Diffidate delle imitazioni

Mi ero dimenticata di quanta gente matta ci sia in giro e di quanto malate possano essere certe relazioni fino all’altra sera, quando, mio malgrado, mi sono ritrovata in mezzo ad una situazione allucinante e addirittura pericolosa. Mi ero pure dimenticata di quanto capaci siano le donne a giustificare e accettare relazioni spesso al limite dell’incolumità personale, in nome dell’idea che si sono fatte dell’amore, della relazione stessa e dell’uomo con cui hanno a che fare.
Tralascio le circostanze e i dettagli dell’accaduto in questione; basti sapere che ho rischiato di perdere la vita in autostrada, a bordo di un’auto guidata da un fuori di testa in preda all’ira. E detta così non rende neppure un poco la reale gravità della vicenda. Dovrei magari spiegare le ragioni per cui quest’uomo ha guidato all’impazzata oltre i limiti consentiti e preso una curva a gomito a 100 km orari facendo sbandare e quasi ribaltare l’auto, fregandosene delle persone a bordo. Ma non ci sono. Per lo meno, non ce ne sono di ragionevoli: esprimere un parere diverso o fare una battuta ironica durante una conversazione non sono – non possono essere! – motivo di perdita dell’autocontrollo. Ma non è ciò di cui mi interessa parlare, così come non mi interessa capire quali sono i problemi di quest’uomo; non mi riguardano per fortuna. Invece mi preoccupa molto constatare che ci sono donne che giustificano comportamenti rabbiosi e violenti da parte del proprio partner (com’è successo per l’uomo in questione).
Voglio, da donna, dire una cosa alle mie congeneri: lasciate perdere i fuori di testa. Non ci provate per niente a capirli e giustificarli: questo è compito di un bravo psicoterapeuta. E andateci pure voi da uno bravo, se questo tipo di uomo vi piace tanto. Perché il fuori di testa avrà il suo disturbo comportamentale, ma pure voi qualche problemino ce lo avete. Non c’è alcuna ragione al mondo per cui una parola o un gesto offensivo possano essere scusati, figuriamoci se sono da parte di chi dice di amarvi. La forma più alta -direi l’unica- dell’amore, è il rispetto. Sempre, non a tratti né con qualche eccezione. Perciò diffidate di chi vi ama tantissimo a parole ma nelle piccole cose di ogni giorno vi soverchia. Diffidate di quelli che hanno progetti per il vostro futuro insieme, ma poi non vi lasciano trascorrere serenamente un’uscita con le amiche. Di quelli che si arrabbiano per un qualsiasi motivo (che sicuramente avrete provocato voi) ma poi si calmano e vi chiedono scusa. Di quelli bravissimi nell’eloquio, che riescono sempre a rigirarsi la frittata e a farvi sentire naturalmente in torto. Diffidate degli uomini che con facilità vi accusano di non essere adeguate, di non comprenderli, di non fare abbastanza per la vostra coppia o di non farlo bene (cioè come vorrebbero loro). Non nascondete sotto il tappeto queste occasioni classificandole come estemporanee. Non fate neppure quella cosa da deficienti che abbiamo fatto tutte e cioè contare le volte che ci ha trattato bene e le volte che ci ha trattato male, per concludere che sono di più le volte che ci è andata liscia quindi è una persona buona, solo con qualche momento di sclero. Se andate in un ristorante e venite serviti male, anche se il cibo è buono, ci tornereste? Io no. Perché dovreste fare eccezione se è il vostro compagno che vi tratta male, con sufficienza, che vi scambia ogni tanto – ma solo ogni tanto!- per un pungiball? Probabilmente entrambi non avete mai avuto una relazione sana e alla pari, se accettate degenerazioni simili. Sfissatevi prima di subito dall’idea che lui non è così, è diverso, ha avuto un’infanzia difficile poverino e blablabla. Cazzi suoi. Cazzi suoi pure se ha avuto una giornata difficile a lavoro: dovreste perciò pagarne le conseguenze? Aggredire l’altro non ha senso. Aggredire è da stronzi malati e punto. Ogni volta che passate sopra ad una sfuriata, una minaccia, una strattonata, ad uno sbalzo d’umore improvviso, state non solo svilendo voi stesse, ma autorizzando il vostro partner a ripetere il gesto, poiché lo avete reso impunito. Create precedenti e vi ritroverete nella merda.
In ultimo, ma sopra ogni cosa, diffidate della vostra paura di restare sole e che vi fa preferire l’esser male accompagnate. Sole ci siete già, se avete un uomo così accanto. Ma non è affatto una condanna, potete scegliere se restarci o no, se continuare ad avere paura o no. Ovviamente – e per fortuna del genere umano- gli uomini non sono affatto così dal primo all’ultimo, anzi. Sono senza dubbio molte di più le donne crocerossine che i fuori di testa. Ma, fosse soltanto un caso su un milione, è giusto ribadire che chi vi ha trattato male deve andare dritto dritto a fanculo, non nel vostro letto. Quello non è amore, ma una brutta e perversa imitazione.
Non perdonate ciò che è ingiustificabile. Le domande fatele a voi stesse e cercate di capire le vostre questioni, non di sciogliere i complessi edipici del pazzoide di turno, che certamente ritiene di non esserlo.
Scappate a gambe levate dalle dipendenze sentimentali: questo vale per tutti, uomini e donne. Solo così potrete godervi l’amore che meritate.

