Un’altra neve

La neve non è più arrivata a comunicarci un altro tempo in cui stare. Non è scesa ad imbiancare istanti per stancarci di formicolii nelle nostre ossa. Ma questo è il quotidiano che ci tocca, che ci fa franare la strada sotto i piedi fino alle viscere del dolore. È questo il giro che ci aspetta; una pratica del tentare equilibri bizzarri tra aspettative vane e improvvisate speranze. Funziona così il gesto di esistere dove un’altra volta ancora il presente non si fa da parte e ci arpiona mentre, giorno per giorno, una trappola del destino ci attende sulle striscie pedonali o ci serve dei gamberoni al sale o ci fa a pezzi come Pamela o a qualcuno mette in mano una pistola. Ed eccoci a festeggiare un altro compleanno per attutire gli anni e i mutamenti, per sentirsi gli occhi penetrati da altri occhi, arraffare emozioni vere oltre questo totalitarismo tecnologico, oltre le trasformazioni industriali di Amazon e l’invasione cinica della modernità.

Il mestiere di vivere è passare la propria intera vita a cercare di tenerla in vita. Sottrarsi dalle distrazioni delle dimesioni parallele virtuali, non farsi ingannare da certe imposture linguistiche della politica, allontanarsi dalle avvisaglie della mediocrità, sfidare le morti per acquiescenza, innamorarsi fino alla sconfitta più disperata.

Un po’ di neve ci farebbe bene in questo febbraio di storie terminali, di maschere tenute in viso oltre il carnevale, di rifugi poco salutari, di fili di luce impotenti e raffreddori. Un po’ di neve per baciarsi in strade come fiumi di panna, per una confusione disorientante, per un punch in più, per i tuoi piedi freddi che cercano i miei, per il cinema che ci sovrasta di ricordi appendendoli al cuore. Un po’ di neve per un’altra volta ancora, per danzare ubriachi in mutande davanti al camino e farsi prendere per pazzi dal proprio cane che abbaia sorpreso, per camminare dentro la poesia con un calpestìo urgente di perdizione estatica.

Ma passerà anche questo dispettoso febbraio coi suoi spigoli a urtare i vicoli, coi suoi angoli pervasi di decisioni rimandate, di frenate brusche, di fallite evasioni. E si spalancherà marzo con un nuovo schifo di governo e altri immobilismi, con pochi eroi sociali, con la sabbia negli occhi e lo sfregio del dover assistere, del dover sopportare, del dover subire, del buon viso a cattivo gioco, della mastodontica truffa di un lavoro precario. E continueremo a ricordarci il mondo come qualcosa che non siamo mai stati e come una disgrazia del tempo. E lo sappiamo già a cosa non assomiglieremo, a chi non cederemo, a chi daremo in pegno l’oceano della nostra anima e tutta la vita di questa nostra vita scaraventata nel sole.

Un’altra volta ancora seguiremo un non ben definito scrigno di assurdità felici, di perdoni immeritati, di volontà di appartenersi in libertà, di tragicomiche sceneggiate, di semplicità complicate e divertimenti forzati sopra i lividi della nostra pelle.

Un’altra volta ancora non è atterrata un poco di neve, un poco per tutti, per isolarci in morbidezze ancestrali, per rimescolare le gioie con le tristezze, per ovattare rumori e carenze, per accumulare seduzioni e innalzare sentimenti, per mostrare a dio gli zebedei, per pisciare sulle frustrazioni, per ricominciare.

Ma la neve, la mia neve, forse sei tu. Così persa in una traversata fra i dubbi, così bella di fragilità, così colpita da tremori lunari, così ipnotica nei tic, così somigliante alla mia poesia. Perché la poesia è ricominciare e ricominciare mentre ti tolgono l’aria è già far nevicare, è prenderci di noi tutto quanto ha senso. Parlarci in silenzio è il candore più vittorioso. Starcene qui tra colpe e ricordi, tra salvezze buttate via e saliva, tra la resilienza e uno sconfinato ridere mentre tutto crolla. Qui noi, noi qui: io che ti cerco, tu che mi cerchi dentro il cerchio della vita così colorata di giochi, di tutti quei giocattoli che inventiamo quando ci riconosciamo.

