vertigine e passare dal romantico al ridicolo in un attimo. Perché siamo sempre fuori tempo, sovrastati da cenni d’assoluto quando la bellezza ci prevarica.

Me ne sto in mutande, ora. Non mi va neppure di andare a pisciare. Mi piacerebbe all’imbrunire finire dentro il souvenir del mondo e vedere uno sciame di fiocchi di neve sbiancare le strade e gli alberi. Oggi sto così, senza smettere un’immaginazione, senza dimenticare i tuoi baci lasciati come delitti, le rime liliali, l’interminabile lamento del mare, e il più basso inferno in cui hai deposto il mio cuore dopo averlo strappato al sogno di noi. E me ne sto qui in mutande mentre tu te la ridi o ti fai schifo per come sei finita paralizzata dai doveri, chiusa in un circolo vizioso di obblighi e ripetizioni abitudinarie.

Che tramonto stai vedendo adesso? Brulica d’arancione o ha una storia comica? C’è la musica? E il mare li fa i suoi gargarismi con le onde? E lo guardi l’orizzonte che non è un granché come divisorio? Te le ricordi le poesie che intonavo? Ricalcavano il tuo corpo, vaneggiavano di gelsomini e agguati…

Me ne sto in mutande pronto a scrivere gli ultimi inutili versi, pronto a morire, pronto a ricominciare, pronto a scovare un amore nuovo senza ammainare la bandiera della mia libertà. Un amore nuovo in questi avanzi di civiltà, tra Pechino e New York, per perdermi in un trionfo di errori e lingue intrecciate, asserragliate nella trincea del destino. Fino a rendere tutto fenomenale. Fenomenale come il rosa dei fenicotteri, la danza dei cigni, il riverbero dell’ignoto, la squisitezza della tua assenza, le concessioni del cosmo, la tua schiena nuda chinata davanti a me.

Qui si vive a quanto sembra, si tira avanti tra un herpes e le convulsioni dell’ansia, tra un’insonnia e quel qualcosa che ti mette il capriccio del sesso. Qui si vive, ci si battaglia dentro, si divampa come redivive galassie, si è superstiti di quotidianità nodose, di disseminate mancanze.

Qui si vive ancora e ci si incrocia gli sguardi per estorcerci affetto, per calibrare pozioni d’amore, per un itinerario di rampe di baci e malintesi di poesia.

Qui si vive a quanto sembra. Mentre me ne sto in mutande. Pronto a tutto. Al gran finale. All’autenticità più violenta. A me e a te. A te senza me. A me che deturpo preghiere e non guarisco dall’innocenza.

A me che sono la tua giovinezza nonostante me.

buk

P.

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