C.

Le ragazze che lavorano nei pub

Ho passato quasi la metà della mia vita dentro i pub. E ci morirò, probabilmente. Non abdicherò al trono del bancone neanche da sessantenne ingrigito e più malconcio di ora. Perché io non amo la gente, ma amo le persone. E, in un pub, ancora si incontrano persone con le quali condividere la notte, anche se da sconosciuti. Mi piacciono le storie di donne e di uomini che, come me, stentano in questa dimensione, cercano di riuscire a cavarsela passando per amori sbagliati, mestieri noiosi, ricordi troppo presenti, pentimenti, occasioni perse, lutti, addii, eccetera. Siamo tutti nella stessa condizione di naufraghi in terra. Vado nelle birrerie per me, per estraniarmi, per ascoltare sentimenti e vicende, per ritrovare amici, per una buona birra, per raccogliere gli avanzi di qualche poesia. In questi anni di boccali e serate ho conosciuto molte ragazze che lavorano nei pub. Per loro e per quelle che verranno, scrivo questo post; per rispetto del loro lavoro, per risarcimento morale per le volte che maschi ubriachi, e non, le hanno molestate con battutine o volgarità pesanti. Per scusarmi di quando mi hanno atteso finire la pinta per poter chiudere il locale. Per tutte le clienti antipatiche che le hanno fulminate con lo sguardo e le hanno chiesto cose tipo: “un hot dog, ma senza wurstel”. Per tutto questo e per le volte che ho sempre ricevuto un sorriso (non di circostanza), il quale, per quanto possa sembrare un atto naturale, non è dovuto e distrugge, in quell’attimo, tutti gli abissi che si cibano di noi. Perciò, ragazze che lavorate nei pub, grazie.

Grazie per come scivolate dietro al bancone come fanno certe mani fra la seta, per come schiudete baci che puntano dritti lontano verso i vostri sogni, per come nella confusione del lavoro, restate firmate di luce pennellando una scia di solarità. Grazie per come, stressate fino al midollo, sapete giocare con l’ironia, vincere la fatica con lo scherno, pulire il bancone senza levargli il destino. Grazie per il peso di tutte le frustrazioni che vi arrivano addosso, tutte le inconcludenti idee, tutto il tempo che passa svelto tra le mie occhiaie e la vostra bellezza. Grazie per come girate le spalle non prima di un istante di complicità mentre ci devo bere su un sorso. Grazie per le volte che se chiedo un amaro, mi fate il bicchiere un po’ più pieno di altri clienti. Grazie per le vostre pupille; così tristi, certe sere, che vorrei chiedervi di chiuderci a chiave dentro al pub, lasciare tutti di fuori e farvi un pianto con me. Grazie per tutte le volte che, senza accorgervene, curate le ferite altrui. Grazie per i vostri colori, la musica dei vostri visi, le guerre che da femmine continuate a lottare, le contraddizioni con cui fate innamorare. Grazie per la serietà professionale, la dote naturale di un talento, per le volte che io e voi preferiamo non conoscerci e lasciare posto alle supposizioni. Ma anche per le volte che, fra gesti e parole, diventiamo insieme dei condannati alla vita. Grazie se la mia anima piovosa, a volte, vi ha sconvolto, ma non mi avete, per questo, sgradito.