La neve che manca, la neve che non coriandola giù sei te. Ma un’altra volta ancora, se vuoi, puoi scappare via dal cielo e tornare libera fioccheggiandomi addosso per plasmarci insieme di futuro.

neve

P.

Con o senza

Con la simmetria imprecisa delle serate a ronzare con gli amici. Con le idee scivolate a capofitto come il vino quando hai vene assetate d’amore. Con le tue fissazioni sulla gente e l’incredibile effetto che fai alle persone. Con la tua dolce trasmissione degli occhi quando mastichi un sorriso e chini il capo sulla mia spalla. Con queste elezioni alle porte per giocare alla democrazia. Con l’estate addormentata mentre il mare non smette di regalarci onde che sono canzoni. Con le tue mani così fredde quasi come i piedi di una montagna. Con i comici che si stanno estinguendo e la tua intelligenza che sa osare sopra i divieti. Con la timidezza sexy di un tentativo e una slavina di inchiostro pronta a irrompere poesie. Con certe storie mai storie, ma ancora storie possibili o impossibili. Con il tuo petto che mi esplode davanti mentre nomino al mio cuore i tuoi istanti complici. Con queste telefonate noiose e tutto il sangue lasciato alle notti. Con i miei cent’anni di solitudine e il mio toccarti il corpo celebrandoti qui e ora. Con questi sgomenti secchi di razionalità e con questi patemi puri di libertà. Con questo contestare un po’ tutto e con questo rigenerare i nostri sogni vinti. Con queste poche evasioni da noi aguzzini di noi stessi, al ritrovarci stesi su una perdizione da cui non vogliamo tornare. Con l’usura quotidiana di prediche e rotture di coglioni e con la solita pratica di resistenza. Con le firme da mettere e le case che vengono giù, con i bambini con la mitragliatrice e la birra amara che mandi giù nuotandoci in compagnia. Con il profilo facebook dell’ultima arrivata e le fusa del gatto che sa di vivere tra suppellettili. Con la punta delle scarpe ai bordi del pozzo e con una vertigine di tersità. Con un pianto nascosto ed uno intrattenuto, col tuo culo che armonizza l’universo e il mio tarlo di possederlo. Con tutto questo frastuono velenoso dei reality e la nostra piccola casa ch’è il bancone. Con le ossessioni della chiesa e la nostra famiglia disfunzionale al pub. Con la fibra ottica e i vecchi ai cantieri, col mare dentro e i tuoi capelli al vento a dirmi che pure la mia ombra ti desidera. Con un ingiusto funerale da superare e la rabbia da smaltire con un negroni e un coraggio da donna. Con certi inceppamenti psicologici e la caldaia rotta, con gli amici da salvare e i manifesti da leggere di nuove relazioni. Con gli altri che si sposano e tu che non sai dove andare. Con la sola cosa che più di tutto conta per te e gli altri che non l’accettano. Con quella meravigliosa voglia di franarle addosso e la paura di un rifiuto. Con la Poesia solamente la Poesia per sempre la Poesia e ancora la Poesia. Con i fatti di cronaca nera e corsi e ricorsi storici. Con le abrasioni all’anima per i rimpianti e la clessidra che scorre mentre ti rovini la festa da solo. Con l’amore che prendi e quello che dai mentre fuori è buio. Con l’anima fragile ed il piscio sui marciapiedi, con la preghiera degli ipocriti e le rose da regalare, con le regole infrante e i racconti da assaporare. Con i crepuscoli marini che salvano i matti, con i presagi e le necessità che indossi nei tuoi sguardi bordati di sconclusionate scelte. Con le stazioni consumate di concitazioni e il mascara in borsa. Con la voglia matta di impazzire e il centro di gravità. Con palpitanti silenzi nell’impero dei sensi, con mancate vicende, con le strade sempre ciarliere e con il frantumarsi di fasi lunari.

