Per non sentire freddo

Sarebbe bello dirci che non moriremo più, o che creperemo e torneremo per sfottere la vita con un giro di tango. Invece siamo ancora qui a sceglierci per sbaglio. Un po’ tappezzandoci d’illogico azzurro, un po’ tremando di eternità.

E quindi? Quindi un cazzo!

Andiamo avanti: patetici, scivolando negli errori, esplodendo di sogni arrugginiti, così claustrofobici chiusi nell’ascensore delle incertezze.

Io sono al pub stasera. A non inventarmi nulla tranne un inverno attuabile, tranne un segno possibile di amore che passi sopra i marciapiedi e non si degradi alla prima pioggia.

Sono al pub perché la ragione non è strettamente fondamentale.

La ragazzina al lavoro, da dietro il bancone, mi chiede cosa sto scrivendo ed ho pudore a dirle che sono un poeta. Le faccio un ghigno e le dico che ho un blog da 11 anni e che non è poi così importante. E lei mi domanda, quasi a leggermi negli occhi, se mi piace la poesia. Ancora una volta le nego parte della verità e non le spiego che la poesia è tutta la mia vita. Le mormoro un semplice “mi piace”.

Ma stasera non è aria, non sono intenzionato a conversare. Voglio solo scrivere. Scrivere, ad esempio, che per me dio non può più nulla, non è più necessario ormai. Scrivere di come eravamo, di come siamo sfortunati in gioco ed in amore, di come cerchiamo distrazioni per congelare il dolore che rovesciamo di continuo. Ho voglia di scrivere le nostre storie appese a un filo, degli operai che si chiudono alle spalle la porta di casa alle sei del mattino. Io desidero scrivere i bagni di birra in cui vedo nuotare quei poveri cristi quali siamo. Scriverò delle tue rughe che sono canzoni, delle volte che nascondi un brufolo sotto il fondotinta, di quando senti che il tempo passa e la nutella non è più nella credenza. Di come lecchi il cucchiaino per il dolce al ristorante. Voglio scrivere delle svolte rimandate, delle sere che vale la pena tirar mattino, del caffè che non hai mai imparato a fare bene, del tuo compagno che non si ricorda di dirti che sei bella. Voglio scrivere della fiducia verso l’istinto e della sfiducia nei riguardi della saggezza. Voglio scrivere di te e riempire quella tua valigia vuota, che pesa proprio perché non ci metti mai nulla anche se dici che vorresti partire. Voglio scrivere di quello che so di te e che nessuno capisce. Voglio sgranare le parole per assisterti ad ogni sosta, ogni volta che t’arresti e tieni a stento un equilibrio. Voglio scrivere di quando ti tocchi, dei tuoi capelli che riposano nel miele, delle tue cosce aperte per rimandare di un giorno il senso di fine. Voglio scrivere di cortei e rivoluzioni, ma senza armi o slogan di partito. Voglio elogiare lo scarafaggio e il topo, la risata dietro al boccale, tu quando perdi il sonno e guardi fuori da dietro la persiana accendendoti una sigaretta. Voglio scrivere dei fallimenti, dei cilindri truccati dei maghi, degli abracadabra del destino, delle estemporanee carezze o le abitudinarie pacche sulle spalle. Di quando stiamo insieme in un principio di energia che sembra buono, che sembra bello, che è erotico. Voglio scrivere degli anziani abbandonati, dei disabili, delle fenditure dell’anima dei cattivi e di come i più cattivi siano i bravi. Voglio scrivere di amori involuti, traditi, rimasti platonici e potenti, dei pregiudizi infondati, della luna sopra i coppi quando ci viene più vicina per lasciarci più indecisi.

Voglio scrivere dell’umanità che siamo, delle nostre miserie ed epicità, delle vigliaccherie e dei riscatti, dei finali aperti e dei lutti annunciati, dell’orizzonte quando sfiora il crollo, del ricominciare con l’ostinazione di una tartaruga che vuole guadagnare il mare.

Voglio scrivere di questa follia che ci macera,ma nello stesso tempo ci tiene in piedi. Non ci sono altre vie per tenere botta, non ci sono altre opzioni se non la malattia. L’idea non è guarire, ma ammalarsi. Con la poesia è un po’ più facile, ma più crudele. Saresti la benvenuta, saresti il benvenuto.

Di questo scriverò. Per smetterla di sentire freddo.

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P.

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