Non so chi fra noi ha cominciato per primo ad inverdire le notti, ma è sempre bello non trovare nessuna risposta, solo farci altre domande. E’ sempre bello il vostro sguardo sulle cose del mondo, il vostro punto di vista rispetto alla disciplina della terra, la vostra ribellione infinita che non delegate mai. E’ sempre bello notare tutto l’amore che avete in più, tutto le volte che vi fate tigri o gatte, tutte le volte che avete pensieri già decisi, che avete il coraggio di scegliere.

Per gli artisti, in Italia, esiste la legge Bacchelli. Praticamente è una pensione garantita a chi, fra loro, finisce in disgrazia economica. La si assegna dopo interpellanza parlamentare. Secondo me, una legge simile, andrebbe approvata per le ragazze che lavorano nei pub; dopo aver lavorato 5-10 anni, queste donne dovrebbero poter godere della pensione per tutta la vita ed essere riconosciute patrimonio dell’umanità. Per i servizi offerti con professionalità, per la pazienza, per l’usura del mestiere, per l’aiuto sociale dato alla comunità, per il sostegno psicologico, per i km messi nelle scarpe pur stando in un locale al chiuso, per l’eleganza e la naturalezza con cui centinaia di volte hanno liquidato il coglione di turno, per le notti in bianco, per tutta l’inconsapevole tenerezza che le ammanta.

E infine, di nuovo, mille grazie ragazze che lavorate nei pub. Perché l’atomica è vicina, ma voi mi distraete, perché vi auguro di riposare come fa la sabbia quando il vento è altrove, perché dentro ai vostri occhi ho visto le paure che vi rendono belle, perché oltre il sorriso avete valzer che dovremmo imparare, violini, dipinti ignoti per cui palpitare. Grazie ragazze che lavorate nei pub, per popolare le mie notti vietate alla felicità, per coccolare il mio palato arso d’inferno con la birra, perché non può esistere nessuna sera se privata di voi.

Grazie per accostarvi sempre alla poesia con la furia del silenzio.

P.Dead Rabbit - NEW YORK 3-ki6--835x437@IlSole24Ore-Web

Qualcosa

Quindi ripartiamo dal mio precedente post. Sono stato a Roma, lo avete abbastanza capito. Ci sono stato perché amo il cinema e, grazie ad esso, ho conosciuto una ragazza. Non era un appuntamento, ma un ricambiare un bellissimo gesto che lei mi aveva fatto qualche settimana fa. E’ un’attrice e sono andato a vedere il suo nuovo film. Ma prima e dopo la proiezione Roma ha battagliato epicamente col sottoscritto. Per sapere chi ha vinto, leggete qui sotto.

Fatto sta che arrivo a Roma e mi accoglie la mia amica Chiara che non vedevo da tempo. Soprattutto, finalmente, ho conosciuto suo figlio Michele, il mio nipotino, che se l’è presa subito con la mia barba e mi ha regalato solo sorrisi.

Dopo vado nel mio B&B e la chiave non mi apre il portone. Chiamo il proprietario e mi dice (ore 16) che la stanza non è pronta. Gli faccio gentilmente notare che inizio a scocciarmi e mi dice che entro 20 minuti mi raggiungerà. Nel mentre mi accorgo che ho il telefonino scarico. Penso: bar = presa della corrente = bevuta = sopportazione dell’attesa. Mi reco in un caffè e chiedo al cameriere un bicchiere di vino bianco. Intanto mi siedo cercando una presa. Ma niente. Tra l’altro il telefonino deve restare vivo perché devo organizzarmi con la ragazza/attrice di cui sopra. Che si chiama Rossella.

Secondo bar: “Ciao mi fai un bicchiere di bianco? E, scusa, posso attaccarmi alla corrente per caricare il telefonino?”

_”No perchè poi mi salta l’impianto”

Terzo bar.

_”Ti posso fare caricare il cellulare solo 5 minuti

Quarto bar:

_”Sto chiudendo”

Quinto bar:

_”Se faccio ricaricare a lei poi devo far ricare a tutti”

Nel frattempo mi sono bevuto 3 biccheri di vino e 2 limoncini. Vado nel B&B e la porta stavolta si apre. Il cellulare è ormai scarico quindi lo metto in carica. La presa del B&B non funziona. Vedo una spina, la stacco e uso quest’altra presa funzionante. Disfo lo zaino e mi accorgo che mi sono dimenticato il pigiama a casa. Quando esco, riprendo il telefono (batteria solo al 20%) e mi chiedo se il voltaggio degli impianti elettrici sia minore che a Civitanova; non mi ha caricato quasi nulla. Quando rimetto la spina nella presa funzionante mi accorgo che è la spina del frigorifero. In pratica lo stavo scongelando. Fortunatamente era vuoto.