Con tutto questo ed altro ancora ci trasciniamo ostinandoci a respirare. Non è poi così tragico e nemmeno così unico. La differenza sta in quale vestito ci mettiamo. Se l’abito da gran galà o il pigiama da malato terminale. La vita è un letto dove saltare come i bambini, spartirsi coppe di champagne in giochi di fragole e panna, toccarsi per esplorare, starsi addosso per replicare alla morte sempre di ronda, per esistere.

Quindi adesso con o senza il vostro permesso mi spoglio. E aspetto. Anche se non posso promettervi niente se non delle parole tentate, un tozzo di incanto, uno sconfinare perpetuo dentro di noi o il mio circo permanente nel sabba della Poesia.

Mi basta guardare il mare.

Nudo come me.

P.

Il più grande viaggio

E siamo entrati nel 2018. Ci siamo entrati esorcizzando il panico del futuro con qualche trenino a capodanno e sotto gli effetti dell’alcol. Con una gran voglia di non sentire niente di quei dolori che non ci abbandonano. Di quei fardelli che abitano il nostro quotidiano mentre veleggiamo nelle ipocrisie tenendoci le crude verità dentro. A dire il vero io ho imparato ad essere nudo davanti al mondo (merito della Poesia e non solo). Nonostante ciò continuo a stare male, ad inquietarmi di crepacuore, ad ammutinare ogni serenità. La felicità mi sfugge sempre, mi dura il tempo di uno stordimento, di una malinconia leggera, di un rigurgito d’onda.

Poi ci sono gli altri, ci siete voi e vi conosco tutti. Mi arrivano tutte le bugie che avete pianto, tutto il marcio che avete ingoiato o che sopportate ancora, tutte le volte che le ragazze si fanno belle, ma le lacrime subito rovinano il trucco.  Mi arrivano le coppie scoppiate che si reggono per falsità e paura, tutto il malessere dei loro silenzi o delle urla, tutte le difficoltà nel proprio lavoro, tutti i sogni finiti a puttane e i soli spenti. Ovviamente non ogni cosa è buia, ma le salite non finiscono mai ed il vento ulula contro. Ci soffia addosso pure il ricordo di quando si era innamorati che poi è l’unico ricordo che ricordiamo meglio di una storia. Questo io so.

Io so dietro ai vostri occhi le storture dei giorni, so delle famiglie che si spezzano, dei figli di mezzo o le spensieratezze come utopie, le maree da superare, la tristezza lurida di dover fare buon viso a cattivo gioco. Io so della febbre della solitudine, delle depressioni monotone in pigiama alle 7 di sera. Io so delle vite degli altri mentre sollevo l’ennesima pinta. Io so di tutto questo freddo dentro.

Chissà se nel 2018 torneremo a nuotare coi delfini con la fantasia dei bambini, se accenderemo un cielo nuovo, se ci salverà un vecchio amore o uno inatteso o se avanzerà soltanto un po’ d’amore. Di certo ci saranno le incommensurabili amicizie ad aiutarci a potare le parti malate,  a farci coraggio, ci saranno epopee di sorrisi a salire nel cuore, ci saranno canzoni ad avvicinarci di più.

Per quel che mi riguarda continuerò ad avere la responsabilità della mia irresponsabilità, insisterò ad acciuffare demoni e rischiare la tomba. Lascerò agli altri il livido inutile della prudenza per tatuarmi sulla pelle il brivido dell’incoscienza. Mentre altri figlieranno, io continuerò a dire che sono favorevole ad essere contrario alla mia paternità. Cederò volentieri le nausee della compagna, gli ormoni, i pannolini, le mangiate ogni 3 ore, le coliche, la febbre a 40 gradi, il kit per uscire, il kit per restare, il fasciatoio, il cuscino a forma di fagiolo, il pentolino, la farina bio “Senatore Cappelli”, il dondolare. Lascerò tutto agli ostinati. Perché di “figli” ne ho più di un’ape regina: penso alle centinaia e centinaia di poesie, a tutti i miei fantasmi, ai ragazzi disabili che veglio…E perché il più grande viaggio non è diventare genitore o fare una crociera nell’altro capo del mondo o una notte da leoni né farsi un giro nella roulette della droga. Il più grande viaggio è vivere trafiggendosi di vita, è accelerare e non guidarla piano, è divorare e non assaggiare, è amare fino ad odiare e non solamente voler bene, è sublimare non restaurare, è eternare il purgatorio ad un inferno. È sangue dappertutto non una sbucciatura. Il più grande viaggio non è neppure progettare o sperare, ma perdere il senno prima che la giostra smetta di girare.