Sono in strada e vado alla ricerca di un bar vicino al cinema dove vedrò il film, perché ho preso accordi con Rossella per un aperitivo. Mi siedo e vedo il barista italiano e mi fa strano dato che fino a quel momento mi ero chiesto se stessi passeggiando per le vie di Pechino ed avessi sbagliato città. Il tizio mi prepara un calice di bianco ed io scrivo a Rossella per dirle che l’aspetto qui. Finito il bicchiere domando un negroni. Mi si risponde: “Mi manca il bitter.” Ripiego sul bis di vino. E penso: finora ho girato 6 bar e non ce n’è stato uno all’altezza di questo nome. Il bar è una cosa seria; ci passi la vita, le indecisioni, le illusioni. Tra un caffè e l’insegna al neon, fra un amaro ed una sigaretta, il bar è sacro. E’ l’altare dell’amore, la via crucis da percorrere, la casa degli espedienti, il rito profano del sopravvivere.

“Sto chiudendo”

Il barista mi gela. Ma che cazzo succede oggi a Roma? I locali chiudono alle 19? Non ci capisco un cazzo, tranne che devo andarmene e riscrivere a Rossella una nuova destinazione appena trovo il prossimo bar. Mi va bene che ce n’è uno poco distante. Entro munito di una imprevista aureola, perché di solito sclero facilmente, e faccio: “Buonaaaaasera, per caso state chiudendo?”

“Si”

Mi tolgo l’aureola e vado verso il bancone in modalità minacciosa, poi mi ricordo che sono a Roma perché voglio rivedere Rossella e pensare solo a rubarle il rubabile dagli occhi, quindi mi rimetto l’aureola.

“Non le posso fare il caffè perché abbiamo spento la macchina, ma se vuole altro la posso servire”

“Grazie, allora un campari.”

Ovviamente butto giù il campari come fosse acqua per sbrigarmi ed andare alla disperata ricerca di un cazzo di posto in cui sedersi e bere qualcosa. Riscrivo a Rossella dei miei spostamenti. Trovo un altro bar e questo non è in chiusura. Prendo il cellulare per avvisare la mia prossima compagna d’aperitivo e mi arriva un suo messaggio: “a questo punto troviamoci direttamente davanti al cinema”. Mi prende un secondo di sconforto ed una voce squillante mi scuote: “Pronto il suo negroni”

8 bar, 4 calici di vino, due limoncini, un campari ed un negroni dopo, sono davanti a Rossella, praticamente ubriaco. Le blatero qualcosa e gentilmente lei mi tratta come se fossi normale. Questa trasferta la sto perdendo con una goleada, cappotto pieno. A pochi passi dal cinema troviamo un’enoteca. Il posto è piccolissimo. Ci danno due sedie e intralciamo a tutti. Per tutti intendo gli altri 4 avventori schiacciati come sardine quanto noi. Rossella si presenta alla proprietaria invitandola alla proiezione. La proprietaria ci guarda e fa: “Bene, quindi abbiamo un’attrice. Pure lei è un attore?”

“No, signora, io sono solo il bevitore”

E qui avrei sperato in una decina di minuti di applausi, invece ho evitato di guardare Rossella temendo stesse imprecando contro tutte le divinità per la sciagura di avermi accanto in quel momento.

[…]

Finito il film bruciavo di emozioni e non ho avuto la forza di fare commenti o padroneggiare la situazione. Sono stato solo in grado di salutare Rossella ed i suoi amici ed andarmene via nella notte romana, cioè cinese. Ma Peppe Barbera non sopporta quando le cose si mettono in quel modo e dopo l’affronto dei bar chiusi, decido che devo cambiare il mio destino. Chiamo un taxi e mi faccio portare al pub. Nel tragitto il taxista fa un monologo contro i cinesi. Raggiungo finalmente il pub irlandese. E mi sento a casa. Comincio a ingollare guinnes una dietro l’altra come non ci fosse un domani. Prendo possesso del bancone e faccio capire a tutti che aria tira. Il vento è cambiato, copritevi! Dopo un po’ entra un uomo con uno scimpanzè. Subito ho pensato che stavo sognando, poi che ero ubriaco. Ma il ragazzo che serve ai tavoli mi conferma che è tutto reale. Prendo il telefonino per fare una foto, ma tanto per cambiare il cellulare è scarico. Mi sono sentito in un film di Fellini. Da qualche parte forse c’è un circo. Ci vuole altra birra. E così vado avanti fino alla chiusura, ed a quel punto, pretendo una foto (nel frattempo si è ricaricato il tel) con uno a caso dello staff. Servono le prove che Roma sta per cedere sotto i miei colpi mortali.

Altro taxi, altro pub, altra gente. Ancora bancone. Ancora birra. E va tutto splendidamente. Altra chiusura di locale. Altra foto col titolare. Roma è in ginocchio. A modo mio. Torno al B&B. Saranno le 5 di mattino. Alle 11 dovrò lasciare la stanza. Alle 9 sto già ricomponendo la carcassa. Mi faccio una doccia, preparo tutto per andarmene. Entro in bagno a prendere spazzolino e dentifricio, esco e mi trovo una puttana davanti a me, nella mia stanza.

“Scusa, ma questa è la mia stanza, la 4”

“Oh mio dio, scusa, scusa no-no no volevo, scusa”

“Fa niente, tranquilla”

“Che vergogna, ho sbagliato”

Si volta e se ne va imbarazzata. Solo dopo che richiudo la porta a chiave mi rendo conto che sto con la sola maglietta della salute addosso. Il pisello è all’aria.

Fatto lo 063570 sono di nuovo in taxi a scambiar due chiacchiere col mio autista il quale mi ha preso subito in simpatia e si sfoga lamentandosi della moglie che non sa cucinare e non lo accompagna mai a mangiare fuori. Poi mi dice che verrebbe volentieri a “mangna’ er pesce” con me. Temo sia un approccio omosessuale. Arrivo in zona tiburtina e rimedio un ristorante. Mangio e bevo da solo una bottiglia di vino. Poi passo agli amari fino alla partenza del pullman, ore 16. Puzzo di alcol da fare schifo, ma sto bene. Provato, commosso, vincitore, compiaciuto della gita fuori porta, gonfio di ricordi.

Quando mi avvicino a casa mi arriva l’odore del mare. Sento la salsedine che mi viene a cercare sulla pelle. Sento uno strano abbraccio di luce, un ingenuo, romantico, bisogno d’amare. Sento che ho lasciato qualcosa a Roma. L’ho lasciato nel B&B di via Principe Amedeo, 331. Lo ho lasciato in macchina con la mia amica Chiara, l’ho lasciato nel cinema Apollo quando Neve, sullo schermo, mostra la sua fragilità. L’ho lasciato in tutti i bicchieri che ho svuotato. L’ho lasciato nella bottiglia di Varnelli regalata a Rossella. Non so esattamente cosa è questa cosa che ho lasciato. E’ arcana.

Ma è mia.

P.

(qui sotto le immagini alla chiusura dei due pub di Roma)

Da Civitanova a Roma. Adesso.

Sono in pullman. Destinazione Roma. Voi direte: “e a noi che cazzo ce ne frega?” Giusta osservazione. Siccome questo potrebbe essere il mio ultimo post, considerando i vari sintomi preoccupanti che sto avendo, sintomi che vanno dal pre-infarto alle stigmate, vi deve interessare quello che scrivo adesso, in diretta.

Dopo quattro ore di dormita mal assortita (ad un certo punto ho sognato un rospo) mi sono incamminato verso la fermata del pullman. Era freddo, molto. Talmente freddo che il mio uccello aveva assunto la formula chimica del calippo. Ovviamente il pullman ha fatto alcuni minuti di ritardo, e già mi giravano le palle (che ancora non avevano raggiunto la glaciazione). Salito nel mezzo, mi accascio sul sedile. Davanti a me c’è seduta una signora che parla al telefono con la figlia riguardo ad un prolasso emorroidale. Non ho capito se il suo o della figlia. Ma usando un tono di voce alto, tutti i passeggeri sono ora al corrente dell’utilità delle pasticche di daflon, di quelle voltaren come antidolorifico e dell’alimentazione da seguire. Ho preso appunti perché l’argomento mi tocca da vicino.