Non lo so che 2018 sarà per voi e per me. Sicuramente ci saranno piccoli e grandi terremoti personali, aumenterà l’inquinamento, forse arriverà la terza guerra mondiale, forse morirò inciampando sulle scale dopo l’ennesima birra, forse vi innamorerete inaspettatamente. L’importante è che resteremo mossi ed un po’ agitati, ansiosi dell’oggi più che del domani, frenetici nell’eros, abili ad evitare rimpianti. Eccolo il più grande viaggio: cogliere l’attimo.

Prima che finisca il vino.

bott

P.

La verità

Un azzardo libero, un’idea di sorpresa. Parlo dell’atto di buttarsi a piedi nudi nel parco. Sarebbe bello, adesso, tagliare l’aria gelida della sera saltellando scalzi in piazza o, comunque, fuori le mura. Disobbedire alla segnaletica, demolire regole, eventualmente rinascere. Una stronzata, ovviamente, e con l’effetto, ridicolo, di un paio di pugni dati contro questo clima trafitto di luminarie.

Ma sì, certo che sarebbe bello lo stesso spiazzare la piazza, modulare frequenze di esplicazioni improvvisate, zappare bestemmie ubriacandoci contro le unità corporee presenti. Sarebbe un declamare, un veleggiare sopra il finale di una fioritura, sarebbe possedere dimenticanze, impossessarsi dei limiti degli altri custodendo incoscienze.

Io credo ancora in questo teatro dell’assurdo che è la vita. Credo che lo si può mettere in musica, che la forza primitiva della poesia non si è estinta, che l’amore, quello giocato ai dadi, sia l’unico per cui valga la pena amare, farsi amare e peggiorare la propria condizione. Io credo ancora che, quando esci di casa, puoi incontrare il cambiamento. Io credo ancora nel conflitto, nel dialogo, nelle intransigenze etiche e nelle comprensioni.

Io credo che, a me, la Poesia pesa tremendamente. E che, a volte, la devo ammortizzare con trecento birre e due pocce grandi che mi fissino come la luna.

Il 2017 si avvia verso il decesso. Ci siamo tutti rotti il cazzo delle sue fasi alterne. E stiamo a fare dei bilanci. Tutto normale e patetico. Ma invece di farci domande cerchiamo garanzie. Invece di sbeffeggiare il potente, bulleggiamo il povero. Invece di sperare nelle api, le uccidiamo con lo spry. Invece di perdere per aver provato a vincere, ci attrezziamo per pareggiare.

Manca poco al natale, che ora, da adulti, è diventato un secondo lavoro stagionale. Prima era solo magia. Un po’ come la neve che da piccoli era auspicio, adesso è supplizio.

Invece sarebbe bello se adesso scendesse forte una nevicata perpetua, se ci fosse un blackout per ripensare il mondo. Se un amore qualsiasi si vestisse finalmente di coraggio. Se alzando gli occhi riscoprissimo il non senso di tutto.

I giorni ci sono passati taglienti come spade. Le notti ci hanno consumato in amplesso col tempo. Il mondo che ci hanno lasciato ci ha riservato sconforti. Il natale arriva sempre a ribadirci certi conti da pagare. Così è la vita.

Ma ne esistono tante altre, di vite: almeno tutte quelle che non proviamo mai a vivere.

P.

Domenicale: in diretta dall’Antropocene

(PRIMA PUNTATA). È passata un’altra settimana. Sette giorni di questa era geologica, l’Antropocene. Sfogliamo insieme i momenti salienti di questa ebdomada.