Tornando a noi, sono in viaggio. Non sono un tipo da vacanza, non sono un buon turista, non ho gran dimestichezza con le gite. Non è che sono contro il viaggiare, contro i luoghi, contro la conoscenza. E’ che non mi aggrada nessun mezzo di locomozione e nessuno dei compitini da fare per partire. Non mi piace il treno, perché le stazioni, seppur piene di fascino urbano, mi mettono tristezza in quanto credo siano fatte apposta per gli addii. Ed io odio gli addii. E per me anche dentro un arrivederci c’è già un addio. Non mi piacciono gli aerei perché, nonostante statisticamente siano i più sicuri, non posso tollerare il fatto che io non sia seduto col paracadute allacciato. Inoltre se dovessi finire in mare non mi salverei perché non so nuotare. E per questo non mi piacciono le navi ed i traghetti; perché non mi tengo a galla. Le automobili non sono di mio gradimento, soprattutto di notte ed in autostrada. Non mi piace neppure guidare. Le strade da tre corsie in su mi agitano. Addirittura quando mi reco ad Ancona mi perdo come un rondinotto caduto dal nido. Non ho simpatia per il pullman perché la piccola comunità di passeggeri mi angoscia proprio per la comunanza. E poi a volte non è munito di bagno ed io sono uno che la vescica la vuole libera.

Se inventassero il teletrasporto probabilmente non avrei da lamentarmi, tranne, immagino, per i costi elevati per usufruirne.

Poi non mi piacciono le stanze degli hotel e qualsiasi letto che non è il mio, perché il mio letto ha ormai assunto una struttura ed una trasformazione idonea al mio corpo, al mio peso, ai miei scatti insonni, alle mie posizioni. Il mio letto strofina le lenzuola in zone indicate persino in base alle mie erezioni; sa perfettamente amalgamarsi alle mie piroette da scarso dormiglione. Altra cosa che non mi garba è la metropolitana: troppa gente, troppa velocità, troppa claustrofobia. E non mi piacciono i turisti, quelli che fanno le file, che ti chiedono una foto, che intasano i ristoranti quando io ho bisogno di cibo e di bere vino. Inoltre sono totalmente contro ai viaggi della speranza, per non parlare di quelli spirituali tipo Santiago ed altro. Non che la cosa non sia un’esperienza. Pure fare il militare è un’esperienza (ed io sono radicalmente contro). Ma perché, poi, l’esperienza serve solo ad un mestiere o a vincere al gioco delle carte. Su tutto il resto l’esperienza viene confusa con la saggezza, ed a me non piace manco la saggezza. Nella vita bisogna fare cazzate su cazzate ed ignorare i consigli. Altrimenti l’esistenza diventa un esercizio di copia e incolla della merda altrui.

Sto andando a Roma, dicevo. E non certo per ammaliarmi di tutta la Storia di cui è avvolta. Non perché ne sono insensibile, anzi, ma perché la fontana di Trevi, che ha più di trecento anni, ci sarà pure fra altri tre secoli, mentre a me, la biologia, il destino, dio o quel che cazzo vi pare, mi ha dato le ore contate. Al massimo gli anni contati. Quindi vado nella capitale per attraversare qualche anima e farmi attraversare, con l’egoismo del poeta, che va a rubare sensazioni, bellezza, emozioni, idee, inciampi, malinconie, solo per poterne poi fare poesia. Perché non so imparare a vivere, quindi necessito di scrivere. Perché scrivere è il mio modo di sopravvivere. Come amare è il mio modo di fare, bere il mio modo di sopportare.

A me piace esistere. Esageratamente. Inutilmente. Provocatoriamente. Quindi oggi, Roma, nun fa la stupida, perché non vengo a sporcarti, ma a celebrarti.

P.Roma-3

Consapevolezze

Ti svegli un mattino e senti l’inferno che urla. Perché le tenebre non sono obbligatoriamente in nero, ma hanno anche contorni di albe. Perdiamo tutti ogni giorno qualcosa, ed ogni tanto qualcuno, ed ogni secondo è un respiro in meno che ci resta prima di esalarne l’ultimo su un letto di ospedale in qualche reparto di lunga degenza. Ogni maledetto giorno ci lascia qualcosa e qualcosa a lui lasciamo; che sia un capello nuovo bianco, un sorriso travolto dalla tristezza, una battuta riuscita che ci distragga dal dolore perpetuo. Poi apriamo dei libri, ce ne invaghiamo, ascoltiamo musica, evadiamo con la pittura, usiamo il sesso per un’idea di consolazione. Ogni giorno. Ogni volta, noi. E spesso siamo talmente indaffarati nei nostri umori e problemi che, volutamente, spegniamo la tv appena sentiamo che Trump sta per combinarne una e che altri coglioni come lui giocano a chi ce l’ha più grosso. La guerra dell’acqua, la guerra per la democrazia, la guerra del petrolio, i servizi segreti, i bambini in Siria, i droni, la Cina, il terrorismo, google, l’atomica.

Ti svegli un mattino e senti l’inferno che urla, che si fortifica mentre ci divoriamo di paure, che escogita i nostri anni nella trincea della vita. E allora va bene tutto; vanno bene le voci deboli dei poeti che inseguono il loro destino di perdenti andando dietro a qualche avanzo d’amore, a donne irraggiungibili, ad addii carichi di umiliazione, ad innamoramenti platonici, ad amori giganteschi mai ricambiati, a sogni già incrinati dalla nascita e che rivaleggiano, in fragilità, con l’osteogenesi imperfetta. Ma è giusto così; è giusto farci predare dai semi della vita, è doveroso correre dietro alle sottane per avere uno spigolo di cielo nell’anima, per difenderci con tutta la pienezza di una grazia, per battagliare contro questa febbre di senso, contro il quotidiano inferno che, ogni mattino, ci aggiunge lava.

C’è qualcosa nella vita, in questa sua natura, che sa di vendetta, che espande un’infelicità virile, che ci fa giocare ai dadi pur sapendo che il banco vince sempre. E non mi riferisco solo alla beffa di dover morire chissà quando e chissà come (sempre troppo presto e troppo in malo modo), bensì penso all’invincibilità dei suoi capricci, di come l’esistenza sia il disegno diabolico di un gioco pieno di imprevisti, rimorsi, rancori, sbagli, fallimenti, fughe, perdite, solitudini. Inutile costruire ponti, mettere sonde su Marte, scoprire la penicillina, se poi ci ammazza un aperitivo senza compagnia, un messaggino mai arrivato, la verità degli altri, persino certi inspiegabili momenti di serenità. Ecco perché ti svegli un mattino e senti l’inferno che urla. E l’unico rimedio che hai per non udirlo è gridare più forte, bruciare di più, abusare della propria giovinezza fino ad accelerarne le rughe, pennellare ebbrezze fino a tenere insieme certi significati di sentimenti.

La vita non insegna granché, se non il linguaggio delle miserie, il fattore tempo, l’ineluttabilità della disfatta, la ridicola opera dei tentativi. Ci facciamo rovistare dalle ansie e dai mestieri, dalle ferite al cuore e dalle sigarette sempre accese. Non stiamo mai bene insieme, non ci abbracciamo mai abbastanza, non scopiamo mai abbastanza, non dialoghiamo con la pioggia, non liberiamo la fantasia. Non ci portiamo dietro abbastanza vita.

E quindi, niente; sto qui ad aspettare il tuo sorriso mentre le cose hanno un rivolgimento disumano. Sto qui per una carezza sconcia. Per un’agile mossa, spiritosa, di vento. Per prenderci tutto questo non capire e mandarlo giù a colpi di grappa. Sto qui per rubare un po’ di te, un po’ di quei difetti che hai provato a nascondere e sono così fastidiosi che li amo. Per trattenerli con me ogni giorno, come le urla dell’inferno quando ti svegli al mattino.

AlbaP.

Nessun grado di separazione

C’è stato un raduno, un voler abitarsi accanto con la scusa di un piccolo evento a firma di questo blog. Una serata con un numero di persone e un numero di risate superiori alle aspettative di noi organizzatori. Forse qualcosa è definitivamente cambiato. Non è che non lo sapevamo di tutta questa attenzione e questo affetto, ma una cosa è contare i like su facebook e guardare le statistiche di “Hai da accendere?”, un conto è essere travolti dai lettori, cuore a cuore, ferite sulle ferite, sorrisi nei sorrisi. La Chica, nel post precedente a questo, ha già esposto riflessioni e disvelato un po’ del dietro le quinte di “LETTERE TRA (S)CONOSCIUTI”. Io, qui, invece, riparto dal fine serata di quel primo aprile scorso per andare avanti con lo sguardo.