POLITICA:
_ Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nel corso di un incontro con un gruppo di nativi americani, per prendersi gioco della senatrice Elizabeth Warren, che rivendica origini indigene, ha detto, alla delegazione di cui sopra, che la Warren sembra Pocahontas. In questa misera battuta del capo del Congresso, c’è tutta la sua ignoranza razzista e la sua misoginia. Basterebbe ricordare un po’ di Storia: i calcoli dei morti fra gli indiani d’America, dall’arrivo dei colonizzatori, parlano di cifre tra i 50 ed i 100 milioni. Un olocausto. I nativi sono morti per sterminio di massa, per malattie, fame eccetera. Per una cosa del genere (la frase di Trump), per come vorrei andasse il mondo io, in particolare per la rigidità morale che mi aspetto dai politici, il Presidente si sarebbe dovuto dimettere dopo aver chiesto scusa.

_ Berlusconi, chiacchierando con il “maggiordono” Fabio Fazio (chiamarlo giornalista mi sembrerebbe un ossimoro), ha paventato l’idea di candidare alla prossima Presidenza del Consiglio, qualora lui restasse incandidabile per legge, l’ex comandante dei Carabinieri Leonardo Gallitelli. Cosa dire al riguardo? Silvio Berlusconi è un genio. Capovolge tutto il reale in un’iperbole di paradossi. In sostanza, un ottuagenario milionario, condannato in via definitiva per frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita (4 anni di reclusione), quindi un soggetto che per la Giustizia è un disonesto appurato, candida un uomo dello Stato, un carabiniere, alla guida del Paese. Un fuorilegge che tira la volata ad un uomo di legge. E’ un magnifico trucco per abbindolare qualche italiano. Chapeau.

_ Durante l’assemblea plenaria della rete “Como Senza Frontiere”, un gruppo di fascisti ha fatto irruzione ed ha obbligato la platea all’ascolto della lettura di un volantino, scritto da questi esaltati, sul tema della cosiddetta “invasione”. La notizia è la violenza del gesto che preoccupa per il senso di impunità che gli skinead percepiscono. Altrimenti non uscirebbero dai loro covi di svastiche e analfabetismo. Siamo nei pressi del 2018, ed ancora ci tocca vedere, e subire, certe scene. Una noia mortale.

TELEVISIONE
_ Molto seguito ha avuto la telenovela Daniele Bossari – Filippa Lagerback. Il primo, partecipando al grande fratello vip, ha chiesto la mano alla svedese di che tempo che fa. A colorare il tutto, suggestionando milioni di spettatori, le rivelazioni sui due, con lui che ha vissuto una forte depressione e lei che gli è rimasta accanto sostenendo che la rinascita psicologica, di lui, sia dovuta alla partecipazione al reality di mediaset. Una bella favola resa tale dal volto pulito della Filippa che sorride sempre con educazione. La ragazza della porta accanto, insomma.
Io non voglio fare il guastafeste, ma non ci trovo nulla di romantico nel chiedere di sposarsi sotto vigilanza mediatica del gf. E’ la televisione, bellezza. È tutto finto. O quasi. Ci sono dietro contratti, inquadrature concordate, copioni, marketing, obblighi pubblicitari, auditel, business, diritti d’immagine, carriere. Non c’è innocenza in tv. Vi basterebbe andare in uno studio televisivo una volta per rendervene conto. Poi la coppia in questione si sposerà e venderà l’esclusiva a “Chi”: inutile sgranare gli occhi per un fotoromanzo. Ma, d’altronde, la gente ancora mi parla della trasmissione di forum come un momento di verità. Invece recitano attori che ricevono un copione. Attori che ho conosciuto io stesso, tanto per ribadire. Se proprio devo fantasticare d’amore tramite mass media allora, finzione per finzione, lascio alle chiacchiere da parrucchierìa Bossari e Lagerback, e mi vado a rivedere Casablanca o Ufficiale gentiluomo o Love story o Harry ti presento Sally. Nevvero?