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Quando sento dire che uno scrittore non dovrebbe mai incontrare i propri lettori, viene da incazzarmi. E chi dovrebbe incontrare? Gli accademici ammuffiti? I poteri forti? Gli editori cinici? No. Dovrebbe stare in strada in mezzo alla gente, a sentire la puzza delle officine, a guardare certe teste reclinarsi alticce sul bancone di un pub, a mescolare il suo dolore d’artista con tutto il dolore degli altri. Io lo faccio. E ci credo. Ed è così che vivo. Questo sono i poeti: sono un po’ come John Coffey nel film “Il miglio verde”, il gigante capace di assorbire il male altrui ed ingiustamente condannato. Questo so fare io senza perdervi mai di vista, dentro il mio abito da disperato malandrino. E così quando ho visto tanti di voi, presenti all’evento di cui sopra, curiosi, divertiti, pronti ad abbracciarmi, ho avuto un disorientamento. Non ci so fare con le cose belle, sono bravo solo con gli insulti, i rifiuti, le umiliazioni, le bravate. E me la cavo a voler bene, ma di essere amato non sono molto in grado. Non so gestire l’affetto che ricevo. Non mi salvo nemmeno usando tutto il mio cinismo e sarcasmo. L’esperienza non la uso quasi mai perché l’errore mi piace, l’errore favorisce la Poesia, l’inciampo è il regno dove il poeta cavalca la lirica, è il prato dove spuntano versi dalla terra degli sbagli. Altresì va detto che, in qualche modo, tutto questo vostro riconoscermi, tutto questo ascoltarmi e leggermi, è un bellissimo modo che avete per difendermi. Si, noi ci siamo scelti ed abbiamo scelto l’incanto. Abbiamo osato nuove empatie, ci siamo presi tutte le scale di un pianoforte, ci siamo stesi su un letto di muschio per stringerci i sensi. Perciò passerò tutta la mia vita a restituirvi questo amore pieno, questa grazia fragile fra voi che leggete ed io che scrivo e scrivo e scrivo mentre muoio provando a vivere. Non ci sarà mai più nessun grado di separazione. Non c’è mai stato. Non siamo mai stati immobili. Abbiamo riccamente bevuto dal nostro reciproco custodirci. Io scrivendo ed ascoltandovi, voi leggendo ed ascoltandomi.

Siamo consapevoli che il tempo, ad ogni suo sussulto, ci cambierà un po’, ma con devozione precipiteremo assieme sempre nei nostri occhi. Ci mangeremo a vicenda di bene, ci smarriremo nelle frenesie della vita, ci terremo la mano in questo viaggio sconclusionato. Seguiremo errabondi il corso degli amori, ci immagineremo alati oltre ogni azzurro, ci guarderemo i ritratti dei nostri anni andati così; tra lo spavento e la spericolatezza. Ci sbronzeremo. Ci inseguiremo. Danzeremo. Ricopriremo i lutti annodando i nostri cuori, continuando a cercare qualcosa, a sperare di rischiare di soffocare per sentirci più in favore della vita. Ci avventureremo in motivi estranei alla prudenza. Ci baceremo le nocche quando le vedremo screpolarsi in inverno. Chiuderemo certi sospesi se si metteranno in mezzo, consulteremo la felicità dondolandola. Saremo dissidenti rispetto alla mediocrità. Con alcune di voi farò all’amore e sarà stato sempre troppo tardi. Con altre sfiorerò il confine, con altri ci salderemo in un tutt’uno. Tutti useremo parole forti, altisonanti, belle, scardinanti, erotiche, provocatorie, giulive, lussureggianti, innamorate. Ci porteremo, ovunque andremo, “tutti i poeti che sono morti per amore, se ci staranno nel nostro cuore”, tutte le ragazze ballerine che abbiamo tentato di legare a dei versi, con cui abbiamo giocato a divertire un sogno.

E lo sapete che non sto sragionando, soprattutto lo sanno quelli di voi che mi hanno conosciuto, scovandomi trafitto in qualche notte a piangere per un’idea d’amore, blaterando, fragilmente, motivate poesie. Chi mi ha visto piangere dopo quarantotto ore di alcol e abbandono, sa che questo post è puro, perché chi mi ha veduto lacrimare spezzato, ha fatto cadere il suo sguardo sulle mie vicissitudini ed ha sentito quello che era spiegabile all’incontro con la sera. Ha visto quanti colori hanno i miei abissi e quanto è esteso il mio buio da innamorato e selvaggio. Quanto è lungo questo addio.

Oggi non mi va, s’è capito, di raccontarvi altro se non questa confessione di fedeltà, questa mia idea di gratitudine nei vostri confronti, questo stordimento per quanto siamo diventati indivisibili nonostante posso riuscire a darvi soltanto la Poesia di tutto questo mio incessante buio. Senza vergogna.

Noi siamo così, ormai; tutti dentro ai colori del mio buio, con nessun grado di separazione.

P.

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