Qui pianeta terra. Domenica 3 dicembre 2017. Epoca Antropocene. Si salvi chi può.

FILIPPA LAGERBACK RACCONTA IN ESCLUSIVA A CHI PERCHÈ HA ACCE

P.

Brevi storie tristi

1.

Lei, per impressionarlo: “Sai, io scopo forte”

Lui, per levarsela dalle palle: “Sai, io bevo forte”

2.

Lei: “Non voglio fare quella che tiene il piede in due staffe, scusami, ma ho il ragazzo. Però se vuoi domani ci vediamo”

3.

Lei: “Ma ti sei accorto che se ci provi ci sto?”

Lui: “Sì”

Lei: “E allora che vogliamo fare?”

Lui:“Stavo per attaccarti al muro della libreria, ma poi ho visto che leggi Fabio Volo”

4.

Lei: “Cos’è che non ti piace dell’amore?”

Lui: “Non mi piacciono le conseguenze”

Lei: “Con me sarebbe diverso”

Lui: “Hai tempi comici perfetti”

5.

Lei: “Ma tu sei Peppe Barbera?”

Io: “Sì, ma non è sempre così divertente”

Lei: “Mi piace quello che scrivi. Anche io scrivo”

Io: “Anche a me piace quello che scrivo, il più delle volte. Soprattutto se mi contraddicono”

Lei: “Io scrivo racconti, fiabe per bambini”

Io: “Beh, qualcuno deve pur farlo”

Lei: “Mi piacerebbe farti leggere qualcosa”

Io: “Non sono un editore”

Lei:“Così, per un parere..”

Lui: “Il mio parere cambia dalla quarta birra, di solito non sono affidabile”

A quel punto, la tipa, non so perché, ma con la magliettina si coprì la scollatura. Peccato perché il décolleté era la cosa più interessante di tutta la discussione.

6.

Lei: “Ieri sera sono entrata in camera in perizoma, ma il mio ragazzo ha continuato, imperterrito, a giocare con la play station…Forse dovrei cambiare perizoma”

Io: “Forse dovresti cambiare ragazzo”

7.

Lui: “Mi sono iscritto ad un circolo di lettura”

Io: “Se ti drogassi, ti salveresti”

Lui: “Ma guarda che è bello. Ogni 2 settimane leggiamo un libro insieme e lo commentiamo, è una esperienza”

Io: “Non tutte le esperienze sono belle. Io, ad esempio, sto vivendo l’esperienza di te che racconti un’esperienza che è uno schifo di esperienza”

8.

Lui: “Il cane è il migliore amico dell’uomo”

L’altro: “Ovvio, all’uomo è sempre piaciuto fare il padrone”

Lui: “Ma che c’entra, un animale ti tiene compagnia!”

L’altro: “Sì, ma tu a lui?!”

9.

Lei: “Qual è la tua donna ideale?”

Lui: “Non ne ho”

Lei:“Ma avrai un’idea di come deve essere?”

Lui: “Un fantasma”

10.

Lui: “Perchè dio creò la donna?”

L’altro: “Perché era geloso del Silenzio”

11.

Lei: “Qual è il segreto per non scopare? Vorrei saperlo da te”

Lui: “Non avere peli sulla lingua…anche perché, se ce li hai, presumibilmente hai scopato”

12.

Lui: “Non dire gatto se…”

L’altro: “Se non è un gatto!”

13.

Lei: “Perché io e tu non ci siamo mai messi assieme?”

Lui: “Un giorno mi hai detto che non sopporti chi bestemmia”

14.

L’amica: “Ti ricordi quella volta che non ti sei presentato all’appuntamento con la tipa?”

L’amico: “Impossibile: ma quando?”

L’amica: “Ti sei dimenticato di andarla a prendere perché sei andato a comprare il varnelli che era finito”

L’amico: “Ah, si, qualcosa del genere. E allora?!”

L’amica: “Niente, ma non scopi da allora”

15.

Lei: “Ma cos’è, alla fine, la tua poesia?”

Io: “Tutte le colpe che ci diamo”

seeeee